I braccianti agricoli ad Alba non hanno un tetto per dormire

MIGRANTI Il salone che in via Pola accoglie i migranti in cerca di casa è chiuso da giovedì 15 luglio, anche perché il centro di prima accoglienza si prepara a fermarsi per il mese di agosto, come ogni anno. Una decina di giorni fa accoglieva almeno venticinque lavoratori stagionali, reclutati come manodopera nelle vigne di Langhe e Roero, senza che i datori di lavoro si preoccupassero in alcun modo di fornire loro un luogo in cui dormire e vivere. Per questo, avevano bussato alle porte della Caritas, dove un episodio analogo si era verificato lo scorso autunno. La scorsa settimana, a fronte della notizia della chiusura del salone, la maggior parte se ne sono andati, forse perché in diversi casi avevano già terminato di lavorare.

Ma c’è chi è  rimasto, per svariati motivi. Domenica 18, al mattino, in uno dei cortili del complesso, sotto a un porticato, sono in quattro. Alle loro spalle, l’accampamento improvvisato in cui dormono da giorni, con i materassi spostati dall’interno all’esterno. Dicono di essere almeno in dieci, ma che gli altri in quel momento sono fuori. «Nei giorni scorsi, diversi ragazzi sono andati via, non so dove. So che alcuni sono andati a Cuneo», dice uno di loro. «Io sono rimasto perché sto ancora lavorando in vigna, almeno per una settimana. In questi giorni dovrei andare a Canale, dove forse mi daranno anche un posto in cui dormire. Lo spero tanto, perché così non va bene». Un altro ragazzo tira fuori dalla tasca il cellulare: «Questo è il mio contratto: ho lavoro fino al 31 dicembre». Non mente: il datore è una cooperativa e il contratto è a tempo determinato, con scadenza a fine anno. Alla voce domicilio, spicca il nome di una via di Alba che non ha nulla a che vedere con via Pola. Fatto notare il dettaglio al ragazzo, solleva le spalle: «Non so niente di queste cose». In fondo, per loro, l’unica cosa che conta è lavorare. Le leggi, le condizioni e i diritti rischiano di passare in secondo piano.

Nel piccolo gruppo, un altro ragazzo interviene. A quanto pare non lavora più, anche se non è molto chiaro sul tema: «Vorrei rimanere ad Alba: qui ci sono buone occasioni di lavoro», dice. Forse pensa alla vendemmia, ma è quasi un controsenso parlare di occasioni quando dormi su un materasso per terra, sotto a un portico. Di fronte all’idea che il centro ad agosto chiuderà e che potrebbe non poter nemmeno più contare su quello spazio riparato, si guardano attorno. E poi indicano la strada. Il ragazzo che spera di trovare una sistemazione a Canale aggiunge: «Se ci fosse un posto disponibile, saremmo d’accordo a pagare una piccola quota al giorno. Ma qui gli affitti sono troppo cari. E, soprattutto, chi affitta a noi?». Gli altri non parlano e annuiscono.

Il tema degli stagionali arriva in Comune

La questione dei lavoratori stagionali è uscita da via Pola ed è arrivata in Comune. Come annunciato dall’assessore ai servizi sociali Elisa Boschiazzo, è stato avviato un tavolo di confronto ristretto con i diversi enti coinvolti, a cadenza settimanale, ogni martedì. Nel frattempo, il tema è stato affrontato nella quarta commissione consiliare della scorsa settimana. Su richiesta dell’opposizione di Uniti per Alba, l’assessore ha cercato di fare chiarezza, a partire dalle modalità con le quali il Comune pensa di affrontare la situazione, anche alla luce di un’eventuale aumento degli stagionali nel periodo autunnale. «Come Comune, ci assumiamo la responsabilità di gestire l’accoglienza in autunno», ha detto Boschiazzo. Si pensa ai moduli abitativi acquistati grazie ai fondi ministeriali, «che però non potranno accogliere la totalità delle persone». E soprattutto rimane un aspetto fondamentale da risolvere: identificare il luogo in cui posizionarli. «Avevamo pensato a via Pola, perché sono già presenti le docce e il tutto sarebbe più semplice da gestire. Ma la Caritas si è detta contraria a questa ipotesi: ci stiamo lavorando e stiamo pensando a una serie di alternativa».

Alcuni migranti in via Pola, prima della chiusura del centro di prima accoglienza.

