Le relazioni del Festival bliblico

ALBA Dal 5 al 9 luglio, anche in Alba si è celebrato il 17° Festival biblico, iniziato a giugno nelle diocesi del Triveneto e con una propaggine albese in luglio.

A partire dal tema “Siete tutti fratelli”, ispirato all’enciclica di papa Francesco Fratelli tutti, si sono susseguite le relazioni di Battista Galvagno il 5 luglio, quella di Carlo Petrini il 7 e quella di Giancarlo Bruni l’8 luglio. Infine il 9 ha chiuso Piermario Mignone con la proiezione e discussione sul film Il figlio dell’altra di Lorraine Lévy.

A promuovere il Festival biblico in Alba sono stati il Centro culturale San Paolo e la diocesi albese.

Diamo di seguito le relazioni di Battista Galvagno e Giancarlo Bruni, mentre di quella di Carlo Petrini c’è la registrazione audio.


La fratellanza: il sogno di Dio sull’umanità

di Battista Galvagno
Premessa

  Non farò una introduzione-riassunto della Fratelli tutti: non avrebbe senso, a distanza di quasi un anno, da quel 3 ottobre 2020, quando Papa Francesco la firmò, sulla tomba di San Francesco ad Assisi. Molti di voi avranno certo letto il testo o le parti più belle e stimolanti di esso.

Proverò a fare come una guida turistica che accompagna un gruppo a visitare una mostra di pittura. Una brava guida fa una introduzione sull’autore, sul suo stile, sul messaggio trasmesso, poi, all’interno non si ferma a commentare tutti i dipinti, ma propone un itinerario, richiamando l’attenzione su alcune opere che reputa più importanti. Nessun problema se molti hanno già visto da soli la mostra. Anzi, la speranza è che si torni nella mostra per analizzare con calma tutte le opere, tanto più che qui l’ingresso è gratis!

Battista Galvagno

INTRODUZIONE. Mi sento esonerato dal compito di spiegare chi è l’autore, ossia Papa Francesco.

  1. La fratellanza è stata il primo tema al quale Papa Francesco ha fatto riferimento, all’inizio al suo Pontificato, quando ha chinato la testa davanti alla gente radunata in piazza San Pietro. Lì, dopo aver definito la relazione vescovo-popolo come «cammino di fratellanza», ha espresso questo desiderio: «Preghiamo sempre per noi, l’uno per l’altro. Preghiamo per tutto il mondo, perché ci sia una grande fratellanza». Concetto ribadito il 27 marzo 2020, in piena pandemia, in una piazza San Pietro deserta: “Nessuno si salva da solo”. In un certo senso, questa è la sintesi della Fratelli tutti. La fraternità va esercitata preferibilmente là dove viene quotidianamente negata nonostante il bisogno massimo di essa, ossia nelle “terre di frontiera”: proprio le terre che Papa Francesco ha scelto di visitare personalmente: da Lampedusa alle Filippine, da Bangui a Mosul, dal Brasile a Cuba, dal Muro del pianto alla frontiera con i territori palestinesi, da Auschwitz ad Hiroshima all’Iraq dove è avvenuto il memorabile incontro con Al Sistani. Per non parlare del sogno di un prossimo viaggio in Libano! Possiamo dire che questa enciclica Papa Francesco l’aveva in mente già al momento dell’elezione pontificale.
  2. Lo stile espositivo. Come in altri scritti, anche in questa enciclica il Papa sembra ripetersi: in realtà ogni volta raccoglie e ricapitola quanto detto in precedenza, da lui o da altri (circa il 40% del testo è costituito da citazioni!): riprende quanto già detto e fa un nuovo passo in avanti. È lo stile del “pensiero incompleto”, di Romano Guardini: l’approccio alla verità generalmente non avviene tutto d’un colpo, ma passo dopo passo[1]. L’importante è avviare processi.
  3. Per capire un testo occorre infine tenere conto del registro linguistico. Noi sappiamo che quando si comunica è essenziale scegliere il tono giusto rispetto al fine che si vuole raggiungere. Papa Francesco non è interessato a fare audience, scatenando emozioni a pelle, né a dare ordini. Non fa nemmeno il professore che indulge a lunghi ragionamenti filosofici o teologici. Egli parla al cuore, sforzandosi di trasmettere, in tono colloquiale, il “sentire cristiano”. Per capire cosa significa, pensiamo a Paolo nella Lettera ai Filippesi. Ad una comunità che stava facendo fatica dà questa indicazione: “Abbiate in voi lo stesso sentire di Cristo Gesù…”. La fratellanza è prima di tutto un “sentire” profondo: il “sentire” del samaritano-Gesù che illumina il nostro procedere nella storia. La fratellanza è come una “luce gentile”[2] che illumina il nostro cammino.

Cos’è la fratellanza? L’enciclica è come una “mostra” a tema. Cominciamo ad enunciarlo. Consideriamo le diverse modalità in cui gli uomini possono rapportarsi tra loro. Nel testo ne troviamo cinque. Gli uomini possono vivere come:

  • nemici che cercano di eliminarsi a vicenda (n. 6)[3],
  • indifferenti alla presenza dell’altro (n. 6. 73-74),
  • soci che hanno capito che i propri interessi si curano meglio insieme (n. 101-102),
  • fratelli che generosamente collaborano alla realizzazione di un progetto comune,
  • persone che si amano fino a dare la vita per gli altri (Gv 15,13-14).

La fratellanza è un dato di fatto: fratelli si nasce, ma non basta: da Caino e Abele in poi, bisogna imparare a vivere come fratelli.

La fratellanza è diversa dalla solidarietà: questa, come ha spiegato Paolo ai Corinzi (2 Cor 8,13), cerca di rendere uguali, di colmare le disuguaglianze; la fratellanza invece sancisce il diritto di crescere come persone diverse, combinato con il dovere di mettere questa diversità a servizio del bene comune. “La fraternità è capacità di unirsi e lavorare insieme verso un orizzonte di possibilità condiviso. Consente alle persone di agire come un corpo unico nonostante i diversi punti di vista, la distanza fisica e l’io umano”[4]. Il diritto di essere diversi vale anche per le religioni, come teorizzato nel Documento sulla Fratellanza umana. Come vedremo, anche le religioni sono chiamate a collaborare per salvare il mondo.

