di Pierangelo Vacchetto
MUSICA – Il Teatro Sociale di Alba, ieri sera, aveva bisogno di tutte le sue sale. Due platee, una di fronte all’altra, e il palcoscenico nel mezzo, in una disposizione insolita e quasi circolare che ha trasformato il teatro in una sorta di grande abbraccio. Non c’era un ordine di posti libero.
Alba ha risposto così a «Scritto domani», la serata dedicata a Gianmaria Testa nel decimo anniversario della sua scomparsa e nel ventennale dell’album «Da questa parte del mare», il disco che più di ogni altro ha raccolto la sua riflessione sul viaggio, sulle migrazioni, sulle persone costrette a partire e sulla ricerca di una terra in cui poter ricominciare.
Dieci canzoni, quelle dell’album, sono tornate a vivere attraverso le voci e gli strumenti di artisti che con Testa hanno condiviso palchi, dischi, amicizie, oppure che hanno incrociato la sua musica e ne hanno riconosciuto la forza. Ma la musica è stata soltanto una parte del racconto.
Tra una canzone e l’altra sono arrivati ricordi, episodi, piccole storie private, parole capaci di restituire un Gianmaria lontano dalla retorica della celebrazione: uomo della terra, musicista rigoroso, ironico e timido, capace di una profondità che non aveva bisogno di alzare la voce.
Ad aprire musicalmente la serata sono stati Enrico Rava e Rita Marcotulli. E già da quelle prime note si è capito che «Scritto domani» non sarebbe stato un semplice concerto commemorativo. Rava ha ricordato l’esperienza di «Guarda che luna», spettacolo che aveva riunito musicisti molto diversi e nel quale Gianmaria aveva avuto un ruolo di collante. «Ci siamo veramente divertiti», ha raccontato, spiegando che il brano eseguito sul palco era proprio uno di quelli suonati allora, quasi a chiudere un cerchio rimasto aperto per anni.
Poi le canzoni hanno cominciato a seguire il filo di «Da questa parte del mare». Un album che, come è stato ricordato sul palco, nasceva da un pensiero preciso e da una ferita. Gianmaria Testa aveva assistito casualmente al salvataggio di due naufraghi africani durante una vacanza in Puglia, a Manacore. Era lì, in costume, a prendere il sole, quando si era trovato davanti due uomini alla ricerca di aiuto.
Da quella contraddizione, da quel sentirsi improvvisamente dentro una realtà che non poteva più essere ignorata, era nata una domanda: «Devo raccontare qualcosa? Devo fare qualcosa?». Da lì sarebbe cominciato il percorso che avrebbe portato al disco.
A legare le esibizioni, con la lettura di brani tratti dal libro «Da questa parte del mare», è stato Giuseppe Cederna. Le sue parole hanno riportato continuamente il pubblico dentro il mondo di Testa, restituendo la dimensione narrativa di un album concepito quasi come un romanzo, con le canzoni come capitoli di una stessa storia.
Bungaro ha portato sul palco «Dentro la tasca di un qualunque mattino», una canzone che gli ha imposto, come ha spiegato, la responsabilità di misurare la leggerezza di ogni parola. Perché quella di Testa era una leggerezza soltanto apparente: dietro c’erano tenerezza, fragilità, vulnerabilità, attenzione per la quotidianità. «Una tenerezza consapevole», è stata la definizione scelta da Bungaro. Una qualità che oggi, in un tempo veloce e spesso incapace di guardare negli occhi gli altri, appare ancora più necessaria.
Paola Turci ha interpretato «I seminatori di grano», mentre Omar Pedrini, prima di «Rrock», ha riportato il discorso verso quella concretezza che accomunava i due artisti. Entrambi provenivano da storie rurali, da famiglie legate alla terra. Testa figlio di contadini, Fresu che ha suonato nel gruppo figlio di pastori e contadini. Una radice comune fatta di saggezza, concretezza, piedi ben piantati per terra e, proprio per questo, possibilità di guardare verso l’alto.
