BRA – La sesta edizione di Wab (Women art Bra), mostra biennale della creatività al femminile, festeggia i dieci anni dalla nascita e propone 150 artisti e 330 opere al Movicentro, fino al 28 giugno, con apertura dal giovedì alla domenica, dalle 10 alle 12 e dalle 15.30 alle 20.
Abbiamo chiesto alla fondatrice e presidente di BrArte Agata Comandè di raccontarci, in quanto organizzatrice, la sesta edizione di Wab, la biennale della creatività al femminile che quest’anno festeggia i dieci anni dalla nascita e che nel tempo è diventata un appuntamento conosciuto anche a livello internazionale.
Nata quasi come una sperimentazione su impulso della Consulta per le pari opportunità, la manifestazione si è progressivamente affermata fino a coinvolgere partecipanti provenienti da tutta Italia e da diversi Paesi europei, tra cui Spagna, Francia, Romania e Bulgaria. Un risultato che, sottolinea Comandè, rappresenta motivo di orgoglio per una città delle dimensioni di Bra.
La biennale era nata inizialmente come spazio interamente dedicato alle donne. Per le prime tre edizioni le protagoniste sono state esclusivamente artiste. In seguito, accogliendo le richieste di numerosi uomini desiderosi di condividere e sostenere la riflessione sui diritti e sulla condizione femminile, il regolamento è stato aperto anche alla loro partecipazione. Con una condizione precisa: proporre opere che abbiano come soggetto o come tema la donna e il femminile.
«È qualcosa di estremamente condiviso», osserva Comandè e le opere in mostra ne sono la dimostrazione. C’è chi racconta la sensualità, chi la solitudine, chi le fatiche e le discriminazioni, chi il rispetto e la dignità. Uno sguardo corale che attraversa sensibilità e culture differenti.
Ma dietro Wab c’è anche una riflessione più ampia. La presidente di BrArte ricorda infatti come, nel corso della storia, alle donne sia stato spesso negato il tempo e lo spazio per esprimere la propria creatività. Molte artiste del passato hanno potuto emergere solo grazie al sostegno di figure maschili, padri o mariti, e ancora oggi, spiega, non è semplice ottenere riconoscimento nel sistema dell’arte, trovare galleristi e critici disposti a investire sul lavoro femminile o organizzare mostre personali.
Una disparità meno evidente che in altri ambiti, ma non per questo meno reale. «Sono dati concreti, non supposizioni», sottolinea Comandè, convinta che la parità passi anche attraverso il riconoscimento del valore culturale e creativo delle donne.

La Biennale affronta però temi che vanno ben oltre la questione di genere. Tra le oltre 330 opere esposte emergono infatti riflessioni sulla guerra, sulla fame, sull’accoglienza, sul diritto di appartenenza e sulla pace. Un percorso che utilizza il linguaggio dell’arte per affrontare questioni universali.
Ed è proprio questo aspetto che la presidente di BrArte considera il tratto distintivo della manifestazione. A differenza del linguaggio scritto o parlato, che si rivolge principalmente alla razionalità, l’arte agisce attraverso le emozioni.
«Anche chi non ha particolari competenze artistiche può restare affascinato da un’opera senza comprenderne fino in fondo il motivo», spiega. Ogni osservatore costruisce una propria interpretazione, diversa da quella immaginata dall’artista, in un dialogo intimo che tocca corde personali.
La mostra presenta pittura, scultura, fotografia, arti applicate e forme di ricerca contemporanea, con opere realizzate anche attraverso materiali inconsueti. Accanto alle sezioni tradizionali trovano spazio l’arte intuitiva e un’area dedicata al ricordo di artisti scomparsi che hanno lasciato una traccia significativa nel loro percorso creativo.
Tra le novità più apprezzate vi è anche il coinvolgimento diretto dei visitatori. Wab è infatti anche un concorso: oltre alla giuria tecnica e alle associazioni del territorio, sarà il pubblico stesso a esprimere il proprio giudizio attraverso una scheda di voto. Un modo per trasformare la visita in un’esperienza attiva, che invita a osservare le opere con maggiore attenzione e consapevolezza.
Anche diverse classi scolastiche hanno già preso parte all’iniziativa, sperimentando un approccio all’arte basato non soltanto sull’osservazione, ma sulla partecipazione e sulla capacità di interrogarsi sui significati.
Per Agata Comandè il messaggio che attraversa l’intera esposizione è chiaro: «L’umanità ha bisogno di cambiare visione del mondo, di ritrovare collaborazione, accoglienza e pace». E forse proprio attraverso le emozioni suscitate da un quadro, una scultura o una fotografia, l’arte può ancora contribuire a questo cambiamento.
Marco Fiorini