Senza fratellanza, nessuna società sta in piedi. Libertà, uguaglianza e fratellanza possono essere paragonate alle tre gambe di un tavolino. Non sta in piedi se ne manca una! La fratellanza è stata troppo a lungo ignorata: ecco la debolezza della nostra democrazia! Invece “La fraternità ha qualcosa di positivo da offrire alla libertà e all’uguaglianza” (103). Aiuta a “tenere in piedi” l’intera società attraverso “l’amicizia sociale che non esclude nessuno” (94).

Detto questo, entriamo nell’enciclica.  Immaginiamo che gli otto capitoli siano altrettante sale.

Sala 1: Un mondo al buio. In questa sala troviamo una serie di quadri inquietanti, come evidenziato dal titolo del capitolo: “Le ombre di un mondo chiuso”. È il mondo visto con gli occhi del 27 marzo, giorno del messaggio di Papa Francesco ad una piazza San Pietro deserta. Ma perché partire dall’analisi della realtà?

  1. Perché è il punto di partenza di un cammino spirituale serio. Lo chiede S. Ignazio a chi inizia il cammino degli esercizi spirituali: uno sguardo prolungato sulla realtà fuori e dentro di sé. Per andare lontano occorre avere chiara la posizione di partenza e il terreno su cui muoversi Qui scopriamo i fondamenti della spiritualità di Francesco, che prende sempre le mosse da uno sguardo attento alla realtà del mondo che ci circonda. Non possiamo disinteressarci del mondo perché “Prenderci cura del mondo che ci circonda è prenderci cura di noi” (17).
  2. L’altra sollecitazione a partire dall’analisi della realtà viene dalla pandemia di Covid-19 che avrebbe dovuto suggerirci che: “siamo tutti sulla stessa barca”, per di più in un mare in tempesta; per cui non ha senso illudersi di poter vivere sani in un mondo malato. “Nel momento attuale vedo l’ora della verità… Stiamo vivendo un momento di prova. Le priorità e gli stili di vita vengono messi in discussione”[5].

Ecco allora l’attenzione ad “alcune tendenze del mondo attuale che ostacolano lo sviluppo della fraternità” (n. 9) o la negano del tutto:

  • La crescente debolezza della politica e delle istituzioni internazionali: al mondo manca una guida autorevole e fidata: è in crisi anche l’ONU, nato per essere questa guida super partes.
  • Il liberismo senza regole, ossia la sottomissione della politica all’economia. Questa imperversa e genera la “cultura dello scarto” (n. 18): persone, piccole imprese, interi stati sono considerati insignificanti e messi ai margini.
  • Il ritorno dei populismi nazionalistici, chiusi ed aggressivi.
  • La mancata gestione dei flussi migratori: non ci si rende conto che nello squilibrio che si è generato nel mondo, fermarli è impossibile; subirli è come essere investiti impreparati da un’alluvione! L’unica strada percorribile è trovare il modo di gestirli (n. 37-41).
  • La diffusione dei mezzi di comunicazione che ha sì eliminato le distanze, ma ha generato divisione e intolleranza, creando “L’illusione della comunicazione” (n. 42).
  • Da ultimo, le forme macroscopiche di negazione della fratellanza: le disuguaglianze economiche, la guerra, la pena di morte, i conflitti tra le religioni.

Papa Francesco individua poi alcuni casi specifici di negazione della fratellanza: il calo della natalità e l’abbandono degli anziani (n. 19), l’esclusione delle donne (n. 23), il ritorno della schiavitù (n. 24), la cultura dei muri (n. 27), la crescita delle mafie (n. 28).

È uno scenario a tinte fosche, quasi da incubo. Per uscirne dobbiamo passare dall’incubo al sogno: ritornare a sognare insieme per “immaginare il possibile”. È quanto ci viene suggerito nei restanti sette capitoli dell’enciclica.

Sala 2. Il sogno, ossia il “ritratto” vivente della fratellanza: per tornare a credere nella fratellanza dobbiamo “vederla” in atto. Papa Francesco ci invita a guardare al vangelo, al buon samaritano della parabola omonima, capace di “farsi prossimo” di chi, per la cultura del tempo non era tale.  Scrive Francesco: «Questa parabola è un’icona illuminante, capace di mettere in evidenza l’opzione di fondo che abbiamo bisogno di compiere per ricostruire questo mondo che ci dà pena. Davanti a tanto dolore, a tante ferite, l’unica via di uscita è essere come il buon samaritano. Ogni altra scelta conduce o dalla parte dei briganti oppure da quella di coloro che passano accanto senza avere compassione del dolore dell’uomo ferito lungo la strada. … Non c’è più distinzione tra abitante della Giudea e abitante della Samaria, non c’è sacerdote né commerciante; semplicemente ci sono due tipi di persone: quelle che si fanno carico del dolore e quelle che passano a distanza; quelle che si chinano riconoscendo l’uomo caduto e quelle che distolgono lo sguardo e affrettano il passo» (67 e 70).

Non mi fermo oltre in questa sala, perché ad essa sarà dedicata la conferenza di Padre Giancarlo Bruni. 

  Chiariamo invece il prosieguo del percorso. Per tradurre in pratica la fratellanza o per ripristinarla Papa Francesco ci chiede di: ripensare l’uomo (cap. 3), i flussi migratori (cap. 4), la politica (cap. 5), il dialogo (cap. 6), la società (cap. 7), le relazioni tra le religioni (cap. 8). 

Sala 3. L’uomo è una relazione aperta.

  “La vita sussiste dove c’è legame, comunione, fratellanza… Non c’è vita dove si ha la pretesa di appartenere solo a se stessi e di vivere come isole” (87). La vita è relazione. Dopo quella del poliedro, dell’Evangelii gaudium, l’antropologia di Papa Francesco si completa con un’immagine nuova: la vita è una relazione a spirale[6].  La spirale della fraternità richiama alla mente la spirale del DNA: noi esistiamo grazie all’incontro e all’intreccio tra due filamenti di DNA. Poi siamo cresciuti grazie alle relazioni con altre persone, che fin dalla nascita ci hanno garantito cibo e calore umano, ci hanno resi capaci di parlare, camminare, pensare (89). Ma la logica della spirale non si ferma: dalla famiglia si allarga alla società, fino a quel legame definito significativamente “amicizia sociale” (94). Noi siamo vivi finché siamo capaci di entrare in relazione con gli altri e con l’ambiente. Entrare nella logica della spirale della fraternità significa imparare a lavorare insieme, mettendo la propria diversità a servizio del progetto comune, del bene comune: in tante forme, dalla solidarietà individuale al welfare state alle relazioni internazionali. Questo rende prezioso e insostituibile ogni apporto.

