di Maria Grazia Olivero
CERESOLE La sua bambina, che nascerà a dicembre, si chiamerà Sofia. Perché significa sapienza, saggezza e anche forza. Almeno tutta quella che è stata necessaria a sua madre, Adila Nazari, sul volto un sorriso dolcissimo, per arrivare a Torino. Dopo il matrimonio con Hussein in Pakistan – dove dall’Afghanistan era fuggita con la famiglia – a diciotto anni, le sono occorsi trentasei mesi per essere in grado di partire.
Questa è la loro storia. Quella di due persone del nostro tempo, di cui sappiamo poco per prevenzione e disinteresse e che non ascoltiamo abbastanza per comprendere le tragedie che ha riservato loro la vita.
Sognando l’Europa
Lui, suo marito, cittadino italiano da inizio anno, è arrivato in Italia dall’Afghanistan nel 2006 a sedici anni, dopo un viaggio durato sei mesi. Giovanissimo, voleva una vita diversa da quella, senza speranza, che gli si parava davanti.
Sognava «un futuro migliore in Europa», dice semplicemente Hussein. Mise insieme quattromila dollari, una somma ingente per la famiglia Nazari. Sì, serviva per pagare i trafficanti di persone, che la esigevano in cambio del passaggio alle frontiere. Per il percorso, gestito tra mille imprevisti, Hussein e i suoi giovanissimi amici hanno avuto fiducia nella contingenza e tanta speranza.
Che altra scelta aveva un giovane di etnia hazara – vessata in Afghanistan dai Pashtun, gruppo etnico maggioritario originario dell’Altopiano iranico, in Asia centrale – mentre il suo Paese si trovava alle prese con l’ennesima fase di instabilità, nel pieno dell’occupazione militare internazionale e della riorganizzazione dei talebani?
Quale altra direzione poteva intraprendere Hussein, visto che la maggioranza della popolazione afghana viveva di agricoltura di sussistenza e dell’economia illegale legata alla coltivazione del papavero da oppio, il vero motore sommerso del Paese? Che fare mentre si indietreggiava tra colpi di Stato, invasioni e insurrezioni, e il Governo passava da monarchia a emirato islamico, da repubblica democratica (comunista) fino a repubblica islamica? «Fuggito in Pakistan, scoprii un mondo nuovo», racconta il giovane, che aveva mai intravisto una società diversa.
Il matrimonio
Da quel Paese al confine afghano, Hussein decise di raggiungere l’Europa, passando in Iran, Turchia, Grecia, giungendo infine in Italia via mare. L’ultima tappa lo portò dal porto ellenico di Patrasso, nascosto su un camion che trasportava olio, ad Ancona, sempre inseguito da qualche Forza di Polizia.
Forse, a quel punto, la meta al ragazzo sembrò più vicina. Destinazione: Torino, intercettato dall’Ufficio minori stranieri e affidato alle cure dei Salesiani, un’ancora di salvezza capace di guidare la sua autonomia dal punto di vista professionale e abitativo.
Finalmente, Hussein riprende a studiare e poi a lavorare, ha una casa e, dopo essersi sistemato, decide di costruirsi una famiglia. Grazie a sua madre, incontra una giovane afghana, Adila Hakimi, in Pakistan, dove avviene il matrimonio secondo i crismi della tradizione del luogo. Poi, lui torna a Torino per lavorare, in attesa del ricongiungimento familiare, che si rivela però molto più difficile del previsto.
La lunga attesa
Hussein lavorava nella prestigiosa caffetteria di palazzo Madama a Torino, quando il velo della sua tristezza toccò il cuore della persona che sbloccò l’impasse, permettendogli di portare in Italia Adila, sposata ben tre anni prima. La richiesta di ricongiungimento stava passando senza esito dai palazzi delle ambasciate di Kabul a quelli di Islamabad. La ragazza bussava a tutte le porte, ma veniva ricacciata.
Hussein soffriva, ma si sentiva in un vicolo cieco. Le formalità si risolsero da un giorno all’altro, solo dopo l’intervento di un militare italiano di grado elevato conosciuto proprio grazie al lavoro dietro il bancone torinese.
Insieme
«Dopo avere peregrinato invano con la mia richiesta dal Pakistan, dove vivevo con la mia famiglia, all’Afghanistan per tre anni, pagando centinaia di dollari in rupie, mi parve un sogno ricevere da Hussein il biglietto aereo che nel settembre 2020 mi portò in Italia», racconta Adila. «Non persi tempo. Il volo, con pochissime persone a bordo, toccò Dubai per giungere a Malpensa nel momento in cui la pandemia si stava facendo drammatica in tutto il mondo».
C’era suo marito ad attenderla all’aeroporto, nel pieno delle chiusure da Covid-19 – «Non le ho potuto portare nemmeno un mazzo di fiori», si rammarica ancora oggi lui –, mentre la ragazza muoveva i primissimi passi in Italia confidando in una nuova vita.
