VENEZIA – Il regista francese Florian Zeller porta in Mostra il suo film in concorso Bunker, un thriller drammatico che esamina le sfide emotive e morali affrontate da una coppia. Dopo diciassette anni di matrimonio, l’equilibrio di una coppia si incrina quando il marito, architetto (Javier Bardem), accetta di progettare un bunker di sopravvivenza per un miliardario della tecnologia. Mentre lui si lascia assorbire da un incarico moralmente ambiguo, la moglie (Penélope Cruz) comincia a interrogarsi sui valori e i desideri che ancora li uniscono. Le ansie e le incertezze del mondo penetrano nella loro vita privata, facendo affiorare le paure, i dubbi e i dilemmi etici che caratterizzano la nostra epoca.
«Alcuni anni fa mi sono imbattuto in un articolo che raccontava della costruzione, da parte di un magnate della tecnologia, di un bunker di sopravvivenza alle Hawaii. Ricordo di essermi chiesto: Sa forse qualcosa che noi non sappiamo? Mi è parso un paradosso folgorante quello di un uomo che aveva edificato la propria fortuna sull’idea di connettere le persone che si stava preparando all’isolamento. Non stiamo forse tutti, in qualche modo, andando alla deriva come isole?», dichiara il regista. Bunker sfiora diverse tematiche contemporanee come la paura del futuro, le minacce ecologiche, il divario sociale in aumento e l’individualismo sfrenato. Ma lo fa attraverso una lente profondamente personale, attraverso una coppia che lotta con sé stessa.

Gli attori Penélope Cruz e Javier Bardem, sono stati il punto di partenza e ispirazione per questo progetto, non solo perché sono tra gli interpreti di maggior talento della scena contemporanea, secondo Zeller, ma anche perché costituiscono una coppia emblematica. Il film esplora l’amore, la fedeltà e il perdono collocando al contempo lo spettatore in una posizione di deliberata ambiguità. A cosa siamo invitati ad assistere, esattamente? A uno squarcio di realtà? A una finzione? O magari a un meta-esame della verità? Lo spettatore viene invitato a seguire il percorso di riavvicinamento tra un uomo e una donna che si amano, ma che, giunti a metà della vita, devono trovare un nuovo modo per esprimere questo amore.
Per Florian Zeller, la realtà non è un terreno solido su cui camminare, ma un enigma in continuo mutamento che cambia forma a seconda di chi lo osserva. Parigino, classe 1979, ha costruito una carriera straordinaria come scrittore, drammaturgo e regista, muovendosi sempre lungo il sottile confine che separa il vero dal falso, il ricordo dal presente, l’amore dal risentimento. La sua è una poetica dell’instabilità, nata sulle tavole del palcoscenico dove le sue commedie diventano vere e proprie macchine del dubbio per lo spettatore. Ma è con il passaggio al cinema che questa lezione si trasforma in un linguaggio visivo ancora più profondo.
Con il suo nuovo progetto, Bunker, Zeller compie un passo inedito, infatti per la prima volta non adatta un proprio testo teatrale, ma scrive un’opera pensata direttamente per il grande schermo. Al centro della narrazione troviamo una coppia in crisi, rinchiusa in un rifugio che è tanto uno spazio fisico quanto una potente metafora. Il bunker, nato per proteggere da una catastrofe esterna, finisce paradossalmente per far esplodere quelle interiori. In questo spazio claustrofobico, Zeller espande il suo sguardo partendo dall’intimità dei protagonisti, arriva a toccare le grandi piaghe del nostro presente, come l’isolamento, la disuguaglianza sociale e l’angoscia per un futuro incerto. Il labirinto di Zeller non è più solo mentale o familiare, ma si apre a una dimensione politica e sociale. Eppure, al fondo di tutto, resta la sua domanda più viscerale: quanto possiamo davvero conoscere chi ci sta accanto? Bunker è il punto di incontro di tutte le ossessioni dell’autore; un luogo costruito per difendersi dal mondo, dove però il mondo, inevitabilmente, trova sempre una fessura per entrare.