Quando la spirale si blocca è la morte.  Se qualcosa viene ad interrompere questa spirale, chiudendo la relazione abbiamo la malattia e addirittura la morte. Ci sono dei virus che interrompono o chiudono le relazioni, provocando morte: il coronavirus ne è stato un esempio anche troppo parlante!

Sala 4: i flussi migratori. Il capitolo 4° è dedicato ad alcune relazioni, essenziali e problematiche: le migrazioni. Dopo alcune pennellate sull’attualità, arriviamo, al n. 137, alla tesi di fondo: “Oggi o ci salviamo tutti o nessuno si salva”. Chiudere questa relazione è causa di morte. Se interi popoli sono impediti di esprimere le loro potenzialità si creano dei vuoti simili all’estinzione di alcune specie animali: una delle cause dell’esplosione della pandemia! Ogni volta che la relazione si chiude, qualcuno muore: o nelle acque del Mediterraneo o nelle prigioni in Libia o nelle sabbie del Sahara… ma anche qui da noi, perché vengono a mancare braccia da lavoro, colf, badanti, personale sanitario…

La soluzione del problema andrà cercata in un equilibrio dinamico, in un intreccio fecondo tra identità nazionali e accoglienza, perché anche lo sviluppo dei popoli segue la logica della spirale della vita: se l’umanità è come un grande organismo, il rifiuto dell’accoglienza è segnale di debolezza, una forma di anoressia sociale che può diventare patologica, perché “Nessun popolo, nessuna cultura o persona può ottenere tutto da sé” (150). Ecco le nostre società, malate e anche… brutte perché “Il mondo cresce e si riempie di nuova bellezza grazie a successive sintesi” (148).

Sala 5: La politica.

Due pennellate per inquadrare un tema complesso:

  1. Il nome politico della fratellanza è: bene comune (154) non di una maggioranza più o meno ampia, ma di tutti. Cos’è il bene comune? “È molto più della somma dei beni dei singoli”[7]. In economia si spiega che esistono tre tipi di beni: privati, pubblici e comuni (commons). Ognuno di essi va governato in modo proprio: i beni privati sono tutelati dai proprietari; i beni pubblici (scuola, sistema sanitario, strade…) dovrebbero essere governati e tutelati dai politici, eletti dal popolo. Poi ci sono i beni comuni: l’aria, la pioggia, i mari e gli oceani, il clima, la salute, ma anche le sementi, la conoscenza: chi li governa e chi li difende? Tutti, che spesso vuol dire nessuno. Fino al Covid l’Organizzazione Mondiale della Sanità, sembrava essere un modello, considerando le misure severissime ed efficaci per tenere sotto controllo l’ebola! Operazione non riuscita con il Covid. Sul resto stendiamo un velo pietoso: in questo momento storico non abbiamo una governance di beni pubblici essenziali come l’aria, l’acqua dei mari, il clima, le foreste. La Laudato sì fu un intervento in difesa dei beni comuni. La Fratelli tutti ne segue la scia, ad esempio evidenziando, come fa al n. 165, il compito della politica: come il buon samaritano ha avuto bisogno di una locanda così noi, in questi mesi, abbiamo sperimentato che l’amore e l’aiuto concreto al prossimo passano per una sanità efficiente. Papa Francesco parla di “amore politico”, quasi a dire che far funzionare bene il sistema sanitario o l’INPS è un modo di vivere l’amore al prossimo, molto più efficace che dare soldi a chi ti tende la mano, anche se una cosa non esclude l’altra.
  2. La politica deve essere inclusiva, capace di valorizzare i corpi intermedi: tutte le forme di associazione, di “fraternità” dal basso, ad esempio i movimenti popolari. Il virus della politica è il populismo, l’atteggiamento di chi si serve del popolo per i propri interessi. Il populismo è un vampiro, che succhia il sangue del popolo invece di promuoverne la crescita.

 

Sala 6: Il dialogo. Non ci può essere fratellanza senza dialogo.  “Avvicinarsi, esprimersi, ascoltarsi, guardarsi, conoscersi, provare a comprendersi, cercare punti di contatto, tutto questo si riassume nel verbo “dialogare”. Per incontrarci e aiutarci a vicenda abbiamo bisogno di dialogare. Non c’è bisogno di dire a che serve il dialogo. Mi basta pensare che cosa sarebbe il mondo senza il dialogo paziente di tante persone generose che hanno tenuto unite famiglie e comunità. Il dialogo perseverante e coraggioso non fa notizia come gli scontri e i conflitti, eppure aiuta discretamente il mondo a vivere meglio, molto più di quanto possiamo rendercene conto

  […] Tra l’indifferenza egoista e la protesta violenta c’è un’opzione sempre possibile: il dialogo. Il dialogo tra le generazioni, il dialogo nel popolo, perché tutti siamo popolo, la capacità di dare e ricevere, rimanendo aperti alla verità. Un Paese cresce quando dialogano in modo costruttivo le sue diverse ricchezze culturali: la cultura popolare, la cultura universitaria, la cultura giovanile, la cultura artistica e la cultura tecnologica, la cultura economica e la cultura della famiglia, e la cultura dei media” (198-199).

Ma cosa significa dialogare? Leggendo la Fratelli tutti alla luce della Filosofia-Teologia del dialogo di Piero Rossano, possiamo individuare cinque passi del dialogo-fratellanza[8]:

  1. Tolleranza: accettazione passiva e magari anche un po’ rassegnata dell’altro, frutto di uno sguardo comunque non violento sulla sua diversità. Della serie: non ti capisco, non sono d’accordo con te, ma nel mondo c’è e ci deve essere posto per tutti.
  2. Rispetto: dal latino “respicere”: accorgersi dell’altro, guardare a lui con uno sguardo attento all’altro, capace di cogliere aspetti che a prima vista erano rimasti nascosti.
  3. Conoscenza: quella che è frutto di una frequentazione prolungata e attenta, capace di non fermarsi alle apparenze, ma di scendere in profondità nell’animo dell’altro.
  4. Ammirazione: scatta quando l’altro rivela aspetti e caratteristiche stupefacenti, che attirano la nostra attenzione, suscitano meraviglia e stimolano il desiderio di approfondire la conoscenza.
  5. Oikodomé”: decisione di “costruire la casa insieme”: di cooperare ad un progetto condiviso, mettendo ciascuno le proprie capacità e risorse a servizio del bene comune da raggiungere. In questo caso, i due cammini si intrecciano e, quando si incontrano, le persone non perdono l’occasione di incoraggiarsi a vicenda a camminare in avanti. Ecco il “miracolo della gentilezza” (222), che tanti hanno sottolineato: “una stella nell’oscurità” e una “liberazione dalla crudeltà, dall’ansietà e dall’urgenza distratta” oggi prevalenti. Una persona gentile, crea una sana convivenza ed apre le strade là dove l’esasperazione distrugge i ponti. La gentilezza è come l’olio che impedisce agli ingranaggi di “mordersi” e distruggersi a vicenda.

