di Franco Chittolina per Agenzia giornali diocesani
POLITICA INTERNAZIONALE – Il Consiglio europeo dei capi di Stato e di governo dei giorni scorsi è stato travolto dagli eventi e dai ritardi accumulati dall’Ue in questi ultimi tempi.
Gli eventi sono quelli di un mondo fuori controllo, dove le guerre in corso si trascinano senza prospettive di soluzione, come in Ucraina, e nuove si aggiungono, come nel caso della guerra scatenata dagli Stati Uniti e da Israele contro l’Iran e delle aggressioni israeliane in Libano e della contigua occupazione strisciante della Cisgiordania.
Questi eventi sono piombati sul tavolo dei capi di Stato e di governo Ue, spingendo ai margini la lunga lista dei ritardi europei su impegni politici urgenti e finendo col rinviarli a data da stabilire.
Ne è risultata l’adozione di due diverse dichiarazioni finali, una a 360 gradi sulle urgenze da affrontare e una mirata sull’Ucraina, per un totale complessivo di ben 78 paragrafi, a memoria di una serie impressionante di nodi venuti al pettine tutti insieme.
Sull’Ucraina niente purtroppo di nuovo: la conferma del sostegno al Paese, invaso dalla Russia, ma anche la costatazione che due firme mancano per attivare l’impegno di destinare all’Ucraina i 90 miliardi di euro deliberati già lo scorso dicembre. Vi si oppongono, come da antico copione, Ungheria e Slovacchia che pure avevano consentito la svolta coraggiosa Ue, anche se chiamandosi fuori dai relativi costi. Il 12 aprile in Ungheria ci saranno le elezioni e per Viktor Orban è in gioco la sua sopravvivenza politica e l’Ue ha preferito non dargli argomenti per una campagna elettorale sostenuta dagli Usa, con il vice-presidente J. D. Vance in arrivo per dare la mano all’autocrate magiaro.
È invece impressionante la lista dei ritardi da colmare, contenuta nel lungo comunicato di 61 paragrafi. Tra questi, la mancata risposta particolarmente urgente sulla situazione in Iran, pure esplosa ormai tre settimane fa. Dopo un rituale e debole richiamo al rispetto del diritto internazionale, la prima condanna è riservata alle aggressioni dell’Iran nella regione, senza riferimenti alle pesanti azioni militari degli Usa e di Israele, prudentemente non citati in proposito. Si prosegue con il Libano, condannando l’attacco di Hezbollah ad Israele, del quale poi non si trova traccia quanto alle sue responsabilità nell’area.
Doveva essere un Consiglio europeo destinato a rilanciare l’economia: ne rimane traccia nei ritardi accumulati negli anni, tanto sul completamento del mercato unico che sulla mancata riduzione dei prezzi dell’energia, sull’insufficiente attivazione di investimenti, il tutto accompagnato da impegni a provvedervi in tempi brevi, dopo aver perso anni di tempo.
Della difesa e della sicurezza europea se ne occupa il cap. IV delle conclusioni: sono reiterate le intenzioni di preparare l’Europa alla temuta scadenza del 2030, dopo aver dimenticato il tema da tre quarti di secolo, con l’affondamento della Comunità europea della difesa nel 1954.
Poche righe sono destinate al tema delle migrazioni, ulteriormente temute a seguito delle guerre in Medio Oriente, ma con parole sufficientemente vaghe per non dover spiegare come coniugare il richiamato “diritto dell’Ue e il diritto internazionale” al loro esercizio effettivo a fronte delle crescenti misure repressive in materia: un tema che ha visto molto attiva Giorgia Meloni, in alleanza con Paesi minori Ue, senza l’adesione dei partner che contano nell’Ue.
Su questo versante il governo italiano ha riprodotto uno schema di alleanze di poco peso in favore di un allentamento dei vincoli sulla decarbonizzazione, dopo aver aver frenato colpevolmente sull’investimento in energie alternative scontrandosi, tra gli altri, con Spagna, Germania e Paesi nordici.
Alla fine delle conclusioni, al paragrafo 58, fa impressione l’appello del Consiglio europeo a “rafforzare la resilienza democratica dell’Europa”: con questo bilancio politico, zavorrato da ritardi e omissioni, sembra un’invocazione da ultima spiaggia.
