Gli “invisibili” sono ritornati in via Pola

Gli "invisibili" sono ritornati in via Pola

Sono di nuovo una quarantina gli stagionali senza abitazione ospitati all’interno del Centro di prima accoglienza della Caritas

IL PUNTO Dopo le venti, in via Pola si sente solo un leggero vociare. Al Centro di prima accoglienza della Caritas, due ragazzi sono seduti davanti all’ingresso. Sul balcone, altri due parlano a voce bassa. Nel cortile al fondo del complesso, non s’odono rumori provenire dai tre container posizionati lo scorso anno. Un uomo in ciabatte esce per fare la doccia, entrando da una porticina che affaccia sulla via. Un altro arriva e stende una maglietta bagnata a un filo tirato lungo il muro. Tutto è in ordine: a parte gli indumenti appesi ad asciugare, non ci sono altre tracce degli abitanti del cortile solidale. Si nota anche un terzo giovane, che ripulisce dalle erbacce un piccolo angolo di verde.

In realtà, gli altri ospiti sono già stesi sulla loro brandina, dopo una giornata nei vigneti sulle colline dell’Albese, dove sono in corso i lavori di manutenzione estivi. Tra il dormitorio e i tre container, sono una quarantina i lavoratori delle campagne accolti in via Pola. Una cifra simile allo scorso anno, con la differenza che allora le persone erano state sistemate in un salone allestito per l’emergenza. I tre moduli abitativi sono la soluzione prevista da Comune e Consorzio socioassistenziale a settembre 2021, per rispondere all’arrivo degli stagionali richiamati dalla vendemmia.

Se in quella fase l’accoglienza era stata gestita da un’associazione esterna, questa volta si è deciso di lasciare la questione in mano allo stesso centro di via Pola. Come i timonieri di una barca che è abituata a stare a galla tra le onde, l’impressione è che anche questa volta don Gigi Alessandria, gli operatori e i volontari siano riusciti a trovare un equilibrio. «I container sono stati aperti due settimane fa, con quattro posti ciascuno. E si sono subito riempiti. Negli ultimi giorni, gli arrivi sono un po’ diminuiti, ma proseguono. Certo, ad Alba vediamo solo una piccolissima parte della questione legata ai migranti», ammette don Gigi, che dirige la struttura.

Secondo una stima approssimativa, meno del 10 per cento dei flussi di lavoratori delle vigne langarole e roerine gravita sulla città. Tutti gli altri “invisibili” sarebbero disseminati tra i paesi e le cascine in collina, alcuni assunti con trattamenti sindacali idonei e ospitati in modo adeguato. Altri in balìa di situazioni che da anni si denunciano su più fronti, ma che continuano a esistere a ogni stagione. Stranieri originari del Mali, della Guinea, del Burkina Faso e degli altri Paesi dell’Africa subsahariana sono in continuo viaggio per l’Italia alla ricerca di lavoro. Sono la manodopera arrivata in vigna anche da noi da quando i macedoni e i lavoratori dell’Est hanno iniziato ad allontanarsi dal settore, ancora di più con la pandemia e con le limitazioni agli spostamenti.

«Spesso parlano poco l’italiano, non hanno contatti, non sanno come orientarsi sul lavoro. Via Pola è una porta aperta: nella mia visione, è un pronto soccorso, a cui ogni persona in difficoltà può rivolgersi, in una città dove non ci sono porte aperte a ogni ora del giorno e della notte. Noi siamo poco formali, ma cerchiamo di portare avanti progetti utili per l’accoglienza e l’integrazione», prosegue il prete. Poi guarda i container: «No, questa non è l’accoglienza che consideriamo idonea. Una città come Alba potrebbe fare di più, anche perché c’è un forte bisogno di manodopera in tutti gli ambiti. Con i volontari e gli operatori, stiamo cercando di favorire gli inserimenti nelle aziende. Ma, anche per chi già lavora e ha uno stipendio, trovare alloggi in affitto rimane la vera impresa. Serve la volontà politica di cambiare le cose».

Roger Davico: su 18mila lavoratori agricoli nel Cuneese 4mila africani

Roger Davico è il presidente provinciale: «I numeri degli arrivi di stranieri su Alba, anche se guardiamo alla vendemmia dello scorso anno, sono al momento inferiori rispetto a quanto ci aspettavamo. I movimenti dei braccianti si concentrano invece di più sulle colline, dove sfuggono meglio a ogni controllo. I sindaci, in quanto autorità locali, sono chiamati a vigilare maggiormente su ciò che accade nei loro Comuni. Per quanto riguarda le aziende, sono chiamate a scegliere imprese e cooperative che lavorano seriamente: la legge sul caporalato, come ci dimostra la recente sentenza emessa dal Tribunale di Cuneo, rileva anche la responsabilità dei datori di lavoro. In altre parole, se vogliamo essere un territorio che si fregia degnamente del marchio Unesco, non possiamo transigere sulla legalità e sul rispetto dei diritti umani», spiega il referente Anolf.