 

Sala 7: La fratellanza è la strada verso la pace.

Vengono segnalate due negazioni palesi della fratellanza e della pace: la guerra e la pena di morte. A questo riguardo, anche se Francesco ha dichiarato di non voler scendere sul terreno dottrinale, chiarisce che le antiche tesi di una “guerra giusta” e di una “legittimità, in casi estremi, della pena capitale” sono oggi improponibili. È una presa di posizione molto netta, come rimarcato da tutti i commenti, anche laici.

 

Sala 8. Promuovere la fratellanza è compito delle religioni.

Il viaggio del Papa in Iraq, che si ricollega al Documento sulla fratellanza umana, firmato ad Abu Dhabi il 4 febbraio 2019, ci offre la chiave di lettura del capitolo 8° della Fratelli tutti, dedicato al rapporto tra religioni e fratellanza. Gli uomini di diverse religioni camminano verso Dio percorrendo strade diverse che sempre più spesso si intrecciano. Ogni incontro può essere l’occasione per attaccarsi (per farsi la guerra, fino alle guerre di religione), per ignorarsi o per incoraggiarsi a vicenda ad andare avanti. Papa Francesco, ha scelto e chiede al mondo di scegliere decisamente questa ultima opzione.

“I credenti hanno bisogno di trovare spazi per dialogare e agire insieme per il bene comune e la promozione dei più poveri. Non si tratta di renderci tutti più light o di nascondere le convinzioni proprie, alle quali siamo più legati, per poterci incontrare con altri che pensano diversamente… Perché tanto più profonda, solida e ricca è un’identità, tanto più potrà arricchire gli altri con il suo peculiare contributo” (282). La fratellanza è essere se stessi, fare fruttare i doni ricevuti da Dio, per poi mettere i propri tesori (anche religiosi!) a servizio dell’umanità.

Come ha dichiarato il Papa in Iraq, cristiani e musulmani secondo la Bibbia e il Corano sono fratelli, in quanto “discendenti di Abramo”. “La fede porta il credente a vedere nell’altro un fratello da sostenere e da amare. Dalla fede in Dio, che ha creato l’universo, le creature e tutti gli esseri umani – uguali per la Sua Misericordia -, il credente è chiamato a esprimere questa fratellanza umana, salvaguardando il creato e tutto l’universo e sostenendo ogni persona, specialmente le più bisognose e povere”. “La fraternità e la speranza sono medicine di cui oggi il mondo ha bisogno, al pari dei vaccini. Se Dio è il Dio della vita – e lo è –, ai suoi figli non è lecito uccidere altri figli nel suo nome. Se Dio è il Dio della pace – e lo è –, ai suoi figli non è lecito fare la guerra nel suo nome. Se Dio è il Dio dell’amore – e lo è –, ai suoi figli non è lecito odiare i fratelli”.

Non è facile spiegare il legame di fratellanza tra cristiani e musulmani. Possiamo usare l’immagine della casa che si basa sulle fondamenta e si regge grazie ai pilastri portanti: su questi elementi comuni ognuno progetta e arreda il proprio alloggio. Le fondamenta sono la fede, la carità e la speranza. I pilastri sono: Dio creatore, l’anima umana che nessuno può uccidere, i poveri che vanno sempre soccorsi, l’immensa schiera dei diseredati della terra, i popoli vittime della guerra, la fratellanza umana che continua ad essere un valore, nonostante sia minacciata da integralismi e disuguaglianze, in nome della libertà, della giustizia e misericordia, di tutte le persone di buona volontà viventi sulla terra. Poi le due religioni sviluppano la propria identità. Purtroppo, come la storia documenta, l’avere in comune fondamenta e pilastri portanti non mette al riparo da liti e guerre “condominiali”.

Promuovere la fratellanza è compito specifico delle religioni. Nell’enciclica vengono additati quattro esempi di fratellanza: Martin Luther King, Desmond Tutu, Gandhi, Charles de Foucauld. Da notare che uno solo di essi è cattolico. Guardando a loro scopriamo il senso del Regno di Dio e della fratellanza cristiana: mettere la buona notizia del Vangelo a disposizione di tutta l’umanità.

 

CONCLUSIONE

Prima di “uscire” idealmente dalla mostra-enciclica poniamoci un’ultima domanda: c’era proprio bisogno di questa enciclica, in questo momento storico? Non c’erano temi più urgenti da trattare? La mia risposta, abbastanza ovvia è: sì, c’era e c’è un urgente bisogno di questo richiamo alla fratellanza! Come nel caso del clima, anche stavolta Papa Francesco ha sentito di dover mettere in campo tutta la sua autorità morale, perché il mondo sta andando in tutt’altra direzione, e rischia di precipitare nel baratro.

Contro i rischi dovuti ai disastri climatici e al mancato rispetto della fratellanza, il Papa lancia un disperato appello, nella convinzione che il suo compito sia questo: portare al mondo il vangelo. Il vangelo non è un regalo riservato ai credenti: il vangelo è per il mondo. Gesù ce l’ha dato per questo!

Dove sta andando il mondo, dove stiamo andando? Non è facile individuare la direzione della storia che stiamo vivendo, in un contesto di globalizzazione. Uno sguardo attento com’è quello di Papa Francesco, coglie che nel mondo, da circa 50 anni c’è una rivoluzione in atto, una rivoluzione silenziosa di cui quasi nessuno parla. È stata usata l’espressione stealth revolution, ossia rivoluzione invisibile (stealth, nel linguaggio militare indica i bombardieri invisibili ai radar): è la rivoluzione dei ricchi contro i poveri. Lo ha dichiarato, qualche anno fa, nel 2011, in una intervista al New York Times, Warren Buffett, uno degli uomini più ricchi del mondo: “Negli ultimi vent’anni è stata combattuta una guerra di classe, e la mia classe l’ha vinta… L’hanno vinta i ricchi”.

