dal nostro inviato Pierangelo Vacchetto
SANREMO 2026 – Nel corso della conferenza stampa di oggi, martedì 24 febbraio, del Festival di Sanremo sono stati annunciati i cantanti in ordine di uscita nella prima serata. È stata, inoltre, comunicata l’apertura della mostra a Forte Santa Tecla, dedicata a Pippo Baudo, omaggio a una delle figure simbolo della manifestazione. La conduzione della prima serata sarà affidata a Carlo Conti, affiancato da Laura Pausini e Can Yaman. Il Dopofestival sarà invece condotto da Nicola Savino. Durante l’incontro è stato ricordato Maurizio Costanzo, morto tre anni fa.
Can Yaman ha spiegato di non essersi potuto preparare nei giorni precedenti: «Non mi sono preparato, ieri ero ancora sul set e oggi sono qui. Sono sicuro che Carlo mi aiuterà. Se ci penso mi emoziono». Alla domanda sulla sua situazione sentimentale, l’attore ha risposto di essere single, con l’intervento ironico di Conti che ha precisato invece di essere sposato. Nel corso della conferenza è stato chiarito anche un recente episodio di cronaca avvenuto in Turchia. L’attore ha assicurato che non si è trattato di alcun caso rilevante, ma di un normale controllo, concluso rapidamente dopo le verifiche di rito. È previsto, inoltre, un confronto in serata tra Can Yaman e Kabir Bedi, storico interprete di Sandokan.
Altre domande rivolte a Carlo Conti hanno riguardato Andrea Pucci e l’intervento di Ignazio La Russa, che aveva chiesto di reinvitare il comico per una sua apparizione. Conti ha ribadito di aver contattato Pucci proponendogli anche un intervento comico, eventualmente in video e non in presenza, ma la risposta è stata che la soluzione adottata andava bene così. Sanremo 2026 si apre come ogni anno, puntuale, rituale, inevitabile e, come ogni, anno torna anche la domanda che accompagna il Festival almeno da un decennio: ha ancora senso, oggi, il Festival della canzone italiana? In un’epoca in cui la musica non nasce più su un palco televisivo ma si sviluppa altrove (sul web, nelle piattaforme di streaming, nelle visualizzazioni, nei trend di TikTok) Sanremo sembra aver perso il suo ruolo originario di consacrazione artistica. Le canzoni e i personaggi non nascono più a Sanremo.
La vittoria non è più una celebrazione definitiva, non crea carriere, non stabilisce chi resterà. Il successo oggi si misura in ascolti digitali, follower, viralità. Per molti artisti Sanremo è diventato soprattutto una vetrina: non tanto per affermarsi musicalmente, quanto per farsi conoscere (o riconoscere) dal grande pubblico televisivo, da un’Italia che forse non li seguirebbe altrove. Eppure Sanremo resiste. Restano i numeri degli spettatori, le interazioni sui social, le dirette commentate in tempo reale. Restano le folle per le strade della città, in attesa d’intravedere un cantante, un volto noto, una passerella improvvisata. Restano i meme, gli scandali veri o presunti, le polemiche, gli abiti che dividono, le luci spettacolari, le classifiche contestate. Restano i tanti ospiti, ormai quasi esclusivamente italiani, segno di un Festival che guarda sempre più dentro se stesso e meno verso l’estero.
Per una settimana, comunque, l’Italia si ferma. Tutti parlano di Sanremo, anche chi giura di non guardarlo. Anche chi dice di non volerne sapere, in fondo sa che è un evento capace di catalizzare l’attenzione collettiva come pochi altri. Sanremo divide, come sempre: tra chi lo ama e lo vorrebbe sempre diverso ma sempre uguale a se stesso, e chi ne farebbe volentieri a meno; tra chi sogna una nuova concezione del Festival e chi difende la tradizione come un patrimonio intoccabile. Intanto, questa sera, si comincia. Si parlerà di canzoni, di testi, di abiti, di scenografie. Partiranno le scommesse su chi vincerà, su quanto sarà “ingiusta” la posizione di questo o di quell’artista. Si giudicheranno le parole degli ospiti, ogni frase verrà analizzata, amplificata, contestata.
Domani mattina si andrà al lavoro con gli occhi stanchi, dopo una lunga notte davanti al televisore. Forse Sanremo non è più il centro della musica italiana ma resta, nel bene e nel male, uno specchio del Paese: delle sue abitudini, delle sue contraddizioni, del suo bisogno di ritrovarsi, almeno per qualche sera, intorno allo stesso racconto. Forse è proprio questo, oggi, il suo vero senso.
