Italian Spirit, l’album del duo jazz Marco Vezzoso – Alessandro Collina, risuona sulle note di Vasco Rossi ed altri grandi della musica italiana, fino al Sol Levante

MUSICA  È stato pubblicato lo scorso mese di novembre “Italian Spirit”, il nuovo ambizioso album del duo jazz Marco Vezzoso – Alessandro Collina, due musicisti capaci di imporsi soprattutto nella terra del Sol Levante, che con questo disco si pongono l’obiettivo di sdoganare un genere di nicchia (almeno in Italia) come il jazz, andando a rivisitare alcuni classici della musica leggera italiana, da Vasco Rossi a Enrico Ruggeri, da Party Pravo ai Antonello Venditti, donando loro un nuovo, affascinante abito jazz.

A parlarcene è proprio  Marco Vezzoso, trombettista albese diplomato al Conservatorio di Torino, da anni risidente in Francia dove è professore di tromba jazz presso il Conservatorio Nazionale di Nizza. Musicista di grande talento, nel corso degli anni ha avuto modo di esibirsi nei più importanti festival Europei come leader, sideman, arrangiatore, direttore di big band, direttore di ensemble vari, tra il jazz e la musica classica. Nel 2014 è uscito il suo primo album da leader ‘Jazz à porter’, seguito nel 2018  da ‘Guarda che Luna… Again’ e un anno più tardi da  ‘14.07 du Côté de  l’Art’. A supporto di queste pubblicazioni poi, una serie di tour in Paesi insoliti nel quale riscuote parecchio successo; oltre a Cina e Giappone anche Malesia, Indonesia e Cambogia.

L’intervista

In ‘Italian Spirit’ rivisiti in chiave jazz alcuni dei più grandi successi della musica leggera italiana. E’ stato difficile rileggere e riadattare dei brani apparentemente lontani anni luce dal mondo del jazz?

«E’ stato più che altro un processo lungo nella scelta dei brani da rivisitare. Le canzoni erano migliaia e con Alessandro abbiamo cercato le melodie che si adattavano di più al nostro modo di suonare. C’è poi stato questo processo di riarrangiamento per portare queste melodie verso il nostro mondo, quindi se uno ascolta la versione originale e la nostra rivisitazione può vedere che siamo andati molto lontani a quella che era la forma originaria del brano. Ovviamente la melodia è riconoscibilissima, perchè era la nostra volontà è quella di portare la nostra musica a un numero sempre maggiore di persone. A volte la parola devia l’ascoltatore verso il senso testuale e meno verso quello strumentale. La nostra idea era proprio quella, dare vita a dei brani che la gente potesse fischiettare senza badare alle parole, per avvicinare l’ascoltatore ad una dimensione strumentale. La musica nasce come strumentale, fino all’800 era preponderante la parte strumentale, questo nostro lavoro aveva proprio questo come finalità, prendere una parte del pubblico non proprio avvezzo alla musica strumentale e farlo avvicinare al nostro mondo».

Uno dei pezzi di punta di questo disco è la rivisitazione di ‘Sally’ di Vasco Rossi, un pezzo dal testo molto forte. Proprio alla luce di quanto hai appena detto, non credo sia stato semplice portare questo brano nel vostro mondo…

«Per ‘Sally’ ci siamo ispirati alla melodia. Il testo ha una forza indubbia a cui non abbiamo potuto esimerci, infatti ci ha condizionato in determinate scelte armoniche, melodiche…’Sally’ è una canzone a mio avviso molto jazz, perchè armonicamente ha un gioco tra maggiore e minore, la melodia è molto spezzettata quindi lascia frequenti silenzi, perciò si presta molto bene al jazz. Riascoltando la versione originale avevo già immaginato con quale tipologia di strumento originale, non la tromba classica ma la “sordina” la tromba che Miles Davis ha reso celebre in tutto il mondo. Ha un suono molto cupo ma tagliente, che si abbinava in maniera perfetta a quello che è il testo, a quelle che sono le emozioni che Vasco ha trasmesso a una generazione».

Hai avuto un riscontro da parte di Vasco? Sai se il brano è giunto a lui e gli è piaciuto?