Attenzione però: quello che è avvenuto e che sta avvenendo non è un semplice processo di accumulazione capitalistica – certo soldo fa soldo! – ma qui c’è ben altro. Sta andando in porto un progetto pianificato all’inizio degli anni ’70, negli Stati Uniti, che per decenni sono stati gli assoluti dominatori, prima che il loro primato venisse messo in discussione dalla Cina. Per rendercene conto è sufficiente che facciamo un salto all’indietro, al 1971, anno del famoso memorandum della Olin Foundation, che segna l’inizio della rivoluzione conservatrice. Il memorandum, scritto da Lewis Powell, un avvocato della Virginia, specializzato nella difesa delle multinazionali del tabacco, poi giudice della Corte Suprema aveva una tesi di fondo molto semplice: “Le idee sono armi”. Se vuoi vincere, devi usarle. Il progetto, che aveva a disposizione una montagna di soldi – milioni di dollari! – mirava a riconquistare l’egemonia ideologica, partendo dalle cattedre universitarie, per scendere ai corsi di laurea, alle cattedre di scuola secondaria, fino ai media, alle Tv, alla pubblicità, alla politica… Nel 1968 fu addirittura attivato un nuovo premio Nobel che prima non esisteva: il Nobel per l’Economia, usato espressamente per legittimare il liberismo estremo.

Quali le idee promosse?

  1. Un neoliberismo estremo: nessuna ingerenza dello stato nelle faccende economiche. Il principio base del capitalismo, ossia la categoria economica di “mercato”, che ancora mirava ad un equilibrio sulla base della legge della domanda e dell’offerta cede il passo alla logica della “concorrenza”, basata sulla disuguaglianza che lungi dall’essere combattuta, va creata e accentuata. La forbice tra ricchi e poveri non solo non è un male, ma diventa un obiettivo da perseguire e in effetti non è mai stata così ampia.
  2. Una nuova antropologia, secondo cui “l’individuo è proprietario di se stesso”. Ognuno di noi è un “capitale”: siamo tutti capitalisti, dall’immigrato irregolare che raccoglie pomodori al fondatore di Amazon! Se nella competizione economica ti trovi perdente, la colpa è solo tua! I disastri, in termini di crisi esistenziale fino alla depressione, sono stati studiati da Han.
  3. Questa ideologia neoliberale si è alleata, intrecciata, praticamente fusa con il cristianesimo più conservatore e con le sette pentecostali. C’è stato un uso spregiudicato della religione come strumento di governo, anche perché la religione è necessaria per tenere tranquille e ordinate le masse popolari. I testi di riferimento sono stati la Bibbia di Scofield, uno dei padri del fondamentalismo statunitense e la predica di Conwell, famosa per lo slogan categorico: “Dico che tu dovresti diventare ricco e che è tuo dovere diventare ricco”. La volontà di Dio è che tu diventi ricco: se non ci riesci è colpa tua! Ecco il ponte tra vangelo e capitalismo. Non meno esplicito il titolo del libro di Harvey Cox: “Mercato come Dio”.

L’analisi potrebbe continuare, ma meriterebbe almeno una serata. Mi sembra però che queste poche annotazioni confermino la tesi secondo cui oggi nel mondo non è a rischio solo la fratellanza, ma anche l’uguaglianza. E la libertà, da sola, non si regge!

Quello tratteggiato è l’estremo approdo della modernità, sviluppatasi, a partire da Cartesio, nel segno dell’io, avendo come fine la promozione dell’io. Questa modernità, economicamente vincente a livello globale ha mostrato ultimamente una crepa, un segnale di crisi. Il simbolo di questa crisi lo portiamo tutti sul viso: la mascherina che abbiamo dovuto indossare per entrare in questa sala. Ecco il punto a cui siamo arrivati: siamo partiti con l’intenzione di promuovere l’io e siamo arrivati al punto di dover nascondere il nostro volto; siamo partiti col dire che ognuno è padrone assoluto di se stesso e siamo approdati al lockdown! Questo è il regalo del “Dio mercato”!

Ma la mascherina può essere anche il simbolo del cambio di paradigma necessario per imboccare una direzione contraria: se pensiamo che va indossata non tanto per proteggere noi stessi, ma gli altri, essa configura il primato dell’altro, il primato del tu. Questo è il messaggio della Fratelli tutti, questo il vertice della fratellanza: tu per me sei un fratello e sei così importante che per te accetto questo sacrificio.

Uno stile di vita fondato sull’attenzione all’altro può essere l’incoraggiante segnale di un mondo nuovo, da ricostruire partendo dalla fratellanza. Questo è il sogno di Papa Francesco, che può diventare anche il nostro.

Note della relazione di Battista Galvagno

[1] Papa Francesco, Ritorniamo a sognare, Piemme 2020, p. 164

[2] Ivi, p. 65

[3] Salvo altra indicazione, i numeri tra parentesi si riferiscono al testo italiano dell’enciclica Fratelli tutti.

[4] Ritorniamo a sognare, p. 78

[5] Ivi, p. 5

[6] Nel libro Ritorniamo a sognare, a p. 90. Papa Francesco confida che su questo verteva la sua tesi di dottorato su Romano Guardini, mai completata: “L’opposizione polare come struttura del pensiero quotidiano”.

[7] Ritorniamo a sognare, p. 33

[8] Il dialogo è oggetto di ampia e approfondita trattazione nel capitolo 6. Papa Francesco analizza le situazioni in cui non c’è dialogo, le forme imperfette di dialogo e prospetta cinque passi del dialogo.


