Mafie al Nord: quel «terrore silente» che attraversa il Piemonte

Musti: «Messaggi criptici ma efficaci». Da Ciotti e Greco il racconto di una violenza invisibile

Mafie al Nord: quel «terrore silente» che attraversa il Piemonte

di Andrea Olimpi

LEGALITÀ – Non servono colpi di kalashnikov, cadaveri sull’asfalto o attentati eclatanti perché la mafia faccia paura. Al Nord, e in Piemonte, il terrore può assumere forme diverse: meno visibili, più sofisticate e proprio per questo forse più difficili da riconoscere.

Lo ha ricordato oggi, sabato 26 settembre, Lucia Musti, procuratore generale del Piemonte, intervenendo a Torino al convegno “Non è altrove”, organizzato da Libera. Una definizione, quella utilizzata dal magistrato, che fotografa con particolare efficacia il modo in cui la criminalità organizzata è riuscita nel tempo a radicarsi nei territori settentrionali: il «terrore silente».

«Per decenni – ha osservato Musti – in Piemonte, e parimenti nell’Emilia Romagna da cui provengo, si è creduto alla favoletta, e dunque alla negazione o alla non consapevolezza, delle presenze mafiose, forti del fatto che che le nostre strade non registrassero episodi di colpi di kalashnikov».

Un errore di prospettiva. Perché l’assenza della violenza manifesta non significa assenza delle mafie. Il messaggio intimidatorio continua a esistere, ma cambia linguaggio. «Un messaggio – ha aggiunto Musti – indubbiamente raffinato, a volte criptico, sottinteso, mediato, ma è un messaggio che sa arrivare a destinazione».

Parole che trovano una significativa corrispondenza con quanto emerso pochi giorni fa ad Alba, durante l’incontro “La mano delle mafie sull’ambiente”, organizzato da Circonomia OFF. Il 21 settembre, nella sala dell’Associazione commercianti albesi, il giornalista Roberto Greco, autore di Alla conquista del Nord, ha ripercorso quasi settant’anni di presenza e infiltrazioni mafiose in Piemonte. Un fenomeno che affonda le radici negli anni Cinquanta e Sessanta e che, nel tempo, ha saputo cambiare pelle.

La ricostruzione proposta da Greco parte anche dagli effetti del soggiorno obbligato, che portò al Nord esponenti della criminalità organizzata con l’intenzione di recidere i loro legami con i territori di origine, producendo in alcuni casi l’effetto opposto. Una storia che in Piemonte passa attraverso il radicamento della ‘ndrangheta, il racket nell’edilizia, i sequestri di persona, il traffico di droga e, successivamente, l’ingresso nell’economia apparentemente legale.

Un percorso nel quale resta emblematico il caso di Rocco Lo Presti, figura centrale della ‘ndrangheta in Val di Susa e a Bardonecchia. Nel 1995 proprio Bardonecchia diventò il primo Comune del Nord Italia sciolto per infiltrazioni mafiose. La grande operazione Minotauro del 2011 avrebbe poi restituito giudiziariamente la dimensione di una ‘ndrangheta non semplicemente “importata”, ma stabilmente organizzata e radicata sul territorio piemontese.

È qui che il «terrore silente» evocato da Musti assume una dimensione ancora più concreta. Le mafie contemporanee non hanno necessariamente bisogno di sparare per esercitare il proprio potere. Possono entrare nelle imprese, alterare la concorrenza, riciclare capitali, condizionare appalti e rapporti economici. Possono costruire quella che Greco ha descritto attraverso una lunga ricostruzione storica: una tela difficile da vedere proprio perché progressivamente intrecciata con il tessuto economico e sociale. Nell’incontro albese il tema delle infiltrazioni nell’economia legale e delle conseguenze sul mercato e sui territori è stato uno dei punti centrali del confronto.

Il caso di Denise Cosco

Ma esiste anche un’altra forma di violenza, ancora più intima e difficile da misurare. Ed è quella che conduce alla vicenda di Denise Cosco, figlia di Lea Garofalo, la testimone di giustizia uccisa dalla ‘ndrangheta nel 2009.

