Discriminati per il colore della pelle: nuovi dettagli sull’inchiesta per caporalato nell’Albese

Discriminati per il colore della pelle: nuovi dettagli sull'inchiesta per caporalato nell'Albese

CAPORALATO Erano discriminati in base alle aree di provenienza i braccianti agricoli, arruolati dai due coniugi macedoni di 42 e 37 anni arrestati martedì 8 marzo, al termine delle indagini condotte dai Carabinieri delle compagnie di Alba e  Canelli e dalle fiamme gialle del gruppo di Bra, per aver sfruttato i loro dipendenti. Spiegano dalla Guardia di finanza: «Ai lavoranti africani venivano affidate la mansioni più pesanti, quelli provenienti dai Paesi dell’Est Europa avevano i compiti “migliori”».

La cooperativa aveva la propria sede ad Alba, i braccianti, arruolati da marito e moglie in base alle esigenze stagionali, venivano alloggiati in abitazioni precarie «senza alcun riguardo per le norme anti-contagio, in locali al limite dell’abitabilità. Sul posto di lavoro, infine, i due arrestati non fornivano i dispositivi di sicurezza ai lavoranti». Ampia l’area servita dalla cooperativa: dai colli del Moscato all’Alta Langa, «le imprese agricole pagavano ai titolari le tariffe previste dalla legge: questi ultimi, oltre a non conteggiare gli straordinari e le retribuzioni per le festività lavorate, trattenevano per sé parte delle paghe spettanti ai braccianti per pagare i “servizi” che dicevano di erogare loro».

Irregolarità alle quali si aggiunge una discrepanza fra le ore passate in vigna, anche più di dieci al giorno, «per riuscire a fare fronte a più commesse e aumentare ulteriormente i guadagni» e quelle indicate dalle buste paga, che ammontavano a circa la metà. Marito e moglie dovranno rispondere delle accuse di sfruttamento del lavoro, intermediazione illecita, atti persecutori, percosse e maltrattamenti: per mantenere asserviti i dipendenti avevano infatti instaurato un clima di terrore, fatto di minacce e botte in risposta a richieste di migliori condizioni.

Davide Gallesio

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