Da Caino al Samaritano a Gesù

di Giancarlo Bruni

Il cammino dell’uomo è un viaggio mai concluso dal disordine, il caos, all’ordine, il cosmos, dalla de-creazione, la disarmonia Dio-uomo-creato, alla creazione, l’armonia Dio-uomo-creato, dal disumano, Caino, all’umano, il samaritano. Lo dice la storia millenaria delle relazioni umane, un intreccio di rapporti volpini, determinati dall’astuzia, lupeschi, determinati dalla prepotenza, alleati, determinati dal riconoscimento e dalla accoglienza dell’altro come altro. Una vicenda pensata e ripensata, una rivisitazione confluita, tra l’altro, in racconti ritenuti fondativi, trasmessi oralmente e affidati allo scritto. A memoria. Pensiamo, in ambito giudaico e cristiano, al Testamento antico di giorni e nuovo, a cui è sottesa una parola che viene incontro alla domanda dell’uomo: perché il fratello uccide il fratello, perché un popolo distrugge un popolo, si può stare altrimenti al cospetto dell’altro? Nasce così un dialogo tra la scrittura e il lettore finalizzato a una duplice resurrezione: il lettore ascoltando dà vita alla pagina, la pagina ascoltata dà vita al lettore illuminandolo e liberandolo, a lui indicazione di pensieri e di vie nuovi. È con questo atteggiamento che ci inoltriamo nelle Scritture, da mendicanti frammenti di luce, a cominciare dal racconto di Caino-Abele a cui seguirà una riflessione su Rut e Noemi e sul samaritano, per approdare a Cristo, il trattato della relazione in verità, egli «che non si vergogna di chiamare fratelli» (Eb 2,11) gli uomini.

Giancarlo Bruni

Caino-Abele

Il racconto Caino-Abele (Gen 4,1-16) appartiene al genere letterario del mito, non un dato di cronaca   avvenuto all’in principio della storia ma una narrazione esemplare posta all’in principio di ogni esistenza umana a memoria del come sia possibile fallire la relazione, e con essa la propria stessa esistenza. Un racconto tipico, riassuntivo della condizione umana nel suo passare dalla fraternità al fratricidio: « Mentre erano in campagna, Caino alzò la mano contro il fratello Abele e lo uccise» (Gen 4,9). La prima lettera di Giovanni ne offre una spiegazione: «E per quale motivo l’uccise? Perché le sue opere erano malvagie, mentre quelle di suo fratello erano giuste» (1Gv 3,12). Caino è posseduto da un istinto malvagio che è all’origine di un agire facendo il male non gradito a Dio assieme alla sua offerta cultuale (Gen 4,3-5), a un Dio che non «sopporta delitto e solennità» (Is 1,13). Un Dio che irrompe nella vita di Caino con un interrogativo:      «Perché sei irritato e perché è abbattuto il tuo volto? Se agisci bene, non dovresti forse tenerlo alto? Ma se non agisci bene, il peccato è accovacciato alla tua porta: verso di te è il suo istinto, e tu lo dominerai» (Gen 4,7). Un risveglio della coscienza alla consapevolezza che irritazione, abbattimento e vergogna sono il frutto del no non dato e del sì dato alla forza del male, accovacciato, come un animale aggressivo, alla soglia del cuore. Nessuna fatalità, solo il volerlo in libertà gli apre la porta. Male è il non vigilare e il non resistere alla propria animalità aggressiva, è dare spazio all’invidia «che ci fa soffrire di un bene se appartiene all’altro, assaporare un bene se ne priviamo l’altro» (P.Beauchamp), è acconsentire alla gelosia autocentrati su di sé e sulle proprie cose al punto da impedire all’io, ai propri talenti e beni di diventare comunione, condivisione e solidarietà. Caino riassume il peccato-male dell’uomo, l’autoreferenzialità che porta a leggere l’altro, anche se mite e fragile come Abele, il cui nome significa ‘fumo’, in termini di concorrenza, di rivalità e di inimicizia, il fratello convertito in ‘limite’ alla propria volontà di potenza che è occupazione di tutto lo spazio con zone di riserva concesse. Caino-Abele emblema di una storia fondata sulla prepotenza dell’uno, il più forte e il più astuto, sull’altro, la vittima, in nome del primato dell’io personale, nazionale, internazionale e dei suoi interessi, ove l’altro è servo o è nessuno o ostacolo da eliminare. Antidoto a questa logica padronale e alla mano armata che l’accompagna è dire sì al proprio limite, l’altro riconosciuto come fratello gioendo del suo esserci da benedetto da Dio, da amato da una madre, dei suoi beni e della sua riuscita, soffrendo con lui nelle sue disavventure a lui aperto con tutto il mio essere e le mie risorse. Per una storia dal fratricidio alla fraternità che ci vede tutti, alla propria maniera, coinvolti. Questo ricorda il Terzo alla coscienza di Caino, alla nostra, a quella dei popoli: Caino «Dov’è Abele, tuo fratello?. Non lo so. Sono forse io il custode di mio fratello» (Gen 4,9), di certo non nell’orizzonte della mia vita, l’ho cassato; «Che hai fatto?» (Gen 4,10). Lo riconosco: «Troppo grande è la mia colpa» (Gen 4,13); «Sii maledetto» (Gen 4,11). A voler dire che chi alza la mano contro il fratello non coincide con l’uomo benedetto, «molto bello, molto buono a vedersi» (Gen 1,31), l’uomo a immagine di Dio (Gen 1,26), di un Dio il cui «desiderio e la cui gioia sono la felicità degli esseri, un Dio che inventa, in dialogo con loro, una storia di alleanza» (A.Wènin) nel segno del dono. Tutta la storia biblica è una risposta all’interrogativo di Caino, sì, ciò che lo costituisce umano è la custodia, l’essere il luogo attraverso cui il Misericordioso continua ad essere l’angelo custode dell’altro per giorni nella benedizione possibili ove si impone l’orizzonte del dono, l’orizzonte di Dio. Il quale nulla conserva gelosamente per sé e tutto dona: libero dona la libertà, creatore dona la creatività, immortale dona l’immortalità, amore dona il suo amore, forte si ritira nella discrezione per lasciare all’uomo lo spazio necessario per porsi in libertà, in creatività e in amore nei suoi confronti e nei confronti dell’altro. In un clima di dialogo, di alleanza, di custodia e nell’accettazione del limite, nel caso il sapersi da un Altro per gli altri . Sei un generato dall’Amore inviato come fratello all’altro e al creato che ti attendono come custode. Una prospettiva, leggiamo nel racconto della caduta di Adamo ed Eva, sulla quale il serpente getta un’ombra di sospetto insinuando una interpretazione peculiare di Dio e del suo comando: «Non mangiate…non toccate…morirete» (Gen 3,3). È un Dio geloso delle sue prerogative, che vuole conservare la sua superiorità sull’uomo, il suo dominio attraverso la paura e la minaccia, ‘morirete’. Uomo emancipati dalla dipendenza dall’Altro e dagli altri, diventa titolare unico della tua vita e della tua decisione in obbedienza al tuo istinto e alla tua volontà di potenza. L’uomo, maschio e femmina, affascinati da questa interpretazione la assunsero e se ne cibarono. La storia biblicamente viene letta alla luce di questo sì all’Altro e agli altri, ponendo l’alterità al cuore della soggettività, o del no ponendo l’io individuale e collettivo al centro del villaggio umano. Caino rappresenta l’uomo che si è dimenticato di questo: «Sono forse io il custode di mio fratello?» (Gen 4, 9). Sì, risponde tutta la Scrittura, sì risponde Dio che, in obbedienza alla sua decisione di custode dell’uomo nonostante l’uomo, pone su Caino un segno di intangibilità, di vita: «perchè nessuno, incontrandolo, lo colpisse» (Gen 4,15). L’onnipotenza dell’amore che ai Caino che disperano di ottenere perdono (Gen 4,13) risponderà con la mai conclusa citazione dei perdoni che reimmettono nel circolo della benedizione, la carovana dei fuoriusciti dal no a Dio, all’uomo e al creato, morti restituiti alla vita della filialità in rapporto al cielo, della fraternità in rapporto all’uomo, della custodia in rapporto alla terra. Figli e figlie di un unico Padre con viscere materne, tutti quindi fratelli e sorelle. Ne è chiaro esempio il racconto di Rut e Noemi.

