Per il vino non diamo la colpa alla pandemia: abbiamo perso il senso della misura e del limite

LETTERA AL GIORNALE Dopo aver lasciato decantare le recenti polemiche su alcuni vergognosi prezzi del Barolo, vorrei fare alcune considerazioni sulla poco edificante situazione. Per cominciare, non sono d’accordo sulle critiche, anche personali, non meritate sul presidente del consorzio Matteo Ascheri, persona seria ed equilibrata.

Prima dell’ultima vendemmia Ascheri, valutando le facilmente ipotizzabili difficoltà del mercato per la situazione contingente, aveva proposto di ridurre le rese in subordine, o almeno di fare una riserva vendemmiale per limitare le probabili conseguenze sui prezzi di uva e vino (anche delle annate precedenti). Tali sensate proposte sono state bocciate dalla maggioranza dei soci, e quindi la responsabilità è degli associati che sono quelli che determinano la strategia del consorzio.

La produzione di Barolo è triplicata rispetto all’inizio della denominazione, non così la sua promozione.

La fama del Barolo (e il discorso vale anche per il Barbaresco) è sopravvissuta negli anni ‘50 e ’60 grazie ad alcuni, pochi, padri nobili di questi vini che hanno tenuto duro nonostante le difficoltà del mercato che non riconosceva e pagava la qualità, hanno concorso alla stesura delle regole di produzione di questo vino e questo ha permesso a un più grande numero di produttori che si sono aggiunti negli anni successivi di raggiungere e consolidare il successo internazionale di questo vino a partire dagli anni ’90.
Il successo commerciale ed economico hanno fatto perdere il senso della misura e del limite a molti, con impianti di sempre nuovi vigneti, dimenticando che la resa di 80 quintali a ettaro non è fissa e da raggiungere sempre, ma è la massima possibile, che i superi del 20% sono stati previsti per annate rare ed eccezionali che la natura a volte riserva, e non la regola da sfruttare tutti gli anni.

Mio fratello Beppe, uno degli scrittori negli anni ’60 dei disciplinari dei vini delle Langhe e quindi anche del Barolo, non saliva più con il consueto piacere sulle sue amate colline, a cui aveva dedicato passione, intelligenza e capacità nel salvaguardarle e valorizzarle, per non vedere le ferite di sempre nuovi impianti, spesso non in posizioni particolarmente vocate, per poi ritornare in cantina concludendo amaramente: «Continuiamo così e presto ne pagheremo le conseguenze». Evidentemente aveva ragione.
Ora non diamo la colpa alla pandemia che ha solo accentuato ed evidenziato il problema, non si può pensare di triplicare la produzione rispetto all’inizio della denominazione, senza fare una seria, continua e costosa attività di promozione per consolidare il mercato di qualità, remunerazione e adeguata immagine e non limitarsi a vendere lo sfuso a qualcuno che lo rivenderà in qualche modo, magari agli Hard discount, tedeschi o italiani.

C’è da augurarsi che questa esperienza ci insegni a lavorare con maggior prudenza e lungimiranza e con meno presunzione, per raggiungere un’auspicabile equilibrio tra produzione e mercato e la posizione di questo grande vino, per alcuni versi unico, al livello che merita.

Tino Colla