di Pierangelo Vacchetto
SANREMO – Se si osservano i testi delle canzoni di Sanremo 2026 (la prima parte è QUI) con lo sguardo lungo della storia del Festival, emerge una conferma e insieme una frattura. La conferma riguarda la parola che, da oltre settant’anni, domina il lessico sanremese cuore. Anche quest’anno è tra le più ricorrenti, secondo un’analisi di YouTrend è citata 44 volte, confermandosi il nucleo semantico attorno al quale gravita il linguaggio delle 30 canzoni in gara. La frattura, però, è evidente: il cuore non fa più automaticamente rima con amore, e soprattutto non garantisce più felicità. Accanto a “cuore”, le parole che tornano con maggiore insistenza sono fastidio, notte vita, tempo paura, casa, dentro, ricordo, basta. Un vocabolario che racconta più uno stato emotivo che una storia sentimentale, più una condizione esistenziale che una relazione.
Un amore inquieto e vulnerabile
L’amore resta centrale, ma è quasi sempre inquieto, instabile, attraversato dal dubbio o dalla perdita. In Sei tu, Levante descrive l’innamoramento come una perdita di controllo: «Sento che sorrido e io non l’ho deciso», canta, mentre il corpo si ribella, la postura vacilla, la voce trema. È un amore che non rassicura, che non ordina, ma che espone alla paura. Il cuore, qui, non è un rifugio ma un punto vulnerabile.
Questa fragilità diventa disincanto esplicito in Labirinto di Luchè, dove i legami sono ridotti a contratti che non durano e le relazioni a polvere che si deposita «sui mobili dentro una casa vuota». La parola “casa”, tra le più ricorrenti dell’edizione, non indica più protezione, ma abbandono. L’ego, dice il brano, è un brutto vizio, e l’adulto resta un bambino che non ha imparato a giocare senza rompere.
La notte come isolamento e istinto
La notte, altro termine onnipresente nei testi del 2026, non è mai soltanto uno sfondo romantico. In Animali notturni, Malika Ayane canta una generazione che riesce a essere in pace con i sensi degli altri ma non con i propri, che si perde anche «nei vicoli vicinissimi», che punta alla luna come una creatura notturna in una giungla urbana. La notte diventa il tempo dell’istinto, ma anche dell’isolamento.
Intimità fragile e felicità come difesa
In questo Festival, l’amore raramente coincide con la stabilità. In Le cose che non sai di me, Mara Sattei prova a salvarlo attraverso l’intimità quotidiana, le notti passate a dirsi ciò che resta nascosto, la voce dell’altro che «guarisce il mio disordine». Ma anche qui la guarigione non è definitiva, è fragile, momentanea.
Fa eccezione solo in apparenza La felicità e basta di Maria Antonietta e Colombre, dove la felicità non è promessa ma sottrazione, non dono ma gesto attivo: «Credo che la felicità ce la prendiamo e basta». Anche qui, però, la parola “basta”, una delle più usate del Festival, non suona come una conclusione rassicurante, bensì come un atto di difesa.
Il tempo che pesa e la memoria degli oggetti
Il tempo, che torna ossessivamente nei testi di Sanremo 2026, è quasi sempre un tempo che pesa. In Prima o poi, Michele Bravi lo misura attraverso l’incuria domestica e l’assenza: i piatti non lavati, la spesa dimenticata, un disco di Lucio Battisti lasciato a terra. L’amore non è più nel presente, ma negli oggetti che trattengono il ricordo.
La sfiducia verso il futuro è esplicita in Prima che di Nayt, dove il linguaggio stesso si fa urgente, quasi ansioso: prima di essere scontato, prima di essere scordato, prima di dare potere agli altri attraverso un post o un like. È uno dei pochi brani in cui il lessico sentimentale si intreccia apertamente con quello digitale, segnalando una nuova forma di vulnerabilità.
Solitudine, resistenza e ossessione
In Opera, Patty Pravo riassume forse meglio di chiunque altro il senso complessivo del Festival: «Sulla terra siamo soli, solitari in compagnia, circondati da parole». Parole che, nel 2026, sembrano moltiplicarsi proprio mentre perdono la capacità di salvare.
Eppure, non manca chi prova a restituire all’amore una dimensione di durata. Ora e per sempre di Raf racconta la solitudine cosmica di un uomo che sorride mentre il cuore no, salvato solo da una mano che lo trattiene. In Per sempre sì, Sal Da Vinci recupera l’idea di un amore che resiste alle salite più ripide, che si misura nel tempo e nelle difficoltà condivise. Ma sono eccezioni.
Più spesso l’amore è ossessione, come in Ossessione di Samurai Jay, dove il profumo resta anche quando la persona non c’è più, o diventa racconto politico e sociale, come in Tu mi piaci tanto di Saif, che mescola desiderio, ingiustizia, territori che affondano e piazze che resistono.
Memoria, quotidianità e fragilità umana
L’amore, infine, si trasforma in memoria pura in Qui con me di Serena Brancale, dedicata alla madre: un sentimento che supera il tempo biologico e si deposita nel corpo come un brivido che attraversa il cuore. E diventa quotidianità disarmata in I romantici di Tommaso Paradiso, dove la vita è fatta di film sempre uguali, pioggia, televisori accesi di notte e speranze trasferite sui figli.
In Uomo che cade, Tredici Pietro chiude idealmente il cerchio, celebrando l’imbarazzo, la figuraccia, la fuga preventiva dal dolore. Non eroi, non vincenti: esseri umani che preferiscono sparire piuttosto che farsi male.
Il lessico tormentato di Sanremo 2026
Se negli anni passati Sanremo raccontava soprattutto l’amore come promessa o come nostalgia romantica, l’edizione 2026 mette in scena un vocabolario più tormentato, ampio e critico. Le parole più usate non parlano solo di sentimento, ma di paura, tempo, casa, ricordi, notte e fastidio: un lessico che esprime inquietudine esistenziale e complessità emotiva.
In questo linguaggio, il cuore resta il centro della narrazione, ma non è più un simbolo sicuro: è un organo vivo, vulnerabile e spesso in conflitto con il mondo che lo circonda.
