SANREMO – Com’è ormai tradizione, anche quest’anno il nostro giornale sarà al festival di Sanremo, che tornerà dal 24 al 28 febbraio, ancora una volta con la conduzione di Carlo Conti. Ci sarà, con i suoi aggiornamenti video e le foto – su questa pagina e sui nostri canali social -, il nostro inviato Pierangelo Vacchetto.
Dal passaggio tra la sala stampa Lucio Dalla a piazza Colombo al teatro Ariston, tra le interviste personali al commentare le prove, saranno tanti i momenti da condividere per un evento che, dal 1951 a oggi, rappresenta un momento di condivisione tutto italiano.
Gazzetta d’Alba, in quanto accreditata alla sala stampa, farà anche parte giuria della sala stampa, tv e web.
E, in attesa dei primi giudizi sulle canzoni, Vacchetto ha potuto vedere in anteprima i testi dei brani dei 30 big in gara, a cui si aggiungeranno 4 nuove proposte. Ecco il suo giudizio.
Sanremo come specchio del Paese
di Pierangelo Vacchetto
Se il Festival di Sanremo è da sempre il termometro emotivo del Paese, l’edizione 2026, almeno a giudicare dagli estratti in circolazione e dalle prime reazioni della rete, sembra restituire un’Italia sospesa tra autoironia e disincanto, tra bisogno di comunità e paura dell’intimità. Non è un caso che molti testi giochino con l’immaginario nazionale per smontarlo, che parlino d’amore come campo minato e che tornino con insistenza su temi come identità, memoria.

L’Italia performativa e l’ironia sociale nei testi
In “Ai Ai” Dargen D’Amico tratteggia un “Bel Paese” così perfetto da sembrare un filtro di un social: “pure il meteo non è mai brutto”, uno “stivale da diva immerso nell’olio d’oliva”. L’ironia è il suo marchio di fabbrica, ma qui diventa dispositivo politico. L’Italia è estetica, arte, “piedi più belli delle scarpe”, e insieme teatro di contraddizioni: il Vangelo che invita ad accogliere lo straniero convive con un Paese che fatica a farlo. Il riferimento a Carlos Raposo, il calciatore che per anni fu tesserato senza mai giocare, è una metafora feroce, l’apparenza che sostituisce la sostanza, il curriculum che conta più del campo. Sui social molti leggono il brano come una satira sull’Italia performativa, capace di vendersi benissimo ma spesso immobile. Un Paese che “fa mood” ma fatica a fare sistema.
Anche J-Ax in “Italia Starter Pack” usa l’arma dell’ironia: il cantiere con “cinque che dicono cosa fare e uno solo che lo fa” è diventato già meme. La rete apprezza il tono caustico, ma sottolinea l’amarezza di fondo: “più che avere fede serve un complice”. La fiducia nelle istituzioni sembra evaporata; resta l’arte di arrangiarsi, che è insieme difetto e tratto identitario.
E quando Ditonellapiaga in “Che fastidio!” elenca ciò che non sopporta, la moda di Milano, lo snob romano, il politico italiano. La sensazione è quella di un rigetto collettivo verso le pose. Il ritornello funziona come valvola di sfogo generazionale: non è solo fastidio, è saturazione.
Amore fragile e relazioni instabili
Se c’è un filo rosso che attraversa molti testi è l’idea dell’amore come spazio contraddittorio. Chiello in “Ti penso sempre” si chiede: “Quindi amarsi a cosa serve? Se finiamo per odiarci”. La rete parla di “romanticismo post-traumatico”: l’amore non è promessa ma rischio, spesso perdita di tempo.
In “Poesie clandestine” LDA e Aka 7even trasformano la relazione in “metropoli solitaria”: immensa e vuota. L’ossimoro città/isola deserta, fotografa legami vissuti nell’ombra, paralleli, mai pienamente abitati. L’immagine di “Napoli sotterranea” suggerisce un amore nascosto, stratificato, archeologico.
Anche Leo Gassmann in “Naturale” racconta una coppia che si trova, si perde, si ritrova “con altri”, baci che sembrano schiaffi. È l’instabilità come condizione normale. E Eddie Brock in “Avvoltoi” mette a nudo la dinamica tossica del “scegliere sempre quello che ti farà male”: meglio spogliarsi che spogliarsi il cuore. La vulnerabilità è il vero tabù.
Perfino Fedez e Marco Masini in “Male necessario” riflettono sulla fragilità maschile e sulla figura paterna: “ogni padre inizia come fosse un Dio, ma poi finisce che diventa un alibi”. È un verso che ha acceso discussioni sul fallimento dei modelli tradizionali di autorità. Separare l’ego dall’io diventa metafora di un lavoro interiore che riguarda un’intera generazione.
Il desiderio di comunità e la forza delle relazioni
In controluce, accanto al cinismo, emerge un forte desiderio di comunità. Enrico Nigiotti in “Ogni volta che non so volare” ringrazia “chi comunque vada mi rimane accanto”. È una canzone che la rete definisce “abbraccio”, in un’epoca in cui “fuori scoppia un altro inferno”.
Francesco Renga in “Il meglio di me” torna “là dove le paure nascono” e sceglie di non scappare. È il coraggio delle piccole cose, contro la retorica dell’eccezionale.
Le Bambole di pezza in “Resta con me” rivendicano l’autonomia (“ho camminato sola”) ma chiedono presenza “in questi tempi di odio”. La forza femminile non esclude il bisogno dell’altro: lo ridefinisce.
Memoria, dolore e dimensione familiare
Il brano più doloroso, almeno da una prima lettura, sembra “Stella Stellina” di Ermal Meta. E’ il racconto di una giovane vita spezzata dalla brutalità. “Non basta una preghiera per non pensarci più”. In un Paese segnato da fatti di cronaca che hanno colpito l’opinione pubblica, la canzone appare come un rito collettivo di elaborazione del lutto.
Anche Arisa in “Magica favola” attraversa le età della vita: bambole, primo bacio, passione che si confonde col dolore. E nell’ipotetica fine del mondo il gesto più urgente è chiamare il padre. L’infanzia e la famiglia restano ancore simboliche in un presente liquido.
Citazioni pop e memoria culturale condivisa
Non mancano citazioni e rimandi che costruiscono una memoria condivisa. Elettra Lamborghini in “Voilà” accosta “Nessun dorma”, Ballando con le stelle e Raffaella Carrà. Alto e basso, lirica e varietà, si tengono per mano. È la cifra italiana: trasformare la cultura in festa, e la festa in identità.
Conclusione: un’Italia più fragile ma autentica
Nel complesso, i testi di Sanremo 2026 sembrano raccontare un’Italia meno ingenua, più consapevole delle proprie crepe. L’autoironia è un modo per sopravvivere; l’amore è un territorio instabile ma necessario; la memoria è ferita aperta; la comunità è desiderio più che dato di fatto. La sensazione, leggendo i commenti online, è che il pubblico si riconosca in questa fragilità diffusa. Non c’è l’epica della rinascita, ma la dignità del restare.
Forse il significato collettivo di questi brani sta proprio qui: nell’ammettere che siamo un Paese contraddittorio, a volte immobile come Carlos Raposo in panchina, altre volte capace di ballare “viva viva la Carrà” anche sull’orlo del baratro. Sanremo, ancora una volta, non offre soluzioni. Offre uno specchio. E nel 2026 quello specchio riflette un’Italia che ha smesso di fingere di essere perfetta e proprio per questo, forse, è un po’ più vera.
