di Franco Chittolina per Agenzia giornali diocesani
POLITICA EUROPEA – Il monologo di Amleto che si interroga se sopportare le sofferenze della vita o mettervi fine con il suicidio può essere un utile filo conduttore per riflettere su presente e futuro dell’Unione Europea, in particolare alla vigilia, il prossimo 18 marzo, di un importante Consiglio europeo dei capi di Stato e di Governo.
Che molte siano le sofferenze dell’Unione Europea in questa travagliata stagione della storia mondiale non va dimostrato, limitiamoci a ricordare quelle più importanti, a cominciare dalla sua fragile coesione politica e dalla sua economia in rallentata crescita a fronte di una competizione mondiale nella quale queste due leve sono decisive.
Per l’Unione Europea questo è in parte il risultato della sua storia di un incontro tra nazioni gelose di una loro presunta residua sovranità, che faticano a progredire nella complessa dinamica federale, e in parte della sua perdita di ruolo a livello internazionale. Il percorso federale è rallentato dalle limitate politiche comuni e dal voto all’unanimità per quelle non ancora di responsabilità comunitaria, come nel caso della politica estera e di difesa, della politica fiscale e sociale e di molte altre.
Sono questi gli interrogativi sulla capacità dell’Europa di diventare Unione, cui si aggiungono quelli relativi alla sua ambizione di diventare Europea, con il progetto in cantiere dal dopoguerra di progredire verso una riunificazione continentale, oggi già in una fase molto avanzata ma ancora incompiuta.
Per portarla a termine la strada è ancora lunga tenuto conto della lista dei futuri Stati membri in attesa di aderire all’UE: a est, i Paesi balcanici, la Moldavia, la Georgia e l’Ucraina e, a nord, l’Islanda e la Norvegia, con il ritorno possibile nella casa comune del Regno Unito.
Non sarà una passeggiata per nessuno, né per l’Unione Europea di oggi, impreparata per l’accoglienza, né per i Paesi candidati confrontati a criteri d’ingresso probabilmente più severi di quanto non sia stato per i loro predecessori: Ungheria docet.
Non percorrere queste strade significherebbe, come nel monologo di Amleto, condannarsi a “non essere” e sarebbe il suicidio di un progetto straordinario che per ottant’anni ha contribuito alla pace nell’Unione Europea e al crescente benessere della sua popolazione.
Conforta il pensiero che per l’Ue non si tratta di passare dal “non essere” a “essere” perché il processo europeo ha già fatto molti progressi e imparato non poche lezioni: la più tragica, quella del suicidio dell’Europa con le due guerre mondiali del secolo scorso e quella più recente dell’invasione russa dell’Ucraina e adesso la violazione della legittimità internazionale di Stati Uniti e Israele in Iran.
Senza però dimenticare i risultati raggiunti dall’Ue: la sua pacifica estensione territoriale a 27 Paesi membri, la creazione di una moneta e di un mercato unico, la salvaguardia sostanziale di un sistema di protezione sociale unico al mondo, una penetrazione commerciale nel mondo di straordinarie dimensioni e molto altro ancora.
Ma questo gigante economico resta ancora un nano politico, senza un governo di profilo federale, con un Parlamento dai poteri limitati e un assetto istituzionale complicato e poco efficiente.
Per “essere” veramente un Unione bisogna adesso ripartire verso un’Europa di profilo federale, cominciando da “chi ci sta” e reinventando un progetto di integrazione con priorità politiche chiare, con alleati affidabili e dotandosi delle risorse umane e finanziarie necessarie.
Soprattutto sarà indispensabile associare alla costruzione di questo nuovo progetto i cittadini d’Europa, nativi e non, molto più di quanto non lo si sia fatto in passato.
Nella consapevolezza che per “essere” europei bisogna “non essere” né nostalgici delle nazioni, veicoli di guerre del passato, né vassalli dei nuovi imperi predatori che minacciano il nostro futuro.