Sembra quindi esclusa l’ipotesi di piazza Prunotto, «un luogo poco consono». E soprattutto è chiaro che i moduli non saranno una soluzione per l’immediato. «Parliamo di un tema molto complesso e nuovo per noi. Sono stufa di assistere a continui rimbalzi mediatici su una questione del genere, quando al Comune ci si rivolge solo per pretendere fondi: ho chiesto la trasparenza, perché non accetto di essere l’unica a non sapere su ciò che accade», ha poi aggiunto Boshiazzo.

E la dose è stata rincarata dall’assessore al turismo Emanuele Bolla: «Il problema c’è e va affrontato, come l’assessore Boschiazzo sta facendo. Ma parliamo di venti persone di fronte a un comparto vitivinicolo di Langhe e Roero in cui la stragrande maggioranza delle aziende lavorano secondo la legge, in modo encomiabile. Non possiamo parlare di emergenza ed è chiaro che anche i giornali sono chiamati a trattare il tema senza esasperarlo». Come se un problema possa essere considerato grave solo in presenza di certe cifre. O come se descrivere la realtà corrisponda a esasperarla, anche se è ben visibile a tutti. Esternazioni, quelle della maggioranza, a cui hanno risposto i consigliere di Uniti per Alba: «Ci stupisce che l’assessore dica di non essere informata sui fatti, soprattutto di fronte all’impegno del Comune di Alba di voler giocare un ruolo importante di fronte a questo fenomeno», hanno detto Fabio Tripaldi e Gigi Garassino.

Il mondo agricolo invita a non generalizzare

Chiamate a più riprese a esprimersi sul tema, le associazioni di categoria del comparto agricolo sono state convocate in Comune per la riunione di domani. Nei mesi scorsi, insieme al consorzio per la tutela del Barolo e Confcooperative, le sezioni cuneesi di Confagricoltura, Coldiretti e Cia (Confederazione italiana agricoltori) hanno siglato un protocollo che impegna le cooperative “senza terra” a garantire l’accoglienza per i lavoratori che assumono e che poi lavoreranno in vigna per le aziende che si rivolgono a loro. Un passo in avanti importante, ma il cui il limite è rappresentato dal fatto che il protocollo riguarda solo le cooperative aderenti a Confcooperative, di fronte a una marea di realtà diverse, che magari si muovono tra il nero e il grigio.

Dal canto loro, le associazioni non negano il problema, ma esprimono chiaramente l’intenzione di ricondurlo entro certi limiti. Cesare Gilli, segretario di Coldiretti Alba: «Nel 55 per cento dei casi, i lavoratori vengono assunti direttamente dalle aziende e quindi il problema non si pone, dal momento che sono gli imprenditori a farsi carico dell’accoglienza. Se ci si rivolge alle cooperative, abbiamo sviluppato un protocollo univoco, che prevede che siano le stesse cooperative a farsi carico dell’alloggio». Ma come mai questo non accade sempre? «È evidente che il punto fondamentale è rivolgersi solo alle cooperative aderenti al protocollo. Ma, se ci sono aziende che scelgono di fare diversamente, si tratta di comportamenti non difendibili, lontani anni luce dall’etica del lavoro che portiamo avanti. E in più sono controproducenti per le stesse aziende».

Lo ribadisce Igor Varrone, direttore della Cia Cuneo: «È chiaro che, se tutti gli stagionali accolti in via Pola lavorano o hanno lavorato tra le vigne dell’Albese, sono una parte minima rispetto ai 13mila addetti del settore. Questo per dire che non si può generalizzare, rischiando di causare un danno d’immagine non da poco: abbiamo oltre il 95 per cento di aziende che si comportano nel miglior modo possibile e che considerano i lavoratori una risorsa, a fronte di una quota inferiore al 3 per cento di realtà che rischiano grosso, al di fuori di ogni logica». Aggiunge Varrone: «Di fronte a questi numeri, è evidente che non si può in alcun modo parlare di emergenza, perché il problema non c’è, se riferito all’agricoltura. La questione che invece c’è e sta degenerando è quella dell’arrivo sul territorio di persone che poi rischiano di non trovare lavoro. Ma si tratta di un tema di ordine sociale, che va affrontato dagli enti competenti e che non può ricadere sul nostro comparto».

Francesca Pinaffo