di Francesca Pinaffo
8 MARZO – Maria, Teresa e Antonia Grosso, Caterina Rosa, Caterina Giobergia, Maria Abbà, Margherita, Marta e Antonietta Gonella, Emilia Dallorto, Francesca e Laura Pia. Erano le ragazze della filanda, morte nella notte tra il 18 e il 19 settembre 1882, nella più drammatica tragedia sul lavoro che ha conosciuto Alba.
Il filatoio dei torinesi Giorelli si trovava in via Pietro Ferrero, dov’è stato poi costruito l’attuale centro ricerche dell’azienda dolciaria. All’epoca la Granda era tra le province con la maggiore produzione di seta in Italia, ma erano anche gli anni in cui le fabbriche rischiavano di trasformarsi in trappole mortali per la mancanza di sicurezza e di tutele. Ancora di più per le lavoratrici, spesso giovanissime, persino bambine, come in questo caso. Teresa aveva 12 anni ed era la più piccola. Marta era la maggiore e di anni ne aveva appena 23. Si conoscevano da sempre ed erano amiche, perché erano tutte originarie di Madonna del Pilone, piccola frazione di Cavallermaggiore.
L’intitolazione dopo 134 anni
Questa mattina – 8 marzo, dopo la Messa delle 10 –, a loro verrà dedicata la via che porta al cimitero del borgo. «Ci è sembrato un gesto importante», commenta il sindaco, Davide Sannazzaro. «Madonna del Pilone ha sempre avuto la caratteristica (fino alla sospensione di alcuni anni fa, ndr) di essere servita dal treno che arrivava anche ad Alba: è per questo che, per le famiglie del posto, c’era la possibilità di mandare i figli e le figlie a lavorare altrove». E, nelle campagne in cui si viveva di stenti, un posto sicuro era un’occasione unica per portare uno stipendio a casa, anche se si lavorava per 10-12 ore in condizioni oggi inaccettabili.
La cronaca su Gazzetta d’Alba del 1882
Il setificio albese all’epoca occupava 400 persone. Le dodici ragazze di Cavallermaggiore dormivano in una camerata all’interno che guardava verso la parte Est. Lo racconta il numero del 23 settembre di Gazzetta d’Alba, che all’epoca era un giornale appena nato, fondato il 3 giugno di quell’anno. Il cronista ripercorre i fatti, a partire dalla richiesta che le operaie avevano avanzato qualche giorno prima al direttore della filanda di essere spostate in una camerata più dignitosa. Si erano così trovate in due stanze che affacciavano sul cortile. A quanto pare, la sera del 18, verso mezzanotte, erano ancora tutte insieme per passare un po’ di tempo in compagnia. «Folleggiavano», si legge, terminologia giudicante tipica di un’epoca in cui, nella società come tra le pagine dei giornali, il divertimento femminile era persino scandaloso.

La ricostruzione è questa: quando si chiese loro di spegnere le luci, per sbaglio non abbassarono del tutto lo stoppino della lampada a petrolio che avevano in camera, che continuò a bruciare per tutta la notte, «producendo una grande quantità di acido carbonico ed assorbendo in breve tempo l’ossigeno dell’ambiente, troppo angusto per il numero delle ricoverate». Le trovarono, morte, il mattino successivo. Il cronista di Gazzetta racconta di quanto la tragedia colpì la comunità albese, della disperazione delle famiglie – si avviò anche una raccolta fondi per sostenerle – e dei funerali solenni organizzati ad Alba, con i negozi chiusi e la bandiera dal balcone del Municipio «abbrunata».
Da domenica, dopo 134 anni, ci sarà una strada che ricorderà queste dodici ragazze nel borgo in cui sono nate e cresciute. Sannazzaro: «Come Comune, abbiamo iniziato un lavoro di parità sulla toponomastica delle frazioni. Abbiamo rinominato anche altre vie, dedicandole a donne che hanno lasciato un segno nella comunità: sono atti concreti».
