di Pierangelo Vacchetto
SERRALUNGA – Durante un incontro intenso e partecipato alla Fondazione Mirafiore (ieri sera, 28 marzo), per l’ultimo appuntamento dedicato al conflitto israelo-palestinese, la giornalista e scrittrice palestinese Rula Jebreal ha offerto una riflessione profonda. drammatica e impregnata di attualità, intrecciando la propria esperienza personale con un’analisi politica e storica di ampio respiro.
Le parole di Martina Marchiò, il racconto di chi ha visto l’orrore
Ad aprire l’incontro è stata la testimonianza diretta di Martina Marchiò, infermiera rientrata dalla Striscia di Gaza, che ha raccontato senza filtri la realtà vissuta sul campo. “Non c’è dubbio: si parla di genocidio”, ha detto. Ma ha voluto essere ancora più
precisa: “Si parla di sanitaricidio: più di 1.700 operatori sanitari sono stati uccisi. Quindici erano miei colleghi di Medici Senza Frontiere”.

Il suo racconto è una cronaca di distruzione sistematica: “Dei 36 ospedali esistenti nella Striscia, tutti sono stati colpiti, spesso nei momenti più critici, quando il sistema sanitario era già al collasso”. Martina ha descritto una realtà in cui non vengono uccise solo le persone, ma tutto ciò che rende possibile la vita: “Interi quartieri non esistono più. Rafah oggi è solo un cumulo di macerie. Sono stati distrutti ospedali, scuole, strade, campi agricoli”. E poi la parte più dura: l’uso della fame e della sete come arma. “La gente moriva di fame, di sete, di freddo. Ho visto persone chiedere da mangiare prima ancora delle cure”.
I corpi delle donne diventano campi di battaglia
I suoi ricordi sono fatti di volti e frasi impossibili da dimenticare: “Un uomo anziano mi disse: ‘Non mangio da sei giorni’. Una donna incinta: ‘Io da quattro’. Una madre: “Non ho nulla da dare a mio figlio”. Marchiò ha raccontato anche degli attacchi mentre distribuivano acqua: “I civili erano in fila con le taniche vuote e venivamo bersagliati da colpi di arma da fuoco. Nessuno stava facendo nulla di male”. E ancora: “Dodici neonati sono morti di freddo nelle tende. L’ultima aveva dodici giorni”. E poi il dramma vissuto dalle donne, “i cui corpi diventano campi di battaglia”. Gestire le mestruazioni, in contesti sanitari drammatici e in condizioni di sovraffollamento, senza alcun presidio, diventa una tortura. Una testimonianza che ha lasciato la sala in silenzio, trasformando numeri e statistiche in esperienza diretta.
Dall’orfanotrofio a Gerusalemme Est all’Italia
Rula Jebreal ha iniziato il suo intervento a Serralunga da sola, in piedi, in un monologo che ha toccato nel profondo tutti i presenti. Ha voluto raccontare tre storie drammatiche, quelle di chi il conflitto lo ha vissuto con coraggio e ha perso la vita. Come quella del chirurgo a Adnan Al-Bursh, torturato dagli israeliani e il cuo corpo è mai stato restituito. “La politica ha dimostrato il suo fallimento in Palestina. Gli eroi che dobbiamo ringraziare sono i medici, gli infermieri e tutti gli operatori presenti in prima linea. Essere testimone oggi significa usare il privilegio di avere una voce per chi non c’è più e per chi si può ancora salvare”, ha detto, applaudendo Martina Marchiò.

“La mia storia non è l’eccezione, è la regola quando si dà accesso all’istruzione”, ha spiegato Jebreal, ripercorrendo la sua infanzia in un orfanotrofio a Gerusalemme Est, dopo la morte dei genitori. Con lei hanno dialogato i padroni di casa, Paola e Oscar Farinetti. “Il successo delle ragazze era del 99%. Non perché fossimo più intelligenti, ma perché qualcuno ha investito nell’educazione”. Arrivata in Italia grazie a una borsa di studio, ha raccontato lo shock positivo dell’incontro con una società libera: “Ho capito cosa significa la pace. Niente carri armati, niente uomini armati. Ho capito cosa vuol dire uno Stato di diritto”.
I crimini non possono restare impuniti
Nel suo intervento, la giornalista ha espresso gratitudine verso l’Italia: “Ovunque nel mondo incontro persone che hanno studiato qui e che raccontano il meglio di questo Paese”. Ma ha anche lanciato un monito: “L’Italia deve tornare a guidare in termini di diplomazia.
Ha una vocazione storica per la mediazione, basti guardare la storia delle comunità internazionali, che oggi è scomparsa”. Ancora più dura la critica all’Europa: “Sta violando le proprie leggi. Se un paese viola i diritti umani, gli accordi devono essere annullati. Non si può avere un doppio standard. Non basta il riconoscimento dello Stato della Palestina, servono sanzioni, così come bisogna boicottare i prodotti israeliani”.
Jebreal ha sottolineato: “Tutti vogliono la pace, ma nessuno vuole pagarne il prezzo”. Secondo la giornalista, il modello da seguire è quello del Sudafrica: “Serve un processo di verità, giustizia e riconciliazione. Chi ha commesso crimini deve confessare. Solo dopo può esserci pace”.
Ho scelto di non farmi influenzare dalla paura
La giornalista ha parlato anche delle minacce ricevute: “Non è che non ho paura. Ho deciso che la paura non deve controllare le mie azioni”. E ha aggiunto: “Sarei arrabbiata con me stessa se lasciassi che la paura mi fermasse. Sarebbe il fallimento più grande”. Nonostante tutto, il suo sguardo resta rivolto al futuro: “Guardo all’Europa dopo le guerre mondiali. Dopo genocidi e distruzioni è riuscitacostruire pace e diritto internazionale”.Un esempio che, secondo Jebreal, dimostra che una via d’uscita esiste: “Se è stato possibile allora, può esserlo anche oggi”.
Staccare la spina dall’America
La vittoria del no, in Italia, al recente referendum, “ha dimostrato che i giovani vanno ascoltati e che possono cambiare le cose”. Ma, come ha precisato più volte, “bisogna staccare la spina dall’America”. Immancabili i riferimenti a Trump, ai legami con Israele, al caso Epstein. “Il consenso attorno a Trump è in picchiata. Ciò che tempo è che, come ha già fatto, dia vita a un’escalation di violenza per non perdere il potere. Ci sono figure di leader alternativi che stanno emergendo: in Italia se ne parla poco, ma anche oltreoceano il cambiano può diventare realtà”.