Denise Cosco si è tolta la vita a 35 anni lo scorso 10 settembre. Oggi Lucia Musti ha definito la sua morte «certamente una sconfitta dello Stato».

«Sappiamo perfettamente – ha sottolineato il procuratore generale – che il suicidio, inserito nel contesto mafioso, ha una sfaccettatura in più rispetto a tutte quelle che caratterizzano la scelta di un gesto così estremo. Una cosa certa è che Denise era un simbolo, i simboli alle mafie danno fastidio e quindi, a mio avviso, coloro che sono deputati a compiere le indagini avranno da approfondire diversi aspetti. Ma vi è un’altra certezza: come la si voglia leggere, la morte di Denise Cosco è certamente una sconfitta dello Stato».

Su quella morte si era soffermato nei giorni scorsi anche don Luigi Ciotti, presidente e fondatore di Libera, che ad Alba ho incontrato in due occasioni la scorsa settimana, durante la cerimonia per l’intitolazione della via a don Valentino Vaccaneo e in occasione di un convegno organizzato dalla Fondazione Ospedale Alba-Bra.

Le sue parole su Denise aiutano a comprendere quanto gli effetti della violenza mafiosa possano continuare molto oltre il momento nel quale viene commesso un delitto.

«Denise non è stata soltanto testimone del martirio della madre, uccisa per aver scelto la giustizia contro l’omertà e la sottomissione. È stata una giovane donna che ha avuto la forza di scegliere a sua volta la verità, puntando il dito contro un padre che aveva trasformato l’amore in violenza criminale. Io so che nemmeno per un attimo, malgrado le difficoltà successive, le paure e a volte le contraddizioni, ha messo in discussione questa scelta».

Ciotti ha sottolineato che Denise «non è stata abbandonata» dallo Stato. Ma ha aggiunto una considerazione che va oltre la singola vicenda: «a un certo punto si dev’essere sentita comunque incredibilmente sola, incapace di reggere ancora. Se ha scelto di morire non è perché non amasse la vita, ma perché la vita che stava vivendo era diventata troppo complessa e dolorosa».

Poi una frase che sembra incrociare, da un’altra prospettiva, proprio il «terrore silente» descritto oggi da Musti: «la criminalità non uccide soltanto nel momento in cui spara, soffoca o elimina un corpo, come è stato per Lea Garofalo. Esiste una violenza mafiosa ‘differita’ che agisce sottotraccia per anni, insinuandosi come un veleno nei meandri dell’anima».

La Procura sta intanto approfondendo le circostanze della morte di Denise Cosco; il fascicolo per istigazione al suicidio risulta aperto contro ignoti.

Una mafia che non ha bisogno di mostrarsi

Il «terrore silente» di Lucia Musti, la «violenza mafiosa differita» di don Luigi Ciotti e la ricostruzione storica di Roberto Greco raccontano, da prospettive differenti, lo stesso rischio: continuare a cercare le mafie soltanto dove siamo abituati a immaginarle.

In Piemonte quella storia viene invece da lontano. Dalle prime infiltrazioni nell’edilizia alla stagione dei sequestri, dall’omicidio del procuratore Bruno Caccia nel 1983 allo scioglimento di Bardonecchia, fino alle grandi inchieste del nuovo millennio e alle forme contemporanee di infiltrazione nell’economia.

Oggi il pericolo può essere proprio nella capacità delle organizzazioni criminali di non apparire. Un’economia alterata dal denaro illecito e dalla concorrenza sleale non produce necessariamente il rumore di un’esplosione. E un’intimidazione non deve necessariamente essere urlata per essere compresa da chi la riceve.

È questo, forse, il significato più inquietante delle parole pronunciate oggi a Torino: il silenzio non è la prova dell’assenza delle mafie. Può essere, al contrario, il segnale della loro capacità di mimetizzarsi.

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