La cultura al tempo del Covid: è crisi per i negozi di dischi

BRA Tra le attività che in questi mesi stanno insorgendo tra chiusure forzate e stop apparentemente immotivati vi sono i negozi di dischi, categoria forse meno “appariscente” rispetto ad altre, ma che nel tempo ha dovuto assorbire batoste che vanno ben oltre la crisi Covid.

A lanciare l’amaro grido d’allarme è Maurizio Marino, stimato giornalista musicale, cultore del vinile raro, nonché titolare del Cuordivinile Record Shop in Via Cuneo a Bra.

«Cosa ci lascia l’amaro in bocca – afferma Maurizio – è l’incredibile “disparità di trattamento” cui siamo sottoposti: in piena pandemia, dopo più di un anno di restrizioni e di chiusure imposte, i dischi continuano a non essere considerati prodotti culturali, a differenza dei libri. Mentre i negozi di dischi in zona rossa sono insensatamente chiusi (piccoli negozi dove peraltro non ci sono mai stati assembramenti e si sono sempre rispettate tutte le regole di utilizzo delle mascherine, di distanziamento e di igienizzazione), le librerie e le edicole rimangono invece aperte, e addirittura importanti catene commerciali in ambito elettronico/tecnologico ma anche librario vendono liberamente dischi e cd, quando secondo il decreto sarebbero tenute a delimitare quei prodotti con il nastro e ad impedirne la vendita».

La domanda dunque è: «Forse lì ci si contagia di meno? Si tratta insomma di un decreto fatto apposta per far chiudere definitivamente i negozi di dischi che, pur con grandi difficoltà, erano tornati ad aprire negli ultimi 10 anni?».

Una situazione drammatica che il titolare di Cuordivinile sottolinea affidandosi a freddi numeri «Ricordiamo che nelle “zone rosse” (di cui il Piemonte ha fatto parte e fa parte attualmente, con prospettive tutt’altro che incoraggianti anche per le prossime settimane), tra il 2020 e il 2021, i negozi di dischi sono stati sottoposti a una chiusura forzata di ben 200 giorni, oltretutto mitigata da bonus e ristori a dir poco irrisori o addirittura inesistenti, che non hanno consentito di coprire neppure una piccola parte delle numerose spese vive (affitti, utenze, spese condominiali, tasse sui rifiuti, tasse sulla pubblicità etc.), che ogni attività commerciale ha costantemente a carico, indipendentemente dal fatto se sia aperta o chiusa».

«Va anche segnalato, – sottolinea Murizio – come praticamente nessun negozio di dischi possa beneficiare del recente “decreto sostegni”, visto che raggiungere perdite di fatturato di almeno il 30% avrebbe significato non lavorare del tutto, mentre noi negozianti, nei mesi di apertura e grazie alle vendite on-line, abbiamo cercato di “tirare al massimo”, di limitare le perdite e di aumentare i fatturati giusto per cercare di pareggiare i conti. Ed ora, con le nuove restrizioni, il Governo ci impone di chiudere senza offrirci neppure un centesimo di ristoro per questa completa mancanza di attività».

Quindi una serie di proposte avanzate da questi piccoli scrigni di cultura (anche se il Governo pare non considerarli tali) per cercare di sensibilizzare chi è al potere ma soprattutto cercare di portare un po’ di ossigeno a questa preziosa categoria.

«Pur non essendo organizzati formalmente come associazione di categoria e pur non avendo un sindacato di riferimento, noi negozianti di dischi siamo tutti in stretto contatto e in questi mesi abbiamo portato avanti varie azioni di sensibilizzazione sul tema. I 3 elementi essenziali che vorremmo portare all’attenzione del Ministro della Cultura Franceschini e dei Presidenti delle Regioni (che dovrebbero essere particolarmente attenti alle piccole attività commerciali, che sono tessuto fondante dei Comuni) sono i seguenti: 1) non richiediamo bonus a fondo perduto ma la possibilità di lavorare ed essere regolarmente aperti al pubblico così come i nostri concorrenti, ovviamente nel rispetto di tutte le norme di sicurezza; 2) richiediamo la possibilità di offrire il servizio di “asporto” per i clienti. Non riusciamo davvero a capire dove risiederebbe il pericolo nel far entrare un cliente per il tempo del ritiro di un disco, quando invece bar ed altre attività, che sono libere di offrire ai loro clienti caffé e bevande da asporto, sono costantemente affollati, nelle immediate vicinanze, di persone che si intrattengono per molto tempo a bere e a fumare ovviamente senza mascherina, senza distanziamento e nel più completo spregio delle norme in vigore; 3) i libri beneficiano della tassazione IVA agevolata al 4%, i dischi continuano ad essere sottoposti a una gravosa tassazione IVA al 22%. Chiediamo che anche i dischi vengano elevati, come in molti Paesi esteri, al rango di prodotti culturali, e tassati al 4%. Questo consentirebbe una ripresa per tutto il settore, particolarmente “dimenticato” dalle autorità e dall’opinione pubblica».

Alice Ferrero

 

Alcune immagini del punto vendita “Cuordivinile Record Shop” a Bra