Don Lisa fa 90 anni: i poveri sono la via più corta verso Dio

DA CERESOLE AL BRASILE «Cari amici, vi farà piacere il sentirvi inseriti in una più grande cerchia di amici, con cui vi sto collegando, grazie non alla mia persona, ma piuttosto a causa dei poveri e della solidarietà. Quando ciascuno di noi pensa ai poveri, finisce per incontrarsi con tutti. I poveri sono la via più corta per arrivare agli altri e perfino a Dio». Così il 2 dicembre 1991 don Giovanni Lisa scriveva in una lettera.

E continuava: «Spesso ci abituiamo a considerare la povertà, l’ingiustizia, la disgrazia come se fossero solo un fatto naturale… Anche in Europa è così. Il drogato, il malato di Aids, la gente di colore sono una specie di tumore della società. Si prendono i provvedimenti adeguati. Quasi tutti concordano. La parte è sacrificata al tutto. È un processo naturale… certi individui non sono già nati così? Non sappiamo vedere la frana sociale e politica, che sta dentro quella naturale». A Ceresole, dove don Lisa nasce (17-06-1931), la sua adolescenza è segnata dall’immagine di giovani partigiani impiccati in piazza dai nazifascisti. Trauma mai dimenticato.

Don Giovanni Lisa nella festa per i suoi sessant’anni di ordinazione.

Divenuto prete nel Seminario di Alba, consolidò la sua ricerca all’Università cattolica di Milano, dove costruì una fitta rete di amicizie tra compagni e docenti. In diocesi ricevette l’incarico di animare il Seminario: lavorò per una comunità integrale, responsabile e missionaria. Scrisse Battista Galvagno ricordando quel tempo: «In occasione della morte per leucemia di un compagno di liceo, Giovanni Roggero, nel 1968, evento che ci sconvolse, don Lisa, responsabile della comunità ci aiutò a leggerlo in chiave di fede e ci suggerì questo impegno: “Promettiamo di lottare con tutte le nostre forze contro la superficialità e l’egoismo”. La comunità dei chierici era chiamata Domus e Comunità-Nazareth. Fu bloccata questa esperienza e da un giorno all’altro a don Lisa fu comunicato di consegnare le chiavi e il mandato di parroco a Pollenzo». Nelle motivazioni della cittadinanza onoraria di Bra, si dice di lui: «Fu punto di riferimento, in un momento di difficoltà istituzionali e sociali per credenti e non credenti in ricerca, favorendo una sinergia di forze che potessero operare anche all’interno della frazione».
Nel 1977 incomincia la sua nuova missione a Teofilo Otoni in Brasile. Ha aperto centri di accoglienza e soprattutto un centro innovativo di formazione Apj (Aprender produzir juntos – Imparare e produrre insieme): una sigla che racchiude impegno, partecipazione, responsabilità e sviluppo in un autentico programma di promozione umana.

Ecco come in una lettera descriveva le sue giornate in Brasile: «Passo molto tempo in piccole cose e a volte in cose molte grandi. Dio voglia che anche le piccole cose siano grandi… È una situazione invidiabile la mia, perché mi costringe a non essere più padrone del mio tempo; i poveri me lo rubano tutto. Ma in realtà le cose non vanno così bene dentro di me, perché mi manca la pazienza e questo mi avvisa che sono ancora ben distante dall’essere libero di me stesso. Tutti questi lavori che ho citato mi appassionano moltissimo. Inoltre ho degli amici e altri meno amici che mi lodano o mi criticano dicendo che faccio politica. Ma questo è abbastanza difficile da definire. Per me, come prete, fare politica non è una nuova attività che si aggiunge alle altre già fatte. Anche la recita del Padre nostro è un atto politico. Cerco di essere politico come ogni essere umano e cristiano deve esserlo».
Prima delle cinque del mattino, l’ho visto in preghiera nella piccola cappella. Lì traeva la sua forza creativa, dirompente e umanissima. Ho compreso meglio queste sue parole: «Vedere Dio è difficile, ma il povero che si vede un giorno ci chiederà se in lui abbiamo scoperto Dio che non si vede. Non c’è Dio fuori del povero, lui è luogo della rivelazione di Dio. Tutto è segno di Dio (fiori, montagne, la Messa, la Chiesa…), ma se tutto questo non ci porta a scoprire che Dio sta là, anche la religione non serve a niente. Il vero ateo è colui che non incontra Dio nel povero».

Ora è fragile, senza voce. Seguito con affetto da Paolo e Renata e da molti amici, continua a essere un testimone, un profeta coraggioso, amato dalla povera gente, immagine di una Chiesa dal volto rinnovato dalle sofferenze condivise con lo sguardo inquieto volto a un futuro di fratelli e sorelle tutti, con la passione di accogliere senza giudicare, sempre “Diocesi senza frontiere”.
Auguri, don Lisa, per i tuoi 90 anni da tutti e tutte noi!

Gino Chiesa