«Da Vasco ho avuto più di un riscontro, perchè è risultato essere una persona molto sensibile e molto attenta. Ha dato la possibilità a due perfetti sconosciuti di cimentarsi con una delle sue canzoni più famose, gli è piaciuta, ha postato il post su Instagram, l’ha inserita sul proprio sito… si è creato un contatto con il suo management… è una persona lontana dall’idea di artista inarrivabile che abbiamo…si è rivelato un artista molto disponibile, molto di cuore».

Quali obiettivi ti sei posto dal momento che hai iniziato a pensare a un album come questo?

«Gli obiettivi è difficile porseli. In tutta la mia carriera l’unico obiettivo che avevo era quello di poter vivere della mia passione. Oggi per fortuna sono arrivato a questo punto, l’ho raggiunto e questo è per me è una sorta di apice, quindi l’obiettivo di questo album in realtà era quello di poter portare il più grande numero di persone possibile verso la musica che amo e penso e spero che possa avere più risalto a livello mediatico»

Possiamo vedere in un disco ambizioso come ‘Italian Spirit’ una sorta di sfida per voi?

«Più che una sfida è stato un grido di speranza. Anche la copertina ritrae una lampada giapponese perchè l’album è stato concepito durante il primo lockdown, quindi avevamo bisogno di un segno di speranza, di luce. La nostra carriera, poi, ha iniziato a correre dal momento che siamo andati in Giappone, all’interno c’è un ideogramma cinese perchè la Cina è stato il Paese che ci ha accolti nel nostro ultimo tour e l’ideogramma significa ‘Sally’ perchè da ‘Sally’ è partito tutto. Si, è un grido di speranza perchè da insegnante di conservatorio mi rendo conto come i giovani hanno dei paraocchi e vedono solo cosa gli viene fatto vedere, mentre attorno c’è tutto un mondo, un caleidoscopio che va scoperto».

Come hai appena accennato, avete riscosso un grande successo soprattutto in Oriente. Come te lo spieghi?

«Noi per loro siamo qualcosa di esotico, in Oriente ti accorgi come l’essere diverso sia veramente “diverso”. Quando cammini per Tokyo la gente si gira a guardarti, e la diversità già crea attenzione. In più siamo italiani e l’italiano all’estero ha sempre un grande successo. Solo in Italia è difficile mettere la testa fuori. In Giappone hanno più curiosità, anche nel venire a scoprirti e a scoprire la tua musica. E’ un pubblico che ha una storia diversa, hanno una cultura più effimera, un mondo diverso, quindi questa loro curiosità è perchè hanno un background culturale più limitato del nostro, però hanno l’intelligenza nel rendersene conto e di cercare di conoscere di più della nostra arte. L’arte in Oriente è rispettata, in Italia tante volte non viene valorizzata».

Da anni vivi, suoni e insegni in Francia. Credi che la scena jazz francese sia in qualche modo equiparabile a quella italiana o si muovono su binari differenti?

«Io vivo a Nizza, una città molto “sabauda”, le cose in comune con il Piemonte sono molteplici. Per quanto riguarda il jazz la Costa Azzurra è uno dei capisaldi della Francia anche perchè nel Conservatorio c’è uno dei dipartimenti jazz più grandi e longevi di Francia, perchè c’è una cultura jazz molto sviluppata. In Francia ci sono tre radio nazionali che fanno jazz 24 ore su 24 quindi la gente ha questa scelta in più mentre in Italia il jazz rimante un genere molto di nicchia».

Se italiano, vivi in Francia e ti esibisci in tutto il mondo. Questo tuo essere “figlio del mondo” quanto ha influenzato il tuo modo di concepire la musica?

«È proprio classico del musicista. Il musicista che sta a casa è un musicista che non fa il suo dovere. Il musicista è per definizione un viaggiatore, quindi nella nostra professione devi mettere in conto che devi viaggiare. Non è sempre facile soprattutto se fai tour lunghi, è stancante, non hai tempo di visitare, se non viaggi dormi… però tutta la fatica passa al momento che si apre il sipario. Chi fa il musicista deve viaggiare, sono due cose che vanno di pari passo».

E come riesci a coniugare questa vita da ‘vagabondo’ con quella di padre di famiglia?

«Mia moglie in questo periodo è molto contenta perchè sono sempre a casa. Il segreto è che lei sposando me ha sposato la causa, questo è molto importante perchè mi facilita le cose. È una persona che capisce le mie esigenze, capisce il mestiere che faccio e condivide con me questi sacrifici».

Alice Ferrero