Company diventa una meditazione sul lutto, sulla vendetta, sul perdono
Il film in concorso Company, terzo film del regista statunitense Casey Affleck, interpretato, tra gli altri da Nick Nolte, Ben Mendelsohn e Scoot McNairy, rappresenta il compimento di una trilogia che nemmeno il regista aveva previsto di scrivere. In una notte d’inverno del 1975, una misteriosa donna di nome Evelyn si presenta non invitata a una festa e racconta la storia di Tom, un anziano solitario che nel 1953 trae in salvo un’attrice rimasta bloccata durante una bufera di neve in Colorado. L’attrice, per ingannare il tempo durante la notte, rievoca a sua volta una storia più antica quella di una coppia di contadini che accoglie un giovane vagabondo tormentato, mentre lungo la frontiera si diffonde il terrore per una serie di efferati omicidi.

A mano a mano che si intrecciano storie di generazioni diverse, Company diventa una meditazione sul lutto, sulla vendetta, sul perdono e sui silenziosi gesti di compassione in grado di sanare anche le ferite più profonde. «Per me raccontare storie non è mai stato inventare qualcosa, quanto scoprirlo. Mi è capitato spesso di iniziare a narrare una vicenda per poi trovarne un’altra al suo interno, pronta a mutare forma in modi inaspettati. L’inconscio sa ciò che cerchiamo di dire molto prima che la mente razionale riesca a metterlo a fuoco», confessa il regista.
Il primo film era incentrato su un uomo quasi del tutto assorbito da sé stesso e si chiedeva: Cosa accade quando rifiutiamo l’amore?; il secondo su un uomo quasi del tutto altruista chiedendosi: Come si può amare un altro essere umano al meglio delle nostre possibilità?, il suo ultimo film si chiede: In che modo possiamo fare pace con l’esistenza che ci è stata data in sorte? È un interrogativo che accompagna Affleck da molto tempo, avendo trascorso gran parte della propria vita a fare i conti con il passato, a tenere il bilancio, tormentato dal suo debito verso la benevolenza altrui. A un certo punto, però, ha capito che quel bilancio non viene mai pareggiato dal mondo esterno, ma lo si pareggia con ciò che si sceglie di offrire. È a questo che il film tende. Non esattamente a delle risposte, ma piuttosto a un invito a guardare quel bilancio e, invece di chiedersi perché si sia ereditato un debito, domandarsi piuttosto: Cosa posso aggiungere io? Perché, alla fine, non si viene giudicati in base al dolore che abbiamo patito, ma veniamo ricordati per la quantità di amore che siamo stati capaci di generare nonostante tutto.
Per quanto riguarda la recitazione, esistono star del cinema che, appena varcata la soglia di una stanza, ne catturano l’ossigeno, riempiendo ogni angolo con la propria presenza; Casey Affleck fa l’esatto opposto sembrando quasi volerla svuotare, quella stanza. Laddove altri cercano il fragore del carisma, lui sceglie il silenzio, l’esitazione e quella crepa invisibile che divide la maschera pubblica dai segreti che ci portiamo dentro. Il suo non è un cinema di certezze, ma una ricerca ostinata che scava nelle vite di personaggi fragili e contraddittori. Sono uomini che sembrano vivere sempre un passo indietro rispetto al resto del mondo, incapaci di dare un nome ai propri sentimenti o di gridare ciò che provano. Questa precisione nel racconto della vulnerabilità non è casuale, infatti si immerge nel processo creativo fino a influenzare la fotografia e il montaggio, quasi a voler controllare ogni singolo fotogramma della propria visione artistica.
Ma cosa cerca davvero il regista tra le pieghe della finzione? La risposta, forse, sta in ciò che accade quando le luci della ribalta si spengono. Non gli interessano gli eroi da copertina, ma quello che resta quando l’eroismo finisce. Il suo sguardo si posa sui fallimenti, sulle colpe che non danno tregua e sulla solitudine profonda. Eppure, in questo panorama apparentemente desolato, emerge la possibilità, sottile e mai scontata, di ricominciare. Il cinema di Affleck non regala facili consolazioni e non promette salvezza. Ci insegna però qualcosa di molto più complesso e prezioso: la capacità di restare accanto a qualcuno anche quando non abbiamo la minima idea di come salvarlo. Con le sue interpretazioni, ci ricorda che alcune ferite non sono destinate a rimarginarsi. Impariamo semplicemente a viverci dentro, cercando, di tanto in tanto, un piccolo spiraglio di luce. Sarà per questo che è una pellicola lenta, in penombra, dove il cielo non è mai sereno, il freddo e il bagnato degli ambienti esterni sono contrapposti al caldo e all’asciutto dati da un camino acceso negli ambienti interni, un film impegnativo, intriso da dilemmi morali che non lascia indifferente lo spettatore anche fuori dalla sala cinematografica.
