La casa dovrebbe essere un diritto più che un sogno

LETTERA AL GIORNALE Egregio direttore, ho letto con interesse l’inchiesta sulla “necessità di casa” proposta da Gazzetta. Da anni sono impegnato, come volontario, nel settore dell’accoglienza e ho vissuto da vicino le difficoltà, a volte drammatiche, di molte famiglie in cerca di abitazione. L’inchiesta titolava: “La casa resta un sogno”. È giusto definire la prima abitazione un sogno? Negli anni ’60 e ’70, quando la mia generazione si illudeva di cambiare il mondo, la casa era un diritto. Cantavamo: «La casa è di chi l’abita, è un vile chi lo ignora…». Forse eravamo andati troppo avanti, ma certamente la frenata è stata troppo brusca.

Quando domenica scorsa ho ascoltato la lettura del Vangelo di Marco (il brano del ricco e della cruna e del cammello) mi è venuto di fare una sintesi che condivido con i lettori, sperando in un dibattito costruttivo. Il mercato immobiliare, per i risparmiatori, è il più remunerativo. Affittando un alloggio essi vedono i propri soldi ripagati in modo assai più consistente che dai depositi o dagli investimenti in fondi. Ciò fa sì che, per un proprietario, l’alloggio non venga considerato un luogo dove una famiglia si riunisce e può organizzare la propria vita, ma è una fonte di reddito.

L’entità dell’affitto non è tarata sulle possibilità economiche del nucleo che ha bisogno della casa, ma dall’ammontare della rendita che il proprietario vuole ricavare.

Il padrone della casa, quasi sempre, non conosce il locatore e non vuole conoscere le dinamiche di una famiglia con delle difficoltà. Se lo facesse si sentirebbe impegnato a rivedere la convenienza economica di quell’affitto.

Capita che piuttosto di lasciarsi coinvolgere scelga di non affittare, così molti alloggi sono vuoti. Si calcola che ad Alba siano più di duemila gli alloggi vuoti. A una stima non esagerata si tratta di un capitale di oltre 200 milioni di euro che, invece di rendere, costa. Se calcoliamo, infatti, gli oneri certi di un alloggio (Imu, Tari, Irpef, spese condominiali), un alloggio sfitto ha un costo annuo non inferiore ai 2.500 euro. Sarebbe più economico, oltre che più umano, fissare affitti più bassi e stabilire tra proprietario e inquilino una relazione personale positiva dove vi sia, soprattutto con le famiglie immigrate, uno scambio di abitudini e modi di operare che facilitino la reciproca convivenza e diano loro una possibilità in più per inserirsi nel nostro contesto.

Stabilire un affitto diventerebbe uno scambio interculturale. Potrebbe essere l’opportunità per il cammello di passare nella cruna dell’ago perché, dice sempre Marco nello stesso brano: «Per gli uomini è una cosa impossibile, ma per Dio no!».

Franco Foglino, Alba