Adila a diciotto anni aveva accettato Hussein tramite le pratiche di accordo tra famiglie in uso nel suo Paese, ma solo a ventuno ebbe modo di costruire la sua. Anche a lei il Piemonte permise di imparare l’italiano, di avere un percorso formativo e di coltivare amicizie. La nascita di Leonardo nel 2022 portò la coppia al culmine della felicità. In seguito, per motivi di lavoro, si sono trasferiti a Ceresole, dove vivono.
L’Italia è casa
Hussein, che lavora per l’impresa Ondalba di Baldissero, spiega: «Anche se talvolta non è facile arrivare a fine mese, stiamo bene qui. Considero l’Italia il Paese più bello del mondo, il mio, al punto da sentirne la mancanza se sono lontano. Ho amici e parenti che vivono in Stati diversi e mi è capitato di andare a trovarli. Alcuni in Nord Europa hanno raggiunto condizioni economiche buone, anche grazie alla solidità della società in cui vivono, ma sono sereno e intendo restare dove mio figlio Leonardo sta crescendo, frequentando la materna accanto a tanti amici».

Anche Adila sta bene, felice della sua nuova maternità, ma ha un rammarico: «Mia madre vive con mia sorella e mio fratello in un campo profughi in Pakistan. Vorrei trovare il modo per dare una possibilità almeno a Marzia: ha diciotto anni e sta per concludere il suo percorso d’istruzione di taglio informatico, che prevede la conoscenza dell’inglese. Il prossimo anno vorrebbe proseguire gli studi all’università e prepararsi a un futuro autonomo, che non potrà avere né in Pakistan né in Afghanistan, dove alle donne è negata la scuola. Non voglio che succeda un’altra tragedia alla mia famiglia».
Uccisa a nove anni
La sorella minore di Adila, Shukria Hakimi, fu uccisa a soli nove anni nel massacro del 2015 di Zabul, in Afghanistan. La piccola hazara, nata nel 2004 nel distretto di Jaghori, nella provincia di Ghazni, fu rapita con altre sei persone nel Khorasan.
Il convoglio con la bambina stava andando da Jaghori a Quetta, in Pakistan, quando i passeggeri, tutti della stessa etnia, furono catturati, seviziati per un mese e poi uccisi. Dopo l’esecuzione, i rapitori, membri dell’Isis, abbandonarono i corpi in un ospedale nella valle di Zabul, dove giunsero migliaia di hazari per recuperare le povere salme martirizzate. Sulle braccia di Shukria, la sorella Adila, che si fece avanti per il riconoscimento, vide i segni della tortura; sul collo, ricucito di fretta, il taglio della decapitazione. Le fonti dall’Afghanistan memory home documentano individualmente le vittime e classificano il rapimento e l’uccisione come gravi crimini di guerra contro una delle principali minoranze etniche afghane, in larga parte musulmani sciiti, che un rapporto delle Nazioni unite descrive come una comunità soggetta a forme gravi di violenza e pregiudizio.

La mobilitazione
Nacque da questo tragico fatto il movimento Tabassum, che significa sorriso, quello di Shukria, la vittima più giovane di tanta ferocia. Ci fu una grande protesta, che coinvolse molte donne e diversi gruppi della società afghana. Una bambina che voleva solo andare a scuola divenne il simbolo nazionale dell’indignazione.
Migliaia di persone portarono le bare delle sette vittime attraverso Kabul fino al palazzo presidenziale, chiedendo alle autorità di proteggere il popolo hazara. Le salme vennero riportate al loro villaggio – dove riposano in un mausoleo – su un elicottero messo a disposizione dal Governo.
La speranza nel buio
Adila, che ha il sorriso gentile della sorella trucidata, che la famiglia pensava di proteggere mandandola a vivere con la nonna in Pakistan, sta cercando chi la possa aiutare a dare una speranza alla sorella Marzia.
Per ora si sta muovendo ad Alba, interessando importanti interlocutori, come Roger Davico, direttore dell’Ufficio Migrantes della diocesi. Ammette la giovane: «Spero che si trovi il modo per fare entrare in Italia mia sorella attraverso un corridoio umanitario, anche se so che le difficoltà non mancano, a cominciare dal reperimento dei documenti per l’espatrio».
Aggiunge Hussein: «In Afghanistan gli hazari sono un gruppo minoritario e più aperto, ma sono costretti a fuggire. Per questo oggi la famiglia di Adila vive in un campo profughi al confine, dove in questo momento si intensificano gli scontri e i bombardamenti tra afghani e pakistani».
Come spiega sul suo sito la Caritas italiana, «ci sono conflitti che continuano a bruciare lontano dai riflettori mediatici, ma che ogni giorno mietono vittime innocenti, costringendo le comunità a fuggire. L’escalation tra Pakistan e Afghanistan, esplosa a febbraio 2026, è uno di questi: bombardamenti, attacchi transfrontalieri e operazioni militari hanno già provocato decine di morti, centinaia di feriti e oltre 115mila sfollati».

