L’INCHIESTA Inceneritore nell’ex Acna a Cengio: l’ipotesi che spaventa la Valle Bormida

La Regione Liguria prenderà una decisione entro la fine dell'anno. Nel frattempo, abbiamo cercato di fare chiarezza su che cosa sta accadendo

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di Roberto Aria

IL CASO – «Bisogna opporsi alla logica estrattiva e speculativa, proteggendo la salute umana e l’agricoltura»: è il messaggio forte e chiaro che emerge dalla Valle Bormida e dall’alta Langa, la stessa terra che si mobilitò contro l’Acna di Cengio, la “fabbrica dei veleni”. E poi, quarant’anni fa, per evitare la costruzione dell’inceneritore Re-Sol.

Quella che raccontiamo in queste pagine sembra quasi una storia già vista. Tutto parte dal bando che l’Amministrazione ligure ha avviato, negli scorsi mesi, per realizzare un inceneritore, l’anello finale del ciclo dei rifiuti. I siti presi in considerazione sono proprio nell’area al confine tra le regioni Liguria e Piemonte. E, in particolare, le proposte e gli studi si concentrano su Cengio, nel sito dell’ex Acna, e Ferrania, nel Comune di Cairo Montenotte.

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La sede dell’ex Acna.

Dal punto di vista delle imprese candidate, sono sette i grandi gruppi che hanno risposto, tra cui A2a e Iren. L’assegnazione del progetto è prevista entro la fine del 2026. Nel frattempo, oltre 40 Comuni, decine di associazioni e migliaia di cittadini si stanno mobilitando e opponendo all’opera. Nel fronte del “no” figurano la Provincia di Cuneo, l’Unione montana alta Langa, quella della Langa astigiana e i Comuni del Barolo. È stato anche costituito un osservatorio per monitorare gli interventi, fornire supporto tecnico e legale. Tra chi ha scelto di aderirvi c’è anche Arpa Piemonte (si veda l’intervista nella pagina a fianco).

Le ragioni per opporsi

​Ma perché questa estesa avversione al progetto? Il primo passo è capire l’identità dell’opera. Un inceneritore brucia rifiuti ad alte temperature, riducendone il volume. Quando recupera il calore per produrre elettricità e alimentare reti di riscaldamento, viene chiamato termovalorizzatore. I fumi di questi dispositivi attraversano sistemi di depurazione prima dell’emissione, ma restano ceneri e scorie da trattare, recuperare o smaltire. Sono questi gli scarti che destano preoccupazione, perché potrebbero avere impatti sulla salute umana e ambientale.

Nella lettera indirizzata alla sindaca di Genova Silvia Salis – che ha preso posizione pubblicamente e con decisione contro la realizzazione dell’impianto nel Comune ligure –, il coordinamento No Inceneritore esprime «forte preoccupazione in riferimento alla possibile localizzazione dell’impianto in Val Bormida, che brucerebbe per il 70-80% rifiuti provenienti dalla città che lei amministra». E proseguono: «La nostra area ha già pagato un prezzo ambientale altissimo in passato e continua a farlo anche a causa di industrie e siti che rendono i parametri ambientali e sanitari molto pesanti. Per queste ragioni, intendiamo ribadire la nostra totale contrarietà».

La motivazione non è soltanto legata all’inquinamento ambientale, ma anche a «un aggravio infrastrutturale insostenibile legato all’aumentato numero di camion per il trasporto di rifiuti (provenienti soprattutto del capoluogo ligure) e ceneri».

Rischi concreti

La mobilitazione ha trovato un momento di confronto nell’assemblea pubblica del 10 settembre a Cortemilia, dove sono state ribadite tutte le motivazioni. «Una minaccia che allora la comunità riuscì a fermare e che oggi è pronta a respingere nuovamente», è stato ribadito, ricordando le grandi battaglie del passato.

​Tornando all’inceneritore, tra i motivi di preoccupazione figurano anche le dimensioni dell’intervento. Secondo quanto illustrato durante l’assemblea, gli indirizzi iniziali prevedevano una capacità di 330mila tonnellate di rifiuti all’anno, equivalenti a circa 900 tonnellate al giorno.

A Cortemilia sono state presentate anche stime generali sulle emissioni. Secondo dati elaborati dal biologo Gianni Tamino – ex parlamentare, già in prima linea durante gli anni dell’Acna come riferimento scientifico, insieme ad altri esperti –, per un inceneritore di 150mila tonnellate annue (la metà di quello ipotizzato per la Valle Bormida), con 8mila ore di funzionamento, le emissioni ipotizzabili sarebbero preoccupanti. I valori presentati comprendono circa 213 tonnellate di ossidi di azoto, 107 di anidride solforosa, 53 di ossido di carbonio e quasi 10,7 di polveri. Figurano anche 533 chilogrammi sotto la voce “metalli pesanti”, 53 chilogrammi di cadmio e tallio, altrettanti di mercurio da trattaree 11 di idrocarburi policiclici aromatici.

