di Matteo Grasso
LA STORIA – L’Italia ha chiuso gli Europei giovanili di karate 2026, che si sono svolti a Cipro, con un bilancio da incorniciare: 15 medaglie complessive (3 ori, 6 argenti e 6 bronzi) che ci confermano come la nazione leader in termini di podi conquistati. Solo il numero di titoli ha premiato Ucraina e Slovacchia nel medagliere, ma la profondità del vivaio azzurro ha impressionato l’Europa intera.
Protagonista dietro le quinte di questa spedizione trionfale è stato Giancarlo Rando, ex primario di fisiatria all’ospedale di Verduno, in pensione, che ha accompagnato i ragazzi mettendo competenze e sensibilità umana al servizio della squadra giovanile.
Dottor Rando, quale atmosfera si respirava nel gruppo azzurro?
«Siamo partiti con un team di allenatori fortissimo ed è nata una squadra vera, composta da 48 tra ragazzi e ragazze, profondamente coesi ed empatici. C’era un grande affetto che univa tutti: i più giovani, i cadetti, restavano sempre sugli spalti a sostenere i compagni. È stata un’esperienza molto fraterna e sportiva, dove ognuno ha pensato al proprio lavoro con spirito di gruppo. Penso per esempio a Matteo Freda, capitano della squadra di Kata, che purtroppo non ha potuto gareggiare per via di un infortunio. Eppure è rimasto con noi fino all’ultimo secondo, facendo da coach e sostenendo i compagni».
Il karate è una disciplina che fa del rispetto il suo fulcro…
«In questo ambiente esistono regole precise di fair-play, dentro e fuori dal tatami. Chi vince deve esultare con misura; anche se ci si rivolge alla propria curva, bisogna farlo con sobrietà, portando sempre rispetto a chi ha perso. Ho visto gesti bellissimi: dopo una nostra sconfitta contro il Montenegro in finale, i loro atleti sono venuti a darmi una pacca sulla spalla. C’era una vicinanza sincera anche con ucraini, spagnoli e francesi. I ragazzi stavano sempre tutti insieme, condividendo ogni momento».
Il medagliere è stato ricco…
«Resta un po’ di amaro in bocca per alcuni risultati. Ci aspettavamo sette ori, ne sono arrivati tre. Molte finali sono state perse proprio all’ultimo secondo, ma non bisogna farsi accecare dagli errori. I ragazzi fanno sacrifici enormi per partecipare agli Europei; scalano le classifiche un passo alla volta finché non iniziano a crederci davvero. Vestire la maglia azzurra è un onore che li trasforma. A proposito dei podi, dico spesso che, psicologicamente, è quasi meglio vincere un bronzo che perdere un oro all’ultimo istante, ma i tre ori conquistati restano comunque sensazionali».
Come sono stati i momenti vissuti fuori dalle gare?
«Vivere con loro in hotel è stato speciale. I ragazzi passavano da una stanza all’altra, cercavano un contatto, anche solo per una parola di conforto o motivazionale. Ricordo una ragazzina che aveva perso l’oro: una sera ha bussato alla mia porta chiedendomi se poteva portare dei compagni. Sono rimasti con me, li ho assistiti, i più piccoli insieme ai più grandi. Spesso siamo troppo critici con i giovani, ma molti di loro fanno già parte di gruppi sportivi militari e possiedono un’etica esemplare».
Come avete gestito i ragazzi da un punto di vista medico?
«Il lavoro è iniziato ben prima della partenza, al centro della federazione a Ostia. Poi c’è stato il viaggio e già all’arrivo alcuni atleti accusavano dolori muscolari e sovraccarico. Il karate richiede una cura costante: dietro c’è un sistema che segue l’alimentazione, il sonno e l’aspetto mentale. Tutto è finalizzato a vincere bene e non farsi male, specialmente in tornei dove si gareggia per tre giorni di fila, individualmente e a squadre».
Per lei si è trattato di un dolce ritorno…
«Insegno all’Università di Tor Vergata e non sono mai uscito dall’ambiente del Coni, pur avendo ricoperto ruoli diversi. Sono stato medico dello sport per le nazionali e alle Olimpiadi, poi però l’attività ospedaliera mi ha limitato. Ora che sono in pensione, riprendo a pieno ritmo. Devo dire che seguire il mondo giovanile, che mi è sempre appartenuto, è ancora più bello che accompagnare una squadra senior. Adesso puntiamo ai Mondiali in Polonia di ottobre: un grande obiettivo. Dobbiamo ricostruire i piccoli infortuni, fare prevenzione e riflettere su quelle piccole ingenuità che ci sono costate care a Cipro».
