OTTOBRE MISSIONARIO – Nel mese di ottobre, tradizionalmente dedicato alla spiritualità missionaria, la Chiesa celebra la centesima Giornata missionaria mondiale, guidata dal tema “Uno in Cristo, uniti nella missione”. Un tempo di comunione con tutte le comunità cristiane sparse nel mondo e di preghiera per le nuove comunità e per i missionari che le sostengono. Papa Leone XIV, nel suo messaggio dedicato alla Giornata, scrive: «La prima responsabilità missionaria della Chiesa è rinnovare e mantenere viva l’unità spirituale e fraterna fra i suoi membri».
Ecco tre testimonianze di giovani che hanno fatto esperienza in terra di missione quest’anno. I viaggi di condivisione missionaria sono stati possibili grazie al percorso di formazione “Perché no? Giovani in missione”, promosso dai centri missionari delle diocesi in provincia di Cuneo. L’obiettivo del viaggio è duplice: far conoscere una realtà diversa e permettere ai giovani di osservare da vicino il lavoro dei missionari sul campo, così da condividere al ritorno insegnamenti preziosi e ispirazione per le attività personali, pastorali e sociali da portare avanti in futuro. Nell’estate 2026 sono partiti diciannove giovani tra cui sette provenienti da tutta la diocesi di Alba.
Luca Destefanis
IN MAROCCO – Ho 30 anni e vivo a Diano d’Alba. Dal 10 al 28 agosto ho vissuto un’esperienza difficile da dimenticare: sono stato a Oujda, in Marocco, in un centro di accoglienza per migranti. La scelta di partire è nata dal desiderio di conoscere una realtà che fino a quel momento avevo osservato da lontano. Spesso sentiamo parlare di migrazione attraverso numeri, statistiche e notizie, ma dietro ogni numero c’è una persona. Ci sono uomini, donne e soprattutto bambini con una storia, una famiglia, delle paure e dei sogni.
Sentivo il bisogno di andare oltre quello che si racconta e di incontrare direttamente queste persone. Ho scelto il Marocco perché volevo mettermi in gioco, uscire dalla mia quotidianità e dedicare il mio tempo a qualcosa che potesse arricchirmi profondamente anche dal punto di vista umano. Non sono partito con la pretesa di cambiare il mondo o di risolvere problemi enormi e complessi. Sono partito con la volontà di esserci, ascoltare e condividere.

Nei giorni trascorsi a Oujda ho avuto la possibilità di conoscere persone provenienti da Paesi e culture diverse. Ho condiviso con loro momenti semplici della quotidianità, conversazioni, sorrisi e silenzi. Ed è stato proprio attraverso queste piccole cose che ho capito quanto sia importante fermarsi ad ascoltare. Dietro la parola “migrante”, utilizzata spesso in modo generico, ho incontrato persone con percorsi completamente diversi tra loro. Persone che hanno affrontato difficoltà che, fino a quel momento, potevo soltanto immaginare. Ma ho incontrato anche speranza, forza e una straordinaria capacità di guardare avanti. Questa condivisione mi ha insegnato a non fermarmi alle apparenze e alle etichette. Mi ha ricordato che prima di qualsiasi definizione c’è sempre una persona.
Sono tornato a casa con un bagaglio molto più importante di quello con cui ero partito. Porto con me i volti, le storie e gli incontri vissuti a Oujda. Una missione che non considero soltanto un’esperienza fine a sé stessa, ma un percorso umano che mi ha cambiato e che continuerà a farmi riflettere nel tempo.
