Tre domande che dobbiamo farci nelle nostre comunità

La comunità del Seminario. Da sinistra: Alberto Costamagna (4° anno teologia), Cristiano Bellino (5°), Nicolò Bellino (2°), don Carlo Vallati, don Edoardo Olivero, Daniele Alessandro (1°), Emanuele Tibaldi (2°).

GIORNATA SEMINARIO 

Chiedere alle comunità parrocchiali delle nostre diocesi di dedicare tutti gli anni una Giornata al Seminario (domenica 31 gennaio), pregando e riflettendo, assume quest’anno un triplice concreto risvolto.

Innanzitutto non si tratta di volgere la nostra attenzione a un luogo, il Seminario, distaccato dalle nostre vite, bensì alle persone che, vivendo un particolare momento della loro vita, si stanno impegnando per corrispondere al Signore, che li sta chiamando a seguirlo nella via del ministero ordinato, mettendosi a servizio del suo corpo che è la Chiesa. Non si diventa preti, infatti, per l’autorealizzazione personale, ma per servire la Chiesa in ciò di cui essa ha bisogno. È questa la sfida interessante e sproporzionata che intraprende chi vive questo servizio.

In secondo luogo, essendo i seminaristi di oggi i preti di domani, e quindi i parroci delle comunità dove ciascuno di noi vive, la questione ci coinvolge ancora più direttamente. La comunità cristiana ha vitalmente bisogno della Parola, dei sacramenti e del ministero. Infatti, non può esserci una comunità cristiana senza la Parola, i sacramenti e un presbitero che la presiede.

Posto come punto fermo la necessità dei preti, quale impegno siamo disposti ad assumerci come comunità – visto il diminuire della loro presenza numerica sul territorio – non soltanto per sgravarli da incombenze non strettamente legate al loro ministero, ma per permettere che i molteplici carismi (di cui la comunità nelle sue membra è dotata) possano esprimersi? Che cosa invece chiediamo loro, in quanto propriamente legato al loro servizio, insostituibile, di presbiteri?

In terzo luogo, tutti siamo e dobbiamo sentirci responsabili dei seminaristi e dei preti di oggi e di domani. Se i preti sono pochi e diminuiranno ancora, con un sovraccarico di incombenze e lavoro ingestibile, quali sono i “segni dei tempi” (secondo la Gaudium et spes 4) attraverso i quali il Signore ci sta chiedendo di ascoltarlo e quindi di convertirci? Non sarà che dalla risposta non solo teorica, ma soprattutto pratica alle domande poste sopra possiamo aiutarci, preti e comunità, ciascuno nei propri ambiti non separabili ma interconnessi (“ordinati l’uno all’altro”, secondo la Lumen gentium 10), per essere oggi nel mondo la Chiesa del Signore?

Così facendo, forse, il “padrone della messe” continuerà a mandare ancora degli operai per la sua messe.

la comunità del Seminario interdiocesano di Fossano