Residui da trattare

Vengono indicati inoltre 107 milligrammi annui di diossine. Tutti composti che possono accumularsi nella catena alimentare, attraverso il passaggio dall’ambiente agli animali e agli alimenti. L’attenzione viene posta anche sulla quantità complessiva emessa nel tempo, oltre che sulla concentrazione nei fumi. Per valutare l’esposizione della popolazione e i possibili effetti sulla salute, invece, servono dati sulle emissioni effettive, sulla dispersione e sulle vie di assorbimento.

Da non dimenticare le Pfas, inquinanti per i quali emergono effetti avversi sulla salute, in particolare sul sistema immunitario e che potrebbero non essere distrutti completamente durante il trattamento termico. Sul fronte dei residui, i numeri indicano una quota di ceneri pari al 20–30% dei rifiuti trattati: sono scorie che richiedono una gestione successiva, attraverso trattamento, eventuale recupero o smaltimento, generando ulteriore traffico sulla valle, oltre a quello che di per sé implicherebbe l’attivazione dell’inceneritore.

I documenti condivisi in assemblea riportano, infine, una stima monetaria dei danni sanitari e ambientali compresa tra 4 e 21 euro per tonnellata trattata. Applicando questo intervallo a 400mila tonnellate annue, si ottengono valori tra 1,6 e 8,4 milioni di euro all’anno. Si arriva così a 160 milioni in vent’anni. Dati al momento ipotetici, certamente da confermare e sui quali confrontarsi tra le varie parti in causa, ma che illustrano la possibile portata del fenomeno e dell’impatto umano e ambientale di un’opera di questo tipo.

L’INTERVISTA / 1 Bruno Bruna: «Una comunità che cerca un riscatto e che così arretrerebbe»

Bruno Bruna è una delle figure storiche dell’Associazione per la rinascita della Valle Bormida e fu tra gli animatori delle mobilitazioni contro l’Acna a partire dagli anni Ottanta. Dirigente scolastico e già amministratore locale, ha dedicato anche studi e pubblicazioni alla storia delle lotte ambientali della valle.

Perché è così grave l’ipotesi di realizzare un inceneritore nella zona, Bruna?

«In un Paese normale non si sarebbe nemmeno proposto un impianto di questo tipo, in un territorio che per oltre cento anni ha lottato contro le conseguenze dell’inquinamento industriale. La storia andrebbe studiata anche per imparare dagli errori. Tutto ciò che abbiamo vissuto è ben impresso nella memoria fisica ed emotiva».

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Una delle proteste negli anni caldi della lotta per la chiusura dell’Acna.

Una memoria legata alla vicenda dell’Acna.

«Ci sono studiosi del territorio che hanno approfondito negli anni i diversi aspetti di questa storia, compresi quelli sanitari. Nei periodi di maggiore produzione sono stati evidenziati dati sulla mortalità per alcuni tumori superiori alla media nazionale. Sono aspetti che una comunità non dimentica. Oggi la Valle Bormida cerca un riscatto e la proposta di realizzazione dell’inceneritore va nella direzione opposta».

Nell’approccio a questo tema, che cosa è cambiato rispetto al passato?

«Un tempo esisteva, per quanto terribile, una sorta di baratto tra lavoro e salute. Con l’Acna ci siamo trovati anche in contrapposizione con gli operai ed è stato molto doloroso. Io stesso sono figlio di operai. Oggi il conflitto all’interno della società è molto meno forte: l’ostilità verso questo impianto è più ampia e attraversa le comunità»,

Preoccupa anche la tipologia dei rifiuti?

«Certo. Se si parla anche di rifiuti sanitari, la percezione del rischio cresce ulteriormente. È uno degli aspetti tecnici che sul territorio stiamo approfondendo con persone competenti e studiosi locali».

C’è il problema dello spopolamento diffuso.

«Tutta la Valle Bormida sta vivendo un forte calo demografico, si fanno meno figli e dobbiamo chiederci quali condizioni vogliamo creare per chi dovrebbe scegliere di rimanere o addirittura trasferirsi qui. Aggiungere un impianto di questo tipo rischia di diventare un ulteriore disincentivo a creare famiglia e investire nel futuro della valle».

Considerando questi fattori e la storia del territorio, perché a suo avviso viene nuovamente presa in considerazione proprio questa zona per la realizzazione dell’inceneritore?

«Il timore è che il ragionamento sia: lì ormai è stato fatto di tutto, quindi si può continuare. Ma proprio perché questa terra ha già pagato un prezzo enorme, dovrebbe valere il principio opposto. Se il problema riguarda i rifiuti dell’area genovese, non si capisce perché la soluzione debba essere spostata qui. Dovrebbe essere la provincia di Genova a dover affrontare il proprio problema».