«Lui aveva una concretezza e una relazione con il mondo che facevano sì che le relazioni fossero semplici», ha ricordato Pedrini. E poi l’ironia, altra caratteristica emersa più volte durante la serata. Anche davanti a una domanda tecnica, anche davanti a una nota apparentemente impossibile, Gianmaria riusciva a rispondere con quella semplicità che non era superficialità, ma il risultato di una conoscenza profonda.
Giua ha cantato «Forse qualcuno domani», Tosca «Una barca scura». E proprio Tosca ha ricordato quanto potesse essere sorprendente la disponibilità di Testa a entrare in sintonia con gli altri. Lo aveva conosciuto quasi casualmente, accompagnando il marito Massimo Venturiello. Testa le aveva chiesto se volesse cantare con lui. Ne era nata una versione di «Parlami d’amore Mariù», scelta perché era la canzone amata dalla madre di Tosca. «Questa era la sua bellezza», ha ricordato: la capacità di entrare in sintonia con una persona e con una storia, facendo diventare importante, in quel momento, qualcosa che fino a un attimo prima sembrava appartenere soltanto alla memoria privata.
Poi «Tela scura», affidata a Daniele Silvestri. Una canzone costruita su una lunga sequenza di immagini, di fastidi, di contraddizioni. Silvestri ha raccontato di non aver avuto la fortuna di conoscere direttamente Testa e di aver sempre pensato che prima o poi sarebbe successo. Non è accaduto. Ma ieri sera, ha detto, quell’incontro è avvenuto attraverso quella musica e attraverso quel disco che avrebbe scelto proprio per la forza dei temi affrontati. E soprattutto per il modo in cui Testa riusciva ad affrontarli senza mai cadere nella retorica.
Silvestri ha parlato anche dell’importanza delle parole, un tema che attraversava tutta la poetica di Testa. Le parole, ha detto, sono uno strumento per capire il mondo e capire se stessi. «Noi siamo il nostro linguaggio», in gran parte. E coltivarlo, arricchirlo, metterlo in discussione significa anche provare a diventare più consapevoli.
A quel punto il concerto ha lasciato spazio a un momento particolarmente intenso. Pier Mario Giovannone ha letto alcune delle parole scritte dopo la morte di Gianmaria. Non più le canzoni, ma il tentativo di continuare a parlare con un amico che non c’è più. «Quando sei morto l’ho detto a tutti tranne che a te», ha letto. E ancora: «Semplicemente mi manchi, semplicemente ti vorrei».
È stato uno dei momenti in cui la serata ha smesso definitivamente di essere un omaggio per trasformarsi in una presenza. Testa non era soltanto ricordato: veniva chiamato nuovamente in causa, come si fa con le persone che continuano a vivere dentro le proprie conversazioni.
Cristiano Godano ha quindi ripreso il filo musicale con «Il passo» e «L’incanto». Anche nel suo intervento è tornato il tema della terra, delle radici e di quell’incontro mai avvenuto personalmente con Testa, nonostante le numerose occasioni che avrebbero potuto farli incrociare. Un mancato incontro diventato, proprio ieri sera, un incontro attraverso le canzoni.
Raffaele Gualazzi ha cantato «Solo». Prima di farlo ha parlato dell’emozione di affrontare una canzone di Testa e del privilegio di essere stato uno degli artisti per i quali Gianmaria aveva scritto. Ma soprattutto ha ricordato il loro primo incontro, nato dopo una frase di Testa in un’intervista. Gli avevano chiesto per chi avrebbe voluto scrivere una canzone. Aveva risposto: Nada.
Nada, infatti, era lì. E quando Gianmaria l’aveva chiamata, aveva risposto immediatamente. Da quell’incontro era nata un’amicizia profonda. Nada ha ricordato quell’uomo appartato, sensibile, intelligente, capace di parlare poco e di scegliere sempre le parole giuste. Una qualità che ieri sera è tornata continuamente nei racconti degli artisti: la misura.
