Un viaggio nell’inferno turco in compagnia di un giovane regista e di Coldiretti

DOCUMENTARIO Sovente dietro ai miti e alle idealizzazioni si muovono scenari macilenti, sofferenze e ombre. Si può far finta di non vedere e ci si può girare dall’altra parte. Ma la verità ha volti umani, voci infantili, oppressioni silenziose che prima o poi si faranno sentire. Dare spazio a queste profondità è un compito terapeutico. Sono considerazioni che hanno accompagnato il giovane regista Stefano Rogliatti nel suo viaggio in Turchia. Inseguiva una verità, una domanda: cosa si nasconde dietro alla produzione della nocciola? Il lavoro scaturito dal viaggio di ricerca è stato concretizzato in un documentario dal titolo Né tonda né gentile, promosso da Coldiretti Piemonte e pubblicato on-line a novembre e visibile qui sotto. Emerge un mondo buio, fatto di lavoro minorile e sfruttamento, di profughi e condizioni precarie, di rischi e assenza di dignità.

Il documentario si muove nelle campagne turche, lontane dai grandi centri metropolitani. Rogliatti e il suo interprete entrano nelle piantagioni di nocciole tentando d’intervistare famiglie e lavoratori.

I volti di quanti osano testimoniare appaiono stanchi eppure risoluti: potrebbero spezzarsi da un momento all’altro. «Nei campi servono i più giovani, ma non ci sono. Ora la raccolta la fanno i lavoratori che arrivano da lontano», dice un uomo.

Nelle coltivazioni arrivano da ogni zona del Paese oppure sono migranti in viaggio da oltreconfine. Aysel ha 30 anni, originaria dell’Est turco: «Siamo lavoratori stagionali; siamo qui per raccogliere le nocciole. In ogni tenda c’è una famiglia. Noi siamo gestiti da un responsabile che organizza il lavoro. Certe volte si indebitano con noi, tanto che per questo mese siamo in credito. Non lavoriamo in modo continuativo: talvolta, a causa delle piogge frequenti, su dieci giorni ne lavoriamo uno solo», dice la donna. La paga tarda ad arrivare e le famiglie spesso non possono far fronte alle esigenze basilari. Nel documentario si spiega come molti siano rifugiati in condizioni di estrema vulnerabilità e ricattabilità. «Siamo sempre nel fango: gli uomini arrivano a casa assetati, stanchi. Devono bere acqua non salutare. Non riusciamo ad avere uno stipendio adeguato a soddisfare i nostri bisogni», spiega un testimone. «Il prefetto è al corrente della nostra presenza, così come le forze militari. Siamo tutti registrati». Ma nessuno fa niente. Si verificano sovente incidenti; ci sono bambini che annegano e morti nelle piantagioni. Non c’è alcuna copertura sanitaria né previdenziale. Nessuno vede gli invisibili della terra.

I lavoratori stagionali sono sempre in viaggio, seguono il lavoro di raccolta della frutta. Ogni agosto, ad esempio, arrivano 350mila curdi e arabi sulle coste del Mar Nero, in esodo dalle regioni povere e devastate del conflitto nel Sud-est della Turchia. «Se non lavoriamo non mangiamo. Veniamo qui perché siamo obbligati», spiegano nel documentario di Rogliatti.

Le immagini scorrono e sgomentano. Qui prendono la parola gli ultimi anelli di una catena ben più grande: la maggioranza delle nocciole prodotte è destinata all’industria dolciaria. «I prezzi li fissano le multinazionali. Non si può trattare», dice un imprenditore del settore.
Al quinto posto mondiale tra i produttori di dolciumi c’è la Ferrero, con un fatturato annuo di circa 11 miliardi di dollari. Perché la grande industria con sede ad Alba e filiali in tutto il mondo non riesce a intervenire sulle condizioni di lavoro di persone che ogni giorno coltivano una materia fondamentale?

Lo abbiamo chiesto al regista Stefano Rogliatti, sperando che il suo lavoro di sensibilizzazione possa servire come esortazione a non voltare la testa, a non scegliere l’indifferenza: «Né tonda né gentile è atto coraggioso e rivoluzionario, non solo una denuncia: è portare allo scoperto i fantasmi nascosti dietro le mitologie, le narrazioni e le idealizzazioni, perché non sempre l’immagine della superficie rispecchia l’anima dietro al sipario».

Il documentario che vuole dire basta all’indifferenza

Stefano Rogliatti è un giornalista e regista

L’INTERVISTA L’indifferenza o la mancata assunzione di responsabilità sono parte integrante di ogni sofferenza. Stefano Rogliatti è un giornalista e regista. È l’autore del documentario Né tonda né gentile, voluto da Coldiretti Piemonte.

Come ha realizzato il documentario Né tonda né gentile, Rogliatti?

«L’obiettivo era comprendere che cosa accade nella filiera produttiva delle nocciole. Grazie a un interprete di nome Ibrahim, un giovane che vive in Italia, ho preparato lo zaino e mi sono recato nelle campagne turche. Non è stato semplice: molte persone avevano paura a testimoniare e il lavoro d’inchiesta poteva risultare pericoloso perché non escludevamo reazioni aggressive da parte di chi gestisce i lavoratori».
Ha trovato un mondo di sfruttamento, dolore, lavoro minorile. A suo avviso perché multinazionali come la Ferrero non intervengono?
«Ferrero non può non essere a conoscenza del mondo che si agita dietro alla filiera delle nocciole. Come multinazionale il gruppo ha peraltro il dovere di mantenere, nei Paesi fornitori di materie prime, la medesima politica di tutela dei diritti umani applicata in casa propria. Dunque, potrebbe pagare di più le nocciole. In realtà, servirebbe quasi a nulla se non intervenisse in maniera diretta sulle condizioni dei lavoratori. Il problema turco non è soltanto di natura economica, ma geopolitica e sociale».

Che cosa intende dire?

«La questione è legata al potere di Erdogan, un dittatore che impone la propria egemonia su vari campi, dalle armi all’agricoltura. La sua è un’idea di Stato basata sull’oligarchia. Molti dei lavoratori del comparto agricolo sono migranti che arrivano dal Kurdistan e dalla Siria: Erdogan ha tutto l’interesse a continuare a sfruttarli».

Quali sono, dunque, le responsabilità di chi acquista?

«Le multinazionali, tra le quali c’è la Nestlé, non potendo intervenire in maniera diretta sulle condizioni dei lavoratori, dovrebbero provare a sensibilizzare il Governo turco. Si potrebbe esercitare una pressione politica ed economica, ad esempio dichiarando che gli acquisti di nocciole proseguiranno solo se verrà restituita dignità al comparto agricolo e alle famiglie dei raccoglitori. Come i miei occhi hanno visto la sofferenza di quelle persone, anche Ferrero può conoscere questa desolante realtà grazie ai suoi uomini che operano sul posto».

Che messaggio vuole rivolgere con il documentario?

«Tutti dobbiamo avere ben chiara la condizione nella quale vivono le persone che raccolgono le nocciole nel mondo. E le multinazionali non possono basarsi su una filiera che sfrutta i lavoratori. Spero di riuscire a porre la mia goccia nell’oceano, a fare riflettere le persone che vivono ogni giorno una vita agiata, su ciò che accade a pochi chilometri dal confine europeo».

Matteo Viberti