Montagna, oltre l’industria della neve

MONTAGNA Se un modello economico ha funzionato finora non è detto che funzionerà per sempre. È questo il messaggio che il Club Alpino Italiano (CAI) affida al nuovo numero di Montagne360, la rivista del CAI.

Riscaldamento globale e pandemia costringono a ripensare un’industria, quella della neve, sotto un’altra lente di lettura. E questo vale anche per le montagne cuneesi. Quest’anno, infatti, è scesa molta neve ma a causa della pandemia le piste da sci sono rimaste vuote. Un disastro per gli imprenditori, certo, ma anche un’occasione per ripensare il turismo della neve. «Abbiamo elaborato un documento che offre puntuali proposte sul come la montagna, le sue popolazioni e i suoi frequentatori dovrebbero orientare scelte virtuose in un’ottica ambientale e di vivibilità, senza dover drenare ulteriormente denaro pubblico e risorse naturali» precisa a Gazzetta e nel suo editoriale il presidente del CAI Vincenzo Torti.

A quali “drenaggi” fa riferimento Torti? Il primo è quello relativo alla neve artificiale: è ormai assodato, infatti, come le precipitazioni nevose si stiano diradando e si spostino a quote più elevate. Ne consegue un uso massiccio dell’innevamento artificiale, con un inevitabile aumento dello sfruttamento idrico, tanto da far dire all’alpinista Hervé Barmasse che «l’errore più grave è stato pensare che creare artificialmente la neve fosse la soluzione definitiva e non transitoria del problema». Insomma, affidarsi unicamente alla neve per far girare l’economia turistica di montagna non solo non funziona più ma è anche controproducente.

E poi c’è la questione infrastrutturale: per fidelizzare la clientela e raggiungere economie di scala, spesso vengono presentati progetti di espansione e interconnessione funiviaria che insistono su aree fragili e di particolare pregio. Certo, come fa notare il CAI, la diffusione della pratica da sci ha favorito le attività economiche delle aree montane, tuttavia un modello basato sulla monocultura è andato in sofferenza, se non fosse per le continue iniezioni di risorse pubbliche.

Che fare? La risposta sta nel “turismo dolce” le cui attività hanno dimostrato il più alto grado di resilienza in questi tempi di crisi e sulla diversificazione per soddisfare le esigenze anche di chi va in montagna per vivere altre attività outdoor diverse dalla pista da sci. «Va cambiata l’offerta, ripensata la gestione delle infrastrutture pubbliche, nuove forme del commercio dei prodotti locali. Inoltre, va investito denaro nella creazione di aree protette e parchi sul modello americano, dove la gestione dell’afflusso turistico è basata sul rispetto del territorio e il mantenimento degli habitat naturali» aggiunge Barmasse.

Lentezza, sostenibilità, il concetto stesso del viverla e abitarla: queste sono le idee che il CAI propone per far ripartire la montagna e il suo turismo, in contrapposizione al turismo selvaggio e a tutti i costi. “Sono oltre 300 gli impianti abbandonati e il numero dei frequentatori dei comprensori sciistici è stagnante. Sarebbe veramente assurdo proseguire in una direzione che, da qualsivoglia punto di vista, appare destinata all’insuccesso, oltre a creare danno all’ambiente» conclude Torti.

Come cambierà il turismo sulle montagne del cuneese? E quali sono le iniziative messe in campo dalla Regione Piemonte? Gazzetta lo ha chiesto a Fabio Carosso, vicepresidente della Regione con delega allo Sviluppo della Montagna.

Carosso, qual è il suo punto di vista rispetto a ciò che dice il Cai?
«Le montagne sono di tutti e noi come Regione dobbiamo pensare a tutti, senza distinguere tra chi fa sport estremi e chi va a fare una semplice passeggiata. In questo senso, non dobbiamo
precludere alcuna attività e infatti lo stiamo dimostrando: i nostri interventi non hanno riguardato solamente le piste da sci ma anche i rifugi, le strutture ricettive e le attività commerciali di
prodotti locali. Inoltre, abbiamo preparato un bando rivolto agli under 45 per l’insediamento di nuove attività o per chi vuole trasferirsi a vivere in montagna. Su questo il Cai può essere il
partner ideale».

È vero, secondo Lei, che si spendono troppi soldi per l’innevamento artificiale?
«Noi spendiamo molto per la montagna e, numeri alla mano, la voce relativa all’innevamento artificiale è una delle voci minori. Abbiamo investito 16 milioni di euro per le indennità di insediamento, per sostenere quindi il ripopolamento delle valli, spendiamo 8-9 milioni per la gestione dei boschi e a conti fatti ne spendiamo meno di tre per l’innevamento. Ripeto, la montagna non è solo alpinismo: dietro le piste da sci ci sono famiglie di lavoratori, bar, ristoranti. Con i nostri investimenti pensiamo anche a queste famiglie, a chi in montagna ci vive tutto l’anno e per loro, a titolo esemplificativo, dobbiamo anche investire nei collegamenti e nella manutenzione delle strade. Io ho grande rispetto per chi ama la natura incontaminata ma noi siamo la Regione e quindi, come detto all’inizio, dobbiamo pensare a tutti».

Maurizio Bongioanni