«Diceva poco, ma le cose che diceva erano sempre giuste, parole giuste al momento giusto», ha ricordato Nada. Ha poi interpretato «Al mercato di Porta Palazzo», prima di tornare ancora sul palco con «Miniera». Cristina Renzetti ha invece dato voce a «Ritals», portando con sé un rapporto nato attraverso un progetto dedicato proprio alla musica di Testa.
E mentre il concerto procedeva, appariva sempre più chiaro quanto quella musica avesse saputo superare i confini. Gianmaria era riuscito a portare la canzone italiana in Francia, a costruire un pubblico lontano dall’Italia senza cambiare il proprio modo di scrivere e di cantare. Una conquista tanto più significativa perché ottenuta senza rinunciare alle radici.
Roberto Cipelli, direttore musicale della serata, ha raccontato un altro dettaglio capace di spiegare il metodo di lavoro di Testa. Quando un arrangiamento diventava troppo complesso, Gianmaria poteva chiedere di avere «gli accordi a prova di imbecille». Non era una battuta soltanto. Era il suo modo per chiedere di togliere tutto ciò che non fosse necessario, di lasciare soltanto le note indispensabili. Una richiesta che racconta il suo rigore: poteva circondarsi di jazzisti e lasciare spazio alla loro libertà, ma quando una canzone aveva bisogno di delicatezza, sapeva esattamente dove fermarsi.
Anche Mario Brunello ha ricordato questo rapporto con la semplicità e con la terra. Gianmaria gli chiedeva di lasciare da parte la perfezione delle regole per cercare «quel suono lì, come viene dalla terra». Tra i due c’erano stati anche piccoli scambi di semi dell’orto, pomodori, conversazioni sulla natura. Dettagli apparentemente minimi che raccontano meglio di molte definizioni l’uomo che stava dietro all’artista.
Poi è arrivato il momento di Paola Farinetti, anima di una serata costruita con discrezione e affetto. E alla fine il gesto più semplice e più potente: un bicchiere di vino appoggiato su una sedia, come se Gianmaria dovesse ancora sedersi lì. Accanto, la chitarra posta dal figlio Nicola ed è arrivata «La nostra città», dalla voce di Gianmaria, che ha chiuso la serata.
Non poteva esserci conclusione più adatta. Perché Alba ieri sera non ha semplicemente ricordato Gianmaria Testa. Gli ha restituito un posto. Lo ha fatto attraverso le sue canzoni, attraverso chi lo ha conosciuto, attraverso chi lo ha incontrato soltanto nella musica. E soprattutto attraverso un pubblico che ha riempito ogni ordine di posti, disposto ad ascoltare per oltre due ore non soltanto un concerto, ma una storia.
Una storia fatta di canzoni, di amicizie, di partenze e ritorni, di parole e silenzi, di terra e mare.
«Da questa parte del mare» era nato vent’anni fa come un racconto sulle migrazioni e sulle persone costrette a cercare altrove una possibilità di vita. Ieri sera quelle canzoni sono sembrate ancora una volta scritte nel presente. Non perché Testa avesse previsto il futuro, ma perché aveva saputo guardare il proprio tempo con una profondità capace di oltrepassarlo.
È forse questo il significato più vero di «Scritto domani». Non dire che Gianmaria Testa manca. Non soltanto. Dire che qualcosa di lui continua a essere scritto.
Nelle sue canzoni, innanzitutto. Nelle persone che le cantano. Nei musicisti che ancora le suonano. Nei ricordi di chi gli è stato amico. Nelle parole di chi lo ha incontrato una sola volta e non lo ha più dimenticato.
E ieri sera, alla fine, è sembrato quasi che quel bicchiere di vino sulla sedia non fosse lì per ricordare un’assenza, ma per lasciare un posto pronto.
Galleria fotografica ©Pierangelo Vacchetto























