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L’editoriale europeo / Da Cipro e Spagna arrivano segnali per l’Unione europea

Il Parlamento europeo
Il Parlamento europeo

di Franco Chittolina  per Agenzia giornali diocesani

POLITICA INTERNAZIONALE – Di Cipro ci eravamo quasi dimenticati dopo il suo ingresso nell’Unione europea nel 2004. Era però la terza isola del Mediterraneo per estensione, ma politicamente solo per metà in Europa, l’altro pezzo sotto occupazione turca dal 1974: la sua adesione all’Ue poneva più di un problema, ma si passò oltre nella grande infornata di nuovi Paesi membri di inizio secolo.

Adesso, con la guerra in Iran, vale la pena richiamare alla memoria alcune sommarie considerazioni in proposito, anche per valutare prospettive e rischi per la pace nell’ Unione Europea.

Membro dell’Ue a tutti gli effetti, in questo primo semestre dell’anno alla guida del Consiglio dell’Unione, una “portaerei nel Mediterraneo senza essere membro della Nato ospita basi militari britanniche in territori ancora sotto il controllo del Regno Unito. E già questo basterebbe a dire la complessità della situazione in tempi normali, figuriamoci in tempo di guerra con droni che le piovono in casa.

Per l’Unione europea Cipro ha suonato la sveglia sulla sua capacità di proteggersi in casa sua dopo aver molto stentato a proteggere l’Ucraina aggredita dalla Russia. Adesso che è essa stessa minacciata di essere aggredita dall’Iran, l’Ue deve valutare quali strumenti ha a disposizione per difendersi, al di là di quello che possono fare i suoi Stati membri nella loro limitata residua sovranità.

Lasciando quindi provvisoriamente da parte la decisione presa di inviare a difesa di Cipro una squadra navale coordinata dalla Francia con Regno Unito, Grecia, Italia e Spagna, proviamo a capire su quali basi giuridiche potrebbe essere in grado di muoversi l’Unione Europea in quanto tale, cioè tutti noi insieme.

La leva giuridica da attivare è quella dell’art. 42/7 del Trattato di Lisbona: «qualora uno Stato membro subisca un’aggressione armata nel suo territorio, gli altri Stati membri gli debbono aiuto e assistenza con tutti i mezzi in loro potere», salvo poi aggiungere che «questo non pregiudica il carattere specifico della politica di sicurezza e difesa di taluni Stati membri». Tradotto: il principio è generoso, la sua applicazione condizionata alle competenze nazionali, tanto più in un caso complesso come quello cipriota, servito come un primo test di coordinamento militare tra alcuni governi dei Paesi membri dell’Ue, quale quello avviato nell’aggregazione E4 in corso di strutturazione tra Francia, Germania, Italia insieme con il Regno Unito.

Diverso quanto accaduto con la Spagna dove il primo ministro, Pedro Sanchez, ha alzato la voce invocando un altro principio fondamentale per l’Unione, quello del rispetto dello Stato di diritto, e rifiutando agli Stati Uniti l’uso delle basi militari in Andalusia per le operazioni militari contro l’Iran. Senza esitare a dire ai belligeranti «un no alla guerra. No al fallimento del diritto internazionale. No ad assumere che il mondo possa risolvere i suoi problemi a base di conflitti. No a ripetere gli errori del passato». Una lezione di civiltà europea che Trump non ha apprezzato, minacciando di bloccare i commerci con la Spagna, senza che il Cancelliere tedesco in visita al predatore di Washington trovasse il coraggio di difendere un suo partner importante nella Ue. Lo hanno fatto invece, con toni diversi, il presidente francese, Emmanuel Macron, il presidente del Consiglio europeo, Antonio Costa, e la presidente della Commissione europea, Ursula von der Leyen, mentre non si è sentita la voce del presidente del Consiglio italiano cui forse risuonavano nell’orecchio l’invito di Sanchez a «non pensare che praticare una sottomissione cieca e servile sia una forma di leadership».

Praticamente nelle stesse ore due messaggi tra loro non facili da coniugare sono arrivate all’Unione Europea dalla sua area mediterranea, geograficamente la più esposta alla dilatazione del conflitto. Tutto questo mentre l’Italia già si preparava a rendersi disponibile per l’uso delle sue basi militari da parte degli Usa, ancor prima che l’amico americano glielo chiedesse.

Resta bello, ma anche molto impegnativo il motto Ue: “Uniti nella diversità”, a patto di non dimenticare quanto siamo diversi nella ricerca dell’unità.

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