Com’è difficile correggere chi sbaglia

PENSIERO PER DOMENICA – XXIII TEMPO ORDINARIO – 6 SETTEMBRE

È scritto nella natura dell’uomo: correggere un’abitudine, una postura, una pronuncia sbagliata è molto più difficile e richiede più tempo che non insegnare a fare una cosa correttamente o punire chi sbaglia. Molto opportunamente nella Scrittura ci sono espliciti richiami all’importanza e alla difficoltà della correzione fraterna. In questa 23ª domenica troviamo tre passaggi paradigmatici.

Gesù conferisce la missione agli apostoli (miniatura del XV secolo nella biblioteca Braidense, Milano).

Chi ama sente il dovere di correggere. I pochi versetti della Lettera ai Romani (13,8-10), tratti dalla seconda parte, in cui Paolo dà una serie di indicazioni per la vita comunitaria ci ricordano in modo chiaro che alla base dei rapporti interpersonali deve esserci l’amore vicendevole. Questo è anche ciò che deve motivare la correzione di chi sbaglia: come si fa o si dovrebbe fare in famiglia. Sul come procedere possono essere utili alcune semplici indicazioni psicologiche: mai provare a correggere l’altro se si è mossi dall’ira, mentre è molto utile un sano umorismo.

La responsabilità di chi prova a correggere è stata definita già da Ezechiele (33,7-9) e ulteriormente precisata da Gesù (Matteo 18,15-20). Sembra quasi che il profeta Ezechiele, esule a Babilonia, sia stato assalito dai sensi di colpa: se l’esilio è un castigo di Dio per la cattiva condotta del suo e mio popolo, quali sono le mie colpe? Come quei genitori che si arrovellano nei sensi di colpa, chiedendosi: cosa ho sbagliato nell’educazione di mio figlio? La risposta di Dio è rassicurante: il tuo dovere era quello di avvertire, di mettere in guardia. Poi la responsabilità è personale!

Nella concretezza delle indicazioni di Gesù possiamo leggere sia i riflessi del suo paziente lavoro di formazione-correzione dei discepoli, che, come documentato dai vangeli, non erano sempre dei modelli, sia l’esperienza della comunità primitiva a lungo lacerata da conflitti. Gesù è stato molto chiaro e concreto: la correzione non si fa con le botte, ma con il dialogo, prima a tu per tu, poi alla presenza di testimoni, poi di fronte all’intera comunità. Il dialogo garantisce a ciascuno il diritto di far valere le proprie ragioni. Alla fine c’è chi ha la responsabilità di decidere e la decisione può anche essere l’allontanamento. Considerare l’altro come un pagano o un pubblicano non è però condannarlo al rogo, come purtroppo è avvenuto nel passato. Gesù con i pagani e i pubblicani sedeva anche a mensa! C’è poi l’estrema risorsa per correggere chi sbaglia. La troviamo nelle parole finali del brano evangelico: pregare insieme Dio che tocchi il cuore dell’errante. Questo è possibile sempre.

Lidia e Battista Galvagno