Con Paolo Tibaldi scopriamo il significato della parola piemontese “Scapin”

Scapin: Sottopiede lavorato a maglia, soletta, pedalino in lana cucito alla calza che ricopre il piede dalla punta al calcagno, passando per la pianta.

C’è un modo di dire piemontese, una metafora, che mi ha sempre meravigliato per la combinazione tra sintesi e forza descrittiva: nen avèj fȓegg ai pé. Letteralmente significa ‘non aver freddo ai piedi’, ma in realtà comunica una serenità economica a tutto tondo, per la possibilità di potersi scaldare per tutto l’inverno. Essendo i piedi il termometro del corpo, se questi erano caldi, potevi dirti una persona benestante (ed evitare anche di essere letteralmente geloso). I rimedi per scaldare i piedi erano principalmente due, un tempo anche dispendiosi: la legna per il potagé oppure la lana che avvolgeva il piede stesso.

E così oggi parliamo dello scapin, quella sorta di sottopiede lavorato a maglia e cucito con la calza dalla punta al calcagno passando per la pianta, che garantisce al piede una protezione tale da resistere alle temperature invernali, specie all’aperto. Se è sano il piede, lo è tutto il resto del corpo; questo era il saggio presupposto. Sono vari i modi per tradurre scapin: pedule, soletta, pedalino, sottopiede; sempre di quell’oggetto si tratta. Fé o scapin, invece, significa avviarsi allo zitellaggio, sempre con grande estro narrativo piemontese.

Come nasce una parola così minuta come scapin? Pare un influsso fonetico tra scarpa, scappare e scarpinare, un fusione dei tre lemmi. A sua volta, l’origine di scarpa si fa risalire al germanico skarpo, cioè zoccolo di sostegno, lo stesso sostegno che vuol essere per il piede in nostro scapin. Il verbo scapiné, sempre piemontese, significa dunque scorrazzare di qua e di là.

Scapino, pensate, è una maschera della Commedia dell’Arte; rappresenta il servitore imbroglione, furbissimo e vigliacco: il nome di Scapino, deriva anche qui dal verbo scappare, e indica l’abitudine costante del personaggio a scegliere la fuga come soluzione più semplice e sbrigativa in ogni caso di pericolo. Molière lo prese a modello per la commedia ‘Le furberie di Scapino’ del 1671, e rinnovò il carattere della maschera, arricchendolo di una più raffinata furberia e di una fantasia inesauribile!

Paolo Tibaldi