Anna Foglietta con Una storia firma il suo debutto dietro la macchina da presa
Per la sezione Orizzonti, Anna Foglietta presenta il film Una storia, firmando il suo debutto dietro la macchina da presa. Erika e Mauro vivono in provincia, dentro una quotidianità semplice fatta di abitudini rassicuranti e piccoli gesti. Quando la figlia Irene parte per studiare in un’altra città, la casa si svuota e l’equilibrio su cui la coppia ha costruito la propria esistenza sembra incrinarsi. Erika, che ha sempre abitato il mondo attraverso la cura degli altri, si scopre improvvisamente senza direzione. Mauro, cresciuto nel rigore emotivo di un padre autoritario, tenta a suo modo di reagire riempiendo il vuoto, ma finisce per confrontarsi con una fragilità mai confessata. Nel tempo sospeso che segue riaffiorano ferite lontane e desideri dimenticati. Sarà proprio questa crisi intima e profonda a spingerli a guardarsi davvero e a capire se e come possono trasformare sé stessi e di conseguenza il loro amore.
«Desideravo realizzare un film di relazione, in cui la vera protagonista fosse l’anima. Un film costruito sull’attesa, sui movimenti minimi e sui rituali quotidiani. Attraverso le crepe interiori dei personaggi volevo far emergere verità e inquietudini silenziose che spesso scegliamo di non nominare, fino a domandarci se sappiamo ancora desiderare», dichiara la regista. In questo modo, il cinema italiano scopre una nuova voce capace di indagare le pieghe della quotidianità con una delicatezza rara e una profondità quasi filosofica. Al centro della narrazione non troviamo eventi eclatanti, ma lo stravolgimento degli equilibri di una vita ordinaria.
La regista parte da un’osservazione acuta della realtà circostante ovvero l’idea che la società contemporanea ci offra costantemente un alibi perfetto per distrarci da noi stessi e rimandare le domande più urgenti. Citando Alda Merini, l’autrice mette in guardia dal rischio di vivere una vita intera senza conoscersi davvero.
La protagonista del film incarna questo malessere sottile; dopo la partenza della figlia per l’università, si ritrova a gestire uno svuotamento improvviso, perdendo quell’elemento funzionale che fino a quel momento aveva dato senso ai suoi giorni. Per Foglietta, la macchina da presa è diventata uno strumento di ascolto più che di rappresentazione, sostando sui volti e lasciando agli sguardi il compito di raccontare ciò che le parole non riescono a dire. Le inquadrature statiche e prive di tagli interni nascono dalla necessità di abitare il tempo emotivo dei personaggi senza imporre risposte. Anche i primi piani non sono mai del tutto centrati, perché tra noi e loro si frappone un filtro, un velo che rende la loro natura solo parzialmente afferrabile. Insieme agli attori ha ricercato una nudità interiore fragile e dirompente, fondamentale per la storia, perché senza la loro vulnerabilità il cuore del film non avrebbe battuto. È stato un atto d’amore e una richiesta di fiducia, rendendo ogni elemento del film unico, coerente e preciso. Ed è proprio grazie a questa chiarezza del percorso che il film, nella sua preziosa imprevedibilità, si è rivelato davvero.
Una delle armi più letali della storia
Sbarca al Lido il regista russo Ilya Khrzhanovsky portando in concorso Dau, ispirato ai fisici che contribuirono alla costruzione della bomba atomica sovietica. Il film segue il percorso di un brillante fisico di origine greca Lev Landau dal 1928 in Unione Sovietica attraverso quattro decenni di sconvolgimenti. Spinto dal desiderio di scoprire le leggi dell’universo, l’idealista Dau viene chiamato al servizio dello Stato per creare una delle armi più letali della storia.
In un istituto di ricerca segreto, la vita è regolata dall’ambizione scientifica, dal potere, dalla sorveglianza e dal privilegio. Mentre la sua libertà individuale si riduce, Dau cerca altrove, al di fuori del matrimonio, una forma di liberazione attraverso una serie di relazioni, finendo per smarrire sé stesso e la propria capacità di amare. Ritratto intimo di un uomo alla ricerca della felicità e della libertà, e insieme vasto affresco di una società fondata sulla violenza e sull’ideologia, Dau racconta i compromessi che plasmano un’esistenza e finiscono per cambiare il corso della storia. Dau è il risultato di oltre vent’anni di lavoro, un’opera che riunisce immagini girate quindici anni fa e scene recenti in un’esperienza cinematografica possibile solo oggi.