A livello provinciale, si contano circa 18mila lavoratori agricoli: di questi, quattromila sono di origine africana, una cifra salita in modo evidente negli ultimi anni. «Anche a Cuneo è stato avviato un confronto sul tema del lavoro agricolo. Oltre all’accoglienza, il timore più grande riguarda la carenza di manodopera, per via dei flussi limitati dall’Europa dell’Est, una situazione nata con la pandemia e che non si è ancora risolta. Inoltre, le pseudocooperative attive in tutta Italia cercano manodopera tra i braccianti africani già presenti, che rischiano di cadere ancora di più in forme di sfruttamento». Sulla situazione albese, Davico si chiede: «I container di via Pola chiuderanno entro giugno, secondo i piani comunali: che cosa accadrà dopo, per chi sceglierà di rimanere?».

Lavoro sempre in nero

Le cose non sono cambiate per quanto riguarda le esperienze lavorative di alcuni lavoratori ospiti in via Pola. Il sistema è quello già descritto: pulmini che partono prima delle sette del mattino per le vigne e che rientrano nel tardo pomeriggio, pause di mezz’ora, niente cibo o acqua. Quando si parla di contratti, alcuni ragazzi strabuzzano gli occhi, perché lavorano in nero da settimane. È una realtà
lontana anni luce dall’idea di viticoltura etica che alcuni accordi hanno cercato, siglati da organizzazioni datoriali e sindacati. Non si può generalizzare, ma è evidente che il problema continua a esistere.

Il primo lavoratore che incontriamo al Cpa ha 29 anni ed è originario del Gambia, arrivato ad Alba grazie al contatto di un amico. Prima viveva a Genova: «Ho lavorato come meccanico e in diversi ristoranti, poi sono rimasto a casa e ho pensato di spostarmi qui, per operare in campagna», dice, sorridendo.

Fino a pochi giorni fa, lavorava per un caposquadra straniero. Non parla di cooperative o di aziende. Dice che non gli interessa, ma descrive movimenti quotidiani di persone: «Alla stazione, dove ci trovavamo alle 6.40; ogni mattina ho visto arrivare con il treno da Torino molti altri braccianti africani. Salivamo tutti insieme sulle macchine, un giorno verso un paese e un giorno verso un altro». Parla al passato perché, dopo un mese, ha deciso di lasciare. «Dovevo essere pagato sei euro all’ora, ma non ho ancora visto nulla. Sono rimasto a casa un giorno per fare un colloquio come meccanico, che ho avuto grazie alla Caritas, ma il giorno seguente il capo mi ha detto di andarmene. Si è arrabbiato molto, dopo un mese in condizioni non buone: si correva sempre, con una pausa di trenta minuti, anche nei giorni festivi. Non ci davano nemmeno l’acqua: mi portavo in vigna un panino preso al centro e riempivo la bottiglietta alla fontanella dei giardini della stazione». Il colloquio come meccanico, però, è andato bene e a breve il giovane inizierà.

Vicino a lui, c’è un ragazzo che arriva dalla Guinea, ha 22 anni ed era già stato in via Pola nel 2019. Lavora ogni giorno in vigna, del tutto in nero. «Il contratto? Non ce l’ho. Fino a un mese fa vivevo a Torino, ma non avevo un’occupazione. La mia giornata comincia alle 7 e finisce alle 17: certo, se ci fosse qualche possibilità, vorrei trovare una soluzione migliore», dice.

Nessuna regolarizzazione anche per un altro ventitreenne, originario del Burkina Faso. Prima di arrivare ad Alba si trovava a Bari. Dopo cinque giorni d’impegno per una cooperativa, ha rinunciato: «Non posso lavorare in nero: il contratto mi serve per il permesso di soggiorno», spiega. «Spero di iniziare a breve come muratore. Ho incontrato un’azienda e ho avuto una buona impressione».