Rut-Noemi

La storia delle relazioni nella fraternità-sororità ha nella vicenda di Rut-Noemi una pagina altamente significativa e esemplare, quanto mai attuale in questo tempo di migrazioni. Una vicenda di ordinaria emigrazione-immigrazione, l’una per carestia nel paese di Moab, quella di Noemi, con andata e ritorno, l’altra, quella di Rut, per amore, di sola andata nel paese di Israele. Una vicenda la cui soluzione è iscritta negli stessi nomi: ‘amica’, ‘compagna’ che vede e considera significa Rut, ‘mia dolcezza’, ‘mia piacevolezza’, ‘mia bellezza’ significa Noemi. «Il messaggio è chiaro: la moabita Rut è chiamata ad essere all’emigrata ebrea Noemi amica e compagna, atteggiamento imprescindibile per vedere e prendersi cura. Chi non ama è cieco… Rut diventa l’emblema delle persone, delle nazioni e dei continenti veggenti, e lo sono quanti si fanno ospitale accoglienza dando affetto e spazio all’emigrante perché amico e compagno è il loro cuore. E Noemi diventa l’emblema dell’ebreo errante semplicemente amato, non allo stretto e nel territorio di chi lo ospita. E nell’ebreo errante vedi ogni immigrato, vedi ogni forestiero chiamato a rispondere all’amicizia-compagnia con la sua dolcezza, la sua piacevolezza, la sua bellezza. Rut la moabita e Noemi l’ebrea sono l’indice del come risolvere ad altezza di Dio, in termini umanissimi dunque, il rapporto residente-straniero» (G.B), alla luce di una nuova figura di relazione, l’alleanza nell’amore che dischiude alla condivisione del pane, del territorio, degli affetti. Moab diventa casa per Noemi l’ebrea nel bisogno, Israele diventa casa per Rut la moabita emigrante per affetto, incroci da cui nascerà, dal rapporto Booz-Rut, un discendente del Messia, Obed (Mt 1,5). Una vicenda esemplare che viene incontro alle nostre vicende, occhi illuminati da ciò che significano  nomi Rut e Noemi, nei quali le due donne leggono il loro dover essere: all’altro amicizia e ospitalità, il suo volto è la tua patria  al di sopra di ogni ragione e interesse, compresa l’etnia. Prima di essere ebreo o moabita sei un uomo, a Dio figlio e figlia, all’altro fratello e sorella al servizio del suo bisogno e della sua gioia. Questo è l’umano alla cui sponda approdare, esemplificato dal Samaritano.

Il samaritano

Dalla fraternità-sororità negata, Caino, alla sororità-fraternità riconosciuta, accolta e inserita nel proprio orizzonte di appartenenza, Rut-Noemi, al samaritano, l’icona del prossimo che ogni malcapitato e no vorrebbe incontrare. Un fratello, semplicemente un fratello. Il racconto è la prosecuzione di un dialogo tra Gesù e un dottore della Legge sul che cosa fare per ereditare la vita eterna, amare Dio e il prossimo: «Fai questo e vivrai» (Lc 10,25-28). Risposta che suscita una nuova domanda: «E chi è mio prossimo?» (Lc 10,29). Gesù lo dice con la parabola del Samaritano. Prossimo, vale a dire ‘presso’, ‘accanto’, è il tu che si fa vicinissimo all’altro mosso da un preciso sentimento accompagnato da un puntuale comportamento. Tale sentimento si chiama ‘compassione’, del samaritano si dice che «ebbe compassione» (Lc 10,33) del lasciato mezzo morto al bordo della strada dai briganti (Lc 10,30), termine che traduce il commuoversi delle viscere materne, dell’utero materno. Un sentire da cui sboccia un agire i cui capitoli sono il passare accanto, il vedere, il farsi vicino, il curare le ferite, il prendere il ferito sulle proprie spalle, la cavalcatura, il provvedere al suo bisogno trovando alloggio e pagando spese (Lc 10,33-35), il dare tempo. Uno statuto della compassione, un prendersi cura (Lc 10,34) che nasce da viscere di misericordia, le sole a rendere possibile quello che papa Francesco denomina la ‘rivoluzione della tenerezza’: il fermarsi nel luogo del dolore, il divenire dolore alla vista del dolore caricandoselo sulle spalle, il farsi braccia, piedi, cavalcatura, albergo e denaro a chi è nel dolore. Questi è fratello e sorella, un cuore di carne raccontato in un corpo per l’altro, chi non ama non vede e passa oltre come il sacerdote e il levita (Lc 10,31-32), l’altro non è che ‘paesaggio’ (F. Pessoa). L’altro chi? Il Vangelo ama specificarlo, il ferito è un ebreo, chi se ne prende cura un samaritano, nemici storici. La prossimità fraterna a partire da chi si trova nel bisogno è un compito umano che riguarda tutti e che si rivolge verso tutti avanti ogni se e ogni ma, è la coscienza a suggerire all’uomo che la sua verità di uomo sta nell’assecondare il suo  anelito alla vita buona nella triplice cura di sé, dell’altro e del creato, sono le carte dei diritti umani e le religioni a ricordare all’uomo l’amore del prossimo senza discriminazioni, uomo che l’enciclica ‘Fratelli tutti’ esorta a identificarsi con il Samaritano (n.64) per cui «non possiamo lasciare che qualcuno rimanga ai margini della vita…Questo è dignità» (n.68). «Questa parabola è un’icona illuminante, capace di mettere in evidenza l’opzione di fondo che abbiamo bisogno di compiere per ricostruire questo mondo che ci dà pena. Davanti a tanto dolore, a tante ferite, l’unica via d’uscita è essere come il buon samaritano» (n.67). «Guardiamo il modello del buon samaritano (n.66), restituiamo alla compassione attiva il ruolo di guida del pensare e del sentire personale e comunitario imparando a leggere la stessa politica come atto di amore. Samaritano introduzione ideale al Cristo il venuto non ad abolire ma a portare a compimento il discorso del ‘fratelli tutti’.