«Il punto di partenza è stato il mio interesse per gli esseri umani, la loro capacità di amare, creare, essere liberi, compiere scelte morali e cercare la felicità in un mondo in cui un sistema totalitario trasforma la natura stessa delle persone», dichiara il regista; che spiega di aver scelto come protagonista un uomo greco perchè appartenendo a una civiltà precristiana, i Greci avevano una concezione morale diversa dalla nostra. Infatti nella tragedia greca, destino e libertà sono inseparabili, e il destino si compie attraverso innumerevoli azioni umane.
La fisica contemporanea è stata il nucleo concettuale del progetto, da cui è emerso il linguaggio del film. Suddiviso in parti, Dau ha permesso a tre direttori della fotografia, scenografi e costumisti di creare tre mondi visivi autonomi. Documentario, sogno, visione e memoria diventano stati equivalenti di un’unica realtà, non più lineare né immutabile, in sintonia con i principi della fisica quantistica. Realizzato nell’arco di quattro anni con migliaia di comparse, il film ha fatto della fisicità, delle parole e dei silenzi dei suoi interpreti elementi drammaturgici importanti quanto la sceneggiatura stessa. Dau costruisce il proprio universo con precisione archeologica, obbedendo al tempo stesso alle leggi libere dell’arte. Un’opera destinata a continuare a vivere nella mente dello spettatore anche dopo la fine del film.
Non sono mancate le polemiche scatenate dalla dura reazione da parte dei ministeri ucraini della cultura e degli esteri all’annuncio del film russo in concorso. Per Kiev, non si tratta solo di cinema, ma di una questione di sicurezza e opportunità politica chiedendo di rivedere la partecipazione del film per evitare di offrire una vetrina a personalità considerate vicine alle reti d’influenza del Cremlino. Le autorità ucraine hanno messo nel mirino figure chiave legate alla produzione. Tra queste spicca l’imprenditore russo Sergei Adoniev, coinvolto nelle fasi iniziali del progetto e oggi finito sotto sanzioni sia in Ucraina che negli Stati Uniti.
Non meno discussa è la partecipazione del direttore d’orchestra Teodor Currentzis, protagonista della pellicola, la cui cittadinanza russa e il ruolo pubblico lo rendono, agli occhi di Kiev, una figura problematica nel contesto del conflitto attuale. Ma a ferire è anche la scelta dei luoghi perché Dau è stato girato a Kharkiv, città oggi martoriata dai bombardamenti russi, e vederla rappresentata attraverso un’estetica sovietica è un paradosso che l’Ucraina non è disposta ad accettare.
Fortunatamente non si è fatta attendere la replica di Alberto Barbera, direttore della Mostra, che ha eretto un muro a difesa dell’autonomia della Biennale. Barbera ha respinto ogni accusa di propaganda, definendo Dau non un’opera filoputiniana, ma, al contrario, una potente denuncia dei regimi totalitari e della loro oppressione sulla vita privata. Con toni accesi, il direttore ha descritto il regista come un dissidente «finito nelle liste di proscrizione del regime come terrorista e nemico dello Stato». Barbera si chiede perché colpire un autore che si è schierato contro l’invasione fin dal primo giorno e perché fare della Mostra il bersaglio di un attacco definito gratuito.
«La Biennale è rimasta uno dei pochi baluardi al mondo a difendere la libertà di espressione», ha concluso, esortando a proteggere l’indipendenza della kermesse da pressioni legate alla nazionalità degli artisti. Anche il regista Khrzhanovsky è intervenuto per dissipare i dubbi, partendo dalla cronologia dei fatti: il legame con Adoniev si sarebbe interrotto già nel 2019, anni prima che scattassero le sanzioni internazionali. Il cineasta ha poi chiarito il senso profondo della sua opera: Dau non è un omaggio alla Russia contemporanea né una difesa del suo sistema, ma un’indagine quasi anatomica su come un regime totalitario riesca a infiltrarsi nelle pieghe più intime dell’esistenza umana. Allora una domanda dobbiamo porcela: può un’opera d’arte essere giudicata indipendentemente dal passaporto di chi la sostiene o dal contesto bellico che la circonda? Venezia, per ora, ha scelto la strada della libertà assoluta.
Walter Colombo, inviato a Venezia



