di Franco Chittolina per Agenzia giornali diocesani
EDITORIALE – La saggezza dei romani, quelli di duemila anni fa, torna di attualità oggi ricordando quando rilevarono che «mentre a Roma si discute, Sagunto è espugnata». Per memoria, Sagunto era una città alleata dei romani in Spagna, assediata da Annibale, che sarebbe caduta dopo otto mesi mentre a Roma non si prendevano decisioni in sua difesa.
Viene voglia di sostituire Bruxelles con Roma e Sagunto con Teheran e Kiev per provare a capire quanto avviene in questi giorni sui due fronti di guerra che premono sulle frontiere dell’Unione europea: da parte della Russia in Ucraina e da parte di Israele e Stati Uniti nella polveriera mediorientale, in particolare in questi ultimi giorni in Iran.
La guerra della Russia dura ormai in Ucraina da oltre quattro anni durante i quali l’Unione Europea si è spesa non poco a sostegno del Paese aggredito, prima con strumenti umanitari e finanziari e poi anche militari, senza riuscire a pesare in modo significativo nei tentativi di negoziato tra i contendenti.
Anzi, con il passare del tempo l’Ue risente della fatica dei suoi cittadini nel proseguire in questa solidarietà dai costi non indifferenti e registra una crescita delle divisioni al suo interno nel condividere le misure politiche ed economiche a sostegno dell’Ucraina, grazie anche al costante sabotaggio della sua azione da parte dell’Ungheria, cui si è unita anche la Slovacchia, oltre che le molte forze politiche delle destre europee, quelle estreme in particolare.
Sul versante mediorientale la situazione è anche più complessa: le risposte dell’Unione nel conflitto israelo-palestinese hanno tardato a convergere verso iniziative e sanzioni condivise, mostrando molta meno solidarietà verso le comunità aggredite rispetto a quanto avvenuto con l’Ucraina.
Mentre tutte queste incertezze pesavano nelle relazioni internazionali dell’Ue, aggravate dall’imprevedibilità dell’ex-alleato americano, un conflitto di dimensioni potenzialmente devastanti per l’intera regione mediorientale è riesploso con l’attacco militare di Israele e Stati Uniti all’Iran sabato scorso.
È presto per valutarne gli sviluppi e l’impatto sulla pace e sull’economia mondiale, ma non è troppo presto per riflettere sui tempi di reazione dell’Unione Europea e la sua capacità di intervenire per spegnere incendi che la minacciano da vicino.
Ancora il giorno prima dell’attacco all’Iran, a Bruxelles volavano parole grosse della Francia contro la Commissione europea per aver attivato, anche se solo provvisoriamente, l’accordo commerciale con il Mercosur, il grande mercato dell’America latina. Le ragioni del presidente Emmanuel Macron erano di natura squisitamente nazionali, se non di tonalità nazionalista, facendo leva sulla posizione adottata dal Parlamento europeo che, con il suo legittimo ricorso alla Corte europea di giustizia, aveva bloccato la ratifica dell’accordo. Piccolo dettaglio, Macron dimenticava che nel Consiglio europeo era stato messo in minoranza al momento del voto sull’accordo, adottato a dicembre con il normale ricorso democratico al voto a maggioranza qualificata e che lo stesso Consiglio, lui presente, aveva autorizzato la Commissione a procedere ad una attivazione provvisoria dell’accordo non appena fosse stato ratificato da un Paese latino-americano firmatario, come avvenuto giovedì scorso ad opera di Argentina e Uruguay.

Fino a ieri a Bruxelles di questo si discuteva animatamente, oltre che dell’infinita vicenda dei dazi, contribuendo a rendere sempre più fragile la coesione politica tra i Ventisette proprio nel momento in cui prende fuoco il Medio Oriente e non si spegne l’incendio in Ucraina.
E mentre a Bruxelles di tutto questo si continuava a discutere, la storia precipitava in Medio Oriente senza che i vertici dell’Ue fossero informati e fossero pronti per una risposta. Peggio, quando la notizia è arrivata ai piani alti del palazzo Ue, a parte un’imbarazzata dichiarazione congiunta del presidente del Consiglio europeo e della Commissione europea, solo tre Paesi hanno dichiarato la loro disponibilità ad intervenire a protezione degli interessi europei: Germania, Francia e Regno Unito. Senza l’Italia, ma questa ormai non è piu’ una sorpresa. E tutto questo mentre la presidenza di turno dell’UE è nelle mani fragili di Cipro, isola molto vicina al teatro di guerra.
Non ci poteva essere un’immagine piu’ plastica di questa per raccontare come il “nano politico” europeo faceva la sua penosa figura nel giardino a pezzi del mondo.
