Violenza e giovani / Il punto con il criminologo Marco Bertoluzzo: «Sono la generazione dei fra, individualisti e pronti allo scontro»

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di Elisa Rossanino

L’INTERVISTA – Dopo le aggressioni avvenute nei giorni scorsi al terminal dei pullman di Alba e le preoccupanti testimonianze raccolte, per analizzare il fenomeno abbiamo parlato con Marco Bertoluzzo, criminologo e direttore del consorzio socioassistenziale Alba, Langhe e Roero. 

Violenza e giovani: Il punto con il criminologo Marco Bertoluzzo: «Sono la generazione dei fra, individualisti e pronti allo scontro»
Il criminologo Marco Bertoluzzo

Bertoluzzo, come si spiegano i recenti episodi di violenza che hanno coinvolto anche ad Alba alcuni giovani?

«La mia riflessione parte da una considerazione: siamo davanti alla “generazione dei fra”. Questo “fra” che usano tra loro e che sembra richiamare al concetto di fratello e al sentimento di vicinanza, in realtà indica come tra i ragazzi oggi ci sia una dimensione orizzontale».

Cosa intende?

«Se i nati negli anni ’60, ’70 e ’80 rappresentavano la “generazione dei figli”, cioè quella dei giovani che si sentivano in qualche modo eredi, riconoscendo l’autorità dei padri, e i nati tra gli anni ’40 e ’50 rappresentavano la “generazione dei padri” perché vedevano il padre come il capofamiglia, oggi c’è la “generazione dei fratelli” uniti contro tutti gli altri. Mi spiego così il fatto che non ci sia rispetto per il mondo anziano. Per esempio, sono aumentati i reati nei confronti di adulti e anziani (come scippi o truffe). A questo si aggiunge una assoluta mancanza di rispetto, che si sviluppa in famiglia nei confronti del padre e in società verso tutti coloro che hanno un ruolo autorevole come l’allenatore, il catechista o l’insegnante. In sintesi, parliamo di una generazione che non si sente erede e tanto meno riconosce un’autorità paterna negli adulti. E allora non è immune nessuno».

In che modo i giovani si avvicinano alla violenza?

«La violenza giovanile, che sfocia tanto in città quanto nei piccoli paesi, obbliga tutti a una riflessione su un tema per nulla nuovo. Non è una novità associare le parole “violenza” e “giovani”: basta ripercorrere gli episodi della storia per capire che la violenza ha sempre attraversato le nuove generazioni, con la differenza che il passaggio dalla reazione aggressiva a quella violenta oggi è diventato più veloce».

Perché questo?

«La violenza è frutto di un’escalation che passa attraverso l’aggressività. Un sentimento che oggi è talmente diffuso che viviamo sempre in un contesto di pre-violenza. L’aggressività è ovunque: negli uffici pubblici, per strada, nello sport o nella scuola. Inoltre, gli studi ci dicono che perché ci sia violenza, ci deve essere un processo di spersonalizzazione dell’altro. Dalla deumanizzazione si arriva all’atto violento, ce lo ha insegnato anche la storia. Oggi la spersonalizzazione avviene a diversi livelli, attraverso la tecnologia o sui social. In più viviamo arrabbiati, stressati, in un mondo sempre più veloce che ci porta ad accumulare tensione. In questo contesto, vivendo relazioni con alti livelli di aggressività, un sentimento di per sé naturale può sfociare nel gesto violento in poco tempo».

Qual è il contesto?

«La generazione di oggi non ha vissuto momenti socializzanti in gruppo, in luoghi e spazi in cui – per esempio attraverso il gioco – si affievoliva questa aggressività. Molto spesso i ragazzi sono cresciuti individualmente, la scuola è stata l’unica realtà di contatto con gli altri, per il resto il gioco tecnologico è individuale, si è soli davanti allo schermo. Una dimensione individualista in cui tutto diventa concentrato su di sé».

Tra pari come sfocia la violenza?