Infine, parliamo con un altro ragazzo del Burkina. Parla italiano meglio degli altri, con accento del Nord Italia: «Dopo sei giorni, me ne sono andato: ero senza contratto. Per trovare il posto, è stato sufficiente presentarmi alla partenza dei pulmini, ma non è stata un’esperienza positiva», comincia a raccontare. «A parte il contratto, che mi veniva promesso ogni giorno, il caposquadra ha cercato di prendersi gioco di me e di confondermi sulle ore lavorate: ricordo un giorno passato in vigna dalle 7 alle 18.30, mentre per lui avrei dovuto “segnare” otto ore. Per fortuna, parlo bene l’italiano e conosco i miei diritti, ma per molti altri non è così». Anche lui vive nei container: «Sto cercando un posto di lavoro. Spero in qualche buona occasione». Per lui, come per gli altri, i vini pregiati delle Langhe e del Roero sono un universo sconosciuto. Noi conosciamo la ricchezza del comparto e l’enoturismo. Loro il rovescio della medaglia.

Senza un salario giusto, si nega la dignità

Gli "invisibili" sono ritornati in via Pola 1
Giovanni Montani

Parliamo con Giovanni Montani, che è il coordinatore della comunità Laudato si’- Gazzetta d’Alba.

Montani, chi sono gli “invisibili” delle nostre colline?

«Sono uomini e donne dell’Africa e dell’Est Europa, attirati dalla richiesta di manovalanza. Spesso vivono ai margini, in condizioni di vulnerabilità, isolamento e difficoltà, vittime potenziali di situazioni inique. Con il progredire della monocultura della vite a scapito degli ambienti naturali e delle colture tradizionali, oltre a situazioni di criticità ambientale, assistiamo anche a una perdita della qualità del lavoro e dei diritti dei lavoratori».

Sembra anche che siano molto presenti le cooperative senza terra, le quali semplicemente forniscono manodopera alle aziende.

«Secondo il rapporto della Commissione parlamentare d’inchiesta sul lavoro nel nostro Paese, l’intermediazione illecita di manodopera si sta diffondendo in ogni settore produttivo. Si parla di realtà “per le quali la ricerca del profitto prevale sulla tutela della dignità, della salute e della sicurezza”. Questo modo di operare ha nulla a che vedere con i principi ai quali si ispirano le vere cooperative. Ma non dimentichiamo che sono le aziende quelle che scelgono a chi affidare i lavori».

Sulle nostre colline quanto è diffuso il caporalato?

È un fenomeno sommerso, sottovalutato, ma che rappresenta per molti stranieri un importante canale di accesso al lavoro agricolo».

Che cosa fare, dunque?

«Ci sono esempi virtuosi in Europa e nel nostro Paese, a esempio in Trentino. Parliamo di luoghi a forte vocazione agricola che hanno saputo coniugare la necessità di manodopera con un modello di ospitalità diffuso, capaci di attirare anche quel vasto mondo giovanile in cerca di esperienze lavorative. Occorre poi un grande lavoro di sensibilizzazione, per arrivare al pieno riconoscimento dei diritti e della dignità di tutti i lavoratori, di ogni nazionalità. Come ha detto papa Francesco, “negare i diritti fondamentali, negare il diritto a una vita dignitosa e a un salario giusto significa negare la dignità umana”»

Elisa Boschiazzo fa partire il confronto: sindaci, Forze dell’ordine e associazioni

Elisa Boschiazzo
Elisa Boschiazzo

Lo scorso anno, con la vendemmia, il Comune di Alba ha avviato per la prima volta un progetto per l’accoglienza degli stagionali. La scorsa settimana si è tenuto in Municipio un incontro per capire le strategie da adottare. «Insieme  al Consorzio assistenziale, abbiamo incontrato alcuni dei soggetti in prima linea sul tema, per capire come muoverci nei prossimi mesi. In via Pola, la situazione sembra sotto controllo: ci affideremo a un volontario già inserito nella struttura, che sta facendo un ottimo lavoro», dice l’assessora Elisa Boschiazzo.

«Nelle prossime settimane, poi, partiremo con tre tavoli: uno coinvolgerà i sindaci dei Comuni di Langhe e Roero, così da avere un coordinamento politico: il secondo guarderà alle Forze dell’ordine, per confrontarci sul tema della legalità, dopo il monitoraggio che lo scorso anno ha permesso di portare alla luce del giorno situazioni critiche; infine il terzo settore, per sviluppare nuove strategie». L’approccio dovrebbe guardare a tutti gli stagionali agricoli: «Vorremmo poter parlare di lavoratori in generale, anche di chi per esempio è già occupato nell’industria ma non riesce a trovare un alloggio in affitto e per questo si appoggia su via Pola. Insieme al consorzio, stiamo davvero cercando di sviluppare progetti su questo tema, per fare leva sui proprietari delle case sfitte e così stimolarli a cambiare l’approccio».

 

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