Cronache dall’Oriente / Samira che educava i figli a condividere​

Il sacerdote albese,don Renato Rosso
Il sacerdote albese,don Renato Rosso

di don Renato Rosso, missionario in Bangladesh

Dopo 45 anni, ho potuto comunicare via WhatsApp con Samira, la mamma zingara che era arrivata a Torino dal Montenegro con il marito Ismail e quattro bambini, in attesa del quinto. Il marito era finito nel carcere di Rebibbia perché non era riuscito a difendersi da una grave, falsa accusa. Gli zingari quando sono colpevoli vengono puniti, ma se sono innocenti non vengono creduti.

Tutte le sere quando tornava dalla questua, Samira celebrava un rito sacro che la rendeva più che sacerdotessa. Portava sempre qualche regalo per i bambini, qualcosa a ciascuno: un panino, un cioccolato, un frutto: mentre chiamava i figli, invitava anche gli altri bambini, che avevano giocato con loro tutto il giorno. Ma il regalo lo consegnava soltanto ai figli e aspettava che essi terminassero il loro compito che consisteva nel condividere tutto con tutti. Samira educava così il cuore dei suoi figli.

Quando andava a visitare Ismail a Roma, portava con sé tutti i bambini. E sul treno c’era sempre grande confusione. Poi arrivava il controllore, che doveva pur sempre fare la sua omelia di dovere contro questa donna che era senza biglietto. Lei prometteva che sarebbe scesa alla successiva fermata, intanto non perdeva tempo e, da una carrozza all’altra, faceva una rapida questua per racimolare qualcosa per il marito. Risaliva poi su un altro treno, poi su un altro e un altro ancora fin quando arrivava a destinazione.

Un giorno, assistendo a questo fatto che si ripeteva spesso, pensai che se un religioso, un prete o una suora, fosse partito da Torino con accanto cinque orfani, senza soldi e facendo la questua lungo il cammino per dare cibo a quei bambini con tanto amore, arrivando a Firenze, qualcuno avrebbe già inoltrato la causa di beatificazione; invece per la campionessa zingara, impegnata in una difficile gara di carità, nessun riconoscimento.

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