«I giovani hanno bisogno di stare tra pari, ma la violenza sfocia anche tra coetanei perché non c’è stata una reale crescita di gruppo. Nell’incontro con gli altri si impara a moderare e a gestire la propria rabbia. Nel confronto con gli altri si cresce, ed è solo mettendo in parole le emozioni che si matura. Tutti contesti che essi non hanno vissuto, come dicevo, siamo di fronte a generazioni di solitari. A ciò si aggiunge il “guardare la violenza”. Un’esperienza che ti carica e ti trascina e che oggi Internet, dopo una prima ricerca, continua a proporti tramite contenuti simili, fino a quando la violenza diventa il quotidiano. In un momento di crescita come quello giovanile, in cui c’è un cambiamento biologico e psicologico, la violenza entra nella vita e la si vive agendola. Questa “generazione dei fra” non considera la relazione con le altre, anzi punta allo scontro, quando invece avrebbe bisogno di vivere in rapporto con le diverse fasce di età».

Come viene messa in atto?

«In vari modi, ma è sempre una violenza gratuita. Le loro risposte sono sempre: “Lo abbiamo fatto per scherzo”, “Non sapevamo cosa fare”. Manca la relazione con l’altro: al di là dei tre o quattro amici che rientrano tra i “fra”, gli altri sono “il nemico”. Le generazioni precedenti avevano vissuto in ambiti diversi situazioni di gruppo allargato che avevano dato loro la possibilità di confronto. La dimensione di gruppo si formava. Oggi è quasi del tutto svanita. Anche gli episodi di vandalismo sempre più frequenti sono chiari campanelli d’allarme».

Cosa ti ferma dal picchiare?

«Avere un principio: se conosci il valore del rispetto dell’altro o di comunanza, non alzi le mani su nessuno. La seconda motivazione è la regola, il divieto: oggi la regola è vissuta solo come un limite, il divieto non esiste più; al contempo assistiamo alla mancanza di parole: ci sono troppi pochi luoghi in cui confrontarsi, litigare, discutere. Infine, farebbe da deterrente il riconoscimento, cioè riconoscere l’altro, che è una persona come te. Dentro tutto questo clima esasperato assistiamo a episodi di violenza del quotidiano, di violenza gratuita e non finalizzata».

Possiamo definirle baby gang?

«È un tema molto discusso in letteratura. Se pensiamo alle bande degli Usa o a quelle del Sud America, è ovvio che qua non esistono. Ma oggi ci sono manifestazioni temporanee di ragazzini che si mettono insieme per commettere dei reati, per fare la bravata, e poi sciogliersi. Spesso sono anche uniti dall’origine etnica e da una diversa lingua».

La dinamica del gruppo resta?

«Questa è una tappa fondamentale. Poi il gruppo ha sempre un leader che è in ogni caso negativo e che porta verso la distruttività, compiacendosi di quello che la banda fa su sua indicazione».

E l’uso delle armi?

«Nasce da una loro condizione di insicurezza, per cui i ragazzini sentono di avere paura e non si considerano protetti dal mondo adulto. Vivono una situazione di insicurezza emotiva, per cui a loro sembra che con un’arma in tasca si possano difendere. È qua che nasce il vero problema: quando hai un’arma crei una condizione di pericolo. Quando hai un coltello in tasca devi saperlo usare e poi devi avere la responsabilità di usarlo. Non è da dimenticare la reazione dell’altro che, alla vista di un’arma, può non essere sempre equilibrata».

Qual è il ruolo degli stupefacenti?

«Siamo di fronte a un uso ampio e diffuso di droghe sia sintetiche che leggere, che in ogni caso alterano lo stato psicofisico della persona. Le conseguenze sono destabilizzanti su più fronti».

Di chi è la responsabilità?

«Difficile rispondere. Dobbiamo riprendere in mano la questione dell’autorità e dell’autorevolezza e poi manca un’alleanza educativa tra adulti. Fino a un decennio fa si accettava che un altro adulto intervenisse nell’educazione del figlio, oggi tutto questo non c’è più. Oggi deve essere rimesso in discussione il ruolo della famiglia e servono nuovi spazi, luoghi fisici in cui crescere. La scuola è sicuramente un riferimento, ma occorre rallentare e rivedere l’intero modello per tornare ai valori fondamentali».

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