 

Gesù il fratello

1.Gesù «non si vergogna di chiamare fratelli gli uomini» (Eb2,11), «in tutto simile ai fratelli» (Eb2,17), all’ultimo dei fratelli svuotandosi delle sue prerogative apparendo in forma di servo (Fil 2,6-8): «Non ritenne un privilegio l’essere come Dio» (Fil 2,6). Fraternità è condividere in solidarietà la condizione umana comune, fragile e mortale (Gv 1,14).

2.Gesù il fratello, il primogenito, è via maestra alla sorgente della fraternItà-sororità, la questione della fondazione. Sua origine è la paternità-materna del suo Dio e Padre: «Uno solo è il Padre vostro, quello celeste» (Mt 23,9) e « voi siete tutti fratelli» (Mt 23,8), figli e figlie dello stesso Padre con viscere di madre. Quando pregate dite: «Padre nostro», come nostro è il pane. L’uomo, in Gesù, è iniziato a una singolare conoscenza di se stesso: i «nati da donna» (Gal 4,4) come lui, principio genetico di identificazione, i «nati sotto la legge» (Gal 4,4) come lui, principio culturale di identificazione, sono i «generati da Dio» a sua immagine e somiglianza, principio cristico di identificazione. Generati a figli di Dio e fratelli ai figli di Dio.

3.Gesù, il fratello guida alla fonte della fraternità, è altresì guida alla conoscenza del sentimento primo, del pensiero primo, del volere primo e del desiderio primo richiesti per un agire declinato in termini di fraternità-sororità: la compassione attiva, aspetto sottolineato nei sinottici (Mc 1,40-42; 8,1-2; 20,29-30.32-34; Lc 7,11-15; 10,33; 15,11-20), e l’agape-amore, aspetto sottolineato da Giovanni. Il tutto in sintonia con la volontà del Padre: «Misericordia voglio e non sacrificio» (Mt 9,13; cf Os 6,6). La storia delle relazioni umane diventa storia della fraternità, umanissima, se traduzione, in pluralità di forme e di linguaggi, dell’«amatevi come io vi ho amati» (Gv 13,34), l’amore del Padre visto all’opera nel Figlio e effuso nei nostri cuori dallo Spirito (Rm 5,5). «Un amore ‘senza misura’, fino al dono di sè (Gv 13,1), ‘senza esclusioni’, comprensivo di amici e nemici, di buoni e cattivi, di giusti e ingiusti, di empi e peccatori (Mt 5,39.44-47; 1Gv 4,10; Rm 5,7-8), tutti, ebrei, greci e latini, nell’abbraccio del Cristo in croce (Gv 19,20). E ancora, un amore ‘elettivo’ (Gv 15,16),   ‘libero’ (Gv 10,18), una scelta voluta e non costretta, ‘unilaterale’, non condizionato dalla possibilità dello scacco, il non riconoscimento e la non accoglienza (Gv 1,10-11). Un amore infine ‘gratuito’, lontano dal rispondere a logiche di scambio, ‘sapiente’ (Gv 8,1-11» (G.B), Gesù non identifica l’adultera con il suo male, consapevole che solo l’amore che non condanna può dischiudere a nuovi cammini.

4.La fraternità ha dunque nel Padre la sua origine e dal Padre in Cristo la legge di fondo che ne orienta il cammino in termini singolari, folli e scandalosi, una declinazione «il cui registro è dato dallo stile dell’amabilità (Fil 4,5), della dolcezza, del rispetto e della retta coscienza (1Pt 3,16; Ap 3,20), della grazia e della sapienza (Col 4,5-6), della mitezza e dell’umiltà (Mt 11,29), del non giudizio (Mt 7,1) e della franchezza» (At 4,13.29.31) (G.B). Fraternità il cui frutto è la vita dell’altro, che segna il nostro ingresso nella vita: «Siamo passati dalla morte alla vita perché amiamo i fratelli» (1Gv 3,14), e ogni volto lo è, perché li riconosciamo, li accogliamo, gli diamo spazio nel nostro orizzonte, vogliamo il loro bene, in breve li contempliamo come figli e figlie di Dio donati a noi e noi a loro come fratelli e sorelle. Nella consapevolezza che il contrario è sempre possibile, il no all’Altro, il peccato all’origine di ogni peccato: «Come Caino…che uccise il fratello…Chi non ama rimane nella morte. Chiunque odia il proprio fratello è omicida…la vita eterna non dimora in lui» (!Gv 3,i2.14-15). Chi ama è eterno. L’uomo è anelito alla vita buona, è nostalgia di infinito, Cristo è venuto a portare a compimento questo profondo desiderio. Esci dalla morte, entra nella vita, nell’abbondanza della vita (Gv 10,10): lasciati amare dall’Amore, Dio è amore (1Gv 4,8), ama con l’amore con il quale sei amato dal Padre in Cristo, diventa da nemico e indifferente fratello e sorella all’altro e al creato custode. Per divenire quì e ora, all’istante, cittadino della vita eterna. Questo è vita e questa è la Parola che emerge dalla Scrittura per farci risorgere alla vita, a un esserci in una fraternità reciproca connotata dalla compagnia, il fare strada insieme, dal dialogo, il parlarsi, dal servizio, l’attenzione al bisogno dell’altro, dal dono, il consumarsi nella libertà e nella gioia per il bene dell’altro. Un esserci nello Spirito che spinge verso l’altro a stringervi alleanze di fraternità (2Cor 13,13) e non nella competizione, nella diffidenza, nell’ansia di successo che generano alleanze di guerra (Th. Hobbes).

L’intervento di Carlo Petrini sul tema Siamo tutti sulla stessa barca