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#8MARZO Nel 2026 dovremmo essere tutti e tutte femministi

L'intervista alla giovane assessora albese Lucia Vignolo, tra soddisfazioni, impegno e la difficoltà di essere in prima linea

#8MARZO Nel 2026 dovremmo essere tutti e tutte femministi

di Francesca Pinaffo

ALBA«Vivo questo impegno con un grande senso di responsabilità, ma anche con curiosità»: lo dice Lucia Vignolo, assessora al protagonismo giovanile del Comune di Alba, classe 2002, laureata in infermieristica pediatrica, al suo primo incarico amministrativo. Se per un giovane è più difficile farsi strada in politica, per una ventenne la sfida è ancora più ardua. Vignolo lo sta vivendo. In occasione dell’8 marzo, l’abbiamo intervistata.

Come vive l’esperienza, Vignolo?

«Si dice spesso che noi giovani siamo distanti dalla politica. Io preferisco dire che ci sentiamo distanti da un certo modo  di fare politica: quello che vive di slogan e di polemica, che non ascolta i bisogni reali delle persone, che non sa comunicare una visione di futuro, che antepone gli interessi individuali a quelli della collettività. E che riguardo ai giovani dice di crederci, ma poi difficilmente dà loro spazio. Per questo sento su di me la responsabilità di fare una politica che ci rappresenti davvero – al di là dei colori politici –, soprattutto nei modi: con ascolto, partecipazione, concretezza. In più, la complessità della macchina amministrativa può scoraggiare: al contrario, vorrei trasmettere il valore della partecipazione».

Crede di vivere più difficoltà rispetto a un uomo?

«Sono una donna e sono giovane: sono partita con due gradi difficoltà aggiuntive, catapultata in un ambiente politico e amministrativo molto adulto, con dinamiche radicate e talvolta chiuse. Come penso capiti alla maggior parte delle donne nei più diversi ambiti, lo spazio e il riconoscimento del ruolo non sono tuoi da subito, ma devi conquistarteli. E questo richiede energie, determinazione e spesso una performance che a un uomo semplicemente non viene richiesta nella stessa misura. Per fortuna, ho trovato nella Giunta un ambiente in cui ognuno è rispettato per quello che è, al di là dell’età e del genere. È uno spazio che mi permette di lavorare con serenità, ma sono consapevole che non è ovunque così».

Dall’opposizione c’è stato anche qualche attacco nei suoi confronti: come li ha vissuti?

«Prima di tutto, li contestualizzo in un modo di fare politica che vive di scontro e polarizzazione. È ciò che io non voglio essere. Non nego che ho vissuto questi momenti con una punta di amarezza, soprattutto perché mi rendo conto che non si tratta di critiche costruttive, ma di attacchi alla persona, che probabilmente rispondono a una logica strategica. E questo mi dispiace, perché distoglie dai temi veri, da affrontare con il dialogo che una città come la nostra consente. A livello personale provo a trarre qualcosa anche dai momenti più difficili, perché credo che anche quelli, alla fine, facciano parte del percorso. Rimango comunque ferma sulla mia idea: avere una rappresentanza giovane, nella Giunta, è una ricchezza e nessun attacco può certo cancellarlo».

Che cos’è o che cosa dovrebbe essere per lei il femminismo nel 2026?

«Mi chiedo perché, nel 2026, dobbiamo ancora parlare di femminismo come di un concetto a sé. Se essere femministe – e femministi – significa lavorare perché le donne abbiano reale parità, allora dovrebbe essere un obiettivo di tutti. Il vero traguardo sarà quando non avremo più bisogno di questo termine, perché tutti – uomini e donne – lo saremo già. E, guardando a noi giovani, rispetto ai nostri genitori siamo già oltre: la parità non è compiuta, ma lo è più di ieri».

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