Che tipo di reazione vi aspettate dalle aree interessate se l’ipotesi dovesse andare avanti?

«La comunità è pronta. Oggi c’è più consapevolezza e un fronte molto forte. La Valle Bormida non farà passare l’inceneritore». 

L’INTERVISTA / 2 Arpa Piemonte: «È presto per le valutazioni»

Per entrare all’interno delle implicazioni ambientali di un eventuale inceneritore in Valle Bormida, a Cengio, parliamo con Secondo Barbero, direttore di Arpa Piemonte.

È già possibile valutare gli effetti di un eventuale inceneritore nell’area?

«Le domande poste riguardano temi di grande rilevanza ambientale e sanitaria. Occorre tuttavia precisare che, allo stato attuale, non esiste ancora un progetto, né un sito individuato né uno studio di impatto ambientale da valutare. Per questo motivo non è possibile formulare valutazioni specifiche. La normativa vigente prevede proprio che tali aspetti vengano affrontati all’interno del procedimento di Valutazione di impatto ambientale (Via), attraverso studi specialistici che analizzano nel dettaglio le caratteristiche dell’impianto, la localizzazione, le emissioni previste e le possibili ricadute sull’ambiente e sulla popolazione».

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Secondo Barbero.

Accanto agli studi preliminari, quali verifiche sono previste sulle emissioni e sull’ambiente circostante?

«La tutela ambientale e sanitaria si basa su un sistema articolato di verifiche che opera sia sulle emissioni dell’impianto sia sulla qualità dell’aria, dell’acqua o del suolo. Gli eventuali impianti di questa tipologia sono soggetti all’applicazione delle migliori tecniche disponibili previste dalla normativa europea e nazionale e al rispetto di specifici limiti emissivi autorizzati. Le emissioni convogliate sono sottoposte a Sistemi di monitoraggio in continuo delle emissioni (Sme), i cui dati sono messi a disposizione delle autorità. Questi elementi costituiscono importanti strumenti di garanzia, fermo restando che la valutazione della compatibilità ambientale complessiva deve considerare il contesto».

Quanto conta questo contesto per la Valle Bormida?

«Elementi quali la morfologia del territorio, la circolazione atmosferica, i venti, i fenomeni di inversione termica, la presenza di centri abitati e di altre sorgenti emissive possono influenzare in modo significativo la distribuzione degli inquinanti. Questo vale di certo per la Valle Bormida. Tuttavia, senza una localizzazione definita e senza specifici studi modellistici, non è possibile stabilire preventivamente l’effetto dei fenomeni di ristagno, di trasporto o di dispersione. Proprio per questo motivo la normativa richiede che tali aspetti vengano approfonditi nell’ambito del procedimento di autorizzazione attraverso analisi specifiche».

Per valutare eventuali ricadute, non è sufficiente allora prendere in considerazione la distanza dall’impianto.

«Le concentrazioni attese e la distribuzione degli inquinanti dipendono da numerosi fattori, tra cui l’orografia, la direzione e l’intensità dei venti, la stabilità atmosferica, le inversioni termiche e la presenza di altre sorgenti di emissione. L’area di valutazione dovrà essere sufficientemente ampia da comprendere tutti i territori interessati dagli effetti dell’opera».

Quali sono gli obblighi del proponente?

«Nel caso di impianti suscettibili di produrre effetti oltre il confine regionale, la normativa prevede espressamente il coinvolgimento degli enti e delle Amministrazioni interessate. Conoscere le condizioni ambientali di partenza è fondamentale per definire le condizioni antecedenti all’opera, che costituiscono il riferimento per valutare gli eventuali effetti futuri del progetto e la loro conformità rispetto agli standard ambientali previsti dalla legge».

Quali strumenti ha già a disposizione Arpa per conoscere queste condizioni?

«In questo ambito Arpa svolge il proprio ruolo istituzionale di monitoraggio attraverso le reti regionali esistenti e, dove necessario, mediante campagne di misura dedicate. Il Sistema regionale di qualità dell’aria, integrato dalle attività sul territorio, consente già oggi di disporre di una base conoscitiva importante».

Che cosa accadrebbe dopo l’individuazione del sito?

«L’eventuale individuazione di un sito non coincide con l’autorizzazione dell’impianto: successivamente dovrebbero infatti essere sviluppati il progetto, gli studi ambientali e l’intero procedimento di Via».

Quali esperienze maturate in Piemonte possono contribuire a questo percorso di valutazione e controllo?

«Per esempio, quella del termovalorizzatore del Gerbido (nel Torinese e che serve la città, ndr). Esperienze di questo tipo evidenziano come la valutazione degli impatti debba essere basata su dati, monitoraggi e studi costruiti sul contesto territoriale specifico». 

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