L’INTERVISTA Marello: «La Fiera deve tornare ad avere come riferimento il Comune entro il termine di questa consiliatura»

Oggi la Fiera è un marchio riconosciuto a livello internazionale, ma il dibattito è aperto su diversi fronti, dalla carenza di prodotto a causa del cambiamento climatico al tema della governance

Maurizio Marello

di Maria Grazia Olivero

Iniziata l’edizione 96 della Fiera del tartufo e su Gazzetta d’Alba si apre il dibattito sulla proposta, a partire dalla durata di nove settimane, alla governance. Il primo a intervenire è l’ex sindaco di Alba Maurizio Marello. 

ALBA – È iniziata l’edizione 96 della Fiera del tartufo, che ha come leitmotiv le «autentiche relazioni», un modo per unire, secondo le parole degli organizzatori, «il valore dei legami umani, del territorio e della natura».

Con un ottobre poverissimo di tuber magnatum Pico e con alle spalle una Commissione consiliare in cui Axel Iberti, presidente dell’ente Fiera, non ha nascosto la necessità di mettere in discussione il modello esistente, il primo a intervenire sulla questione è Maurizio Marello. Sindaco di Alba dal 2009 al 2019, è stato primattore di alcuni cambiamenti destinati a entrare nel confronto pubblico odierno.

Il dibattito sulla Fiera del tartufo è sempre stato vivace ad Alba. Quali cambiamenti sono avvenuti durante il suo mandato, Marello?

«Fui responsabile del prolungamento della durata della Fiera, che dalle iniziali quattro domeniche passò gradualmente a otto, oltre a quella del Palio. In quel periodo registravamo la richiesta di lasciare spazio a innumerevoli iniziative e a puntare sul turismo del tartufo e del vino per favorire l’economia. La crisi finanziaria del 2008 stava influendo sul mondo e ritenemmo, io e la maggioranza, di accogliere l’idea di destagionalizzare gli arrivi anche attraverso il raddoppio del periodo fieristico».

Nel 2009 era presidente dell’ente Fiera Alberto Cirio. Poi, nominati da lei, si alternarono altri due presidenti. Come andò?

«Dopo Cirio, nominai Antonio Degiacomi e poi Liliana Allena. Da tutti, Comune incluso, fare crescere il nostro turismo fu considerato un punto di arrivo, puntando anche su Vinum. Poi, nel 2014, il riconoscimento Unesco rappresentò un grande volano. Da un afflusso stagionale con il picco a settembre-ottobre si passò a una ricettività che oggi spazia almeno da Pasqua a Natale».

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E la Fiera?

«I contenuti storici e popolari come il Palio, la sfilata e il Baccanale non furono messi in discussione, mentre si avviarono iniziative ancora attuali come gli show cooking in sala Fenoglio. Si rinnovò il Mercato del tartufo che, con un format nato negli anni Ottanta, aveva fatto il suo tempo. Eppure, già alla fine del mio mandato ci rendemmo conto che l’impianto complessivo andava rinnovato e che il periodo si era forse ampliato troppo. Tuttavia, allora fummo impegnati sulla riorganizzazione dell’ente Fiera, cresciuto moltissimo nel fatturato e negli interventi, e partecipato da Comune, Giostra delle cento torri e Associazione commercianti albesi. La sua struttura non era più adeguata alla mole di lavoro che svolgeva, oltre a esserci un problema di natura giuridica dovuto al mutamento delle normative».

Come s’intervenne?

«In quella fase non si assunsero iniziative. Tra le diverse opzioni – gestione diretta del Comune; uscita del Municipio dall’ente Fiera; creazione di una fondazione; nascita di una società mista pubblico-privata (a maggioranza pubblica) –, l’Amministrazione di Carlo Bo, che ebbe la responsabilità di scegliere, individuò il percorso dell’uscita del Comune dall’organizzazione dell’evento più importante per l’economia dell’area: la strada pù semplice, che personalmente mai avrei indicato. Occorreva restare nell’ente Fiera per orientare l’azione delle politiche turistiche, in capo a Municipi e Atl. Per risolvere un problema formale, il pubblico ha perso incisività e potere nei confronti di – pure ottimi – soci privati, mentre avrebbe dovuto continuare a essere l’azionista di maggioranza. Continuo a considerarlo un grave errore, cui occorre porre rimedio al più presto».

Che cosa dovrebbe fare l’Amministrazione Gatto?

«A mio avviso, la Fiera deve tornare ad avere come riferimento il Comune, entro il tempo di questa consiliatura. Ritengo che la formula della società a maggioranza pubblica sia praticabile. Del resto, l’opposizione all’esecutivo di Carlo Bo, guidata dall’attuale sindaco, allora espresse parere negativo all’uscita del Municipio dall’ente».

In quel periodo, la presidente Liliana Allena riorganizzò la struttura, trovando risorse anche dai privati. Come giudica la sua azione?

«Allena ha lavorato bene, pure se restano sul tavolo alcune tematiche. La Fiera dev’essere un momento importante, qualificato e popolare, ma bisogna rivederne i tempi e introdurre nuove proposte. Occorre renderla attraente per i giovani, come peraltro si è fatto per Vinum. Direi anche che andrebbe resa ancora più internazionale sotto il profilo dei contenuti. Infine, un cambiamento s’impone sul Mercato del tartufo che, complice le ristrettezze degli spazi, ha un’impostazione a parer mio troppo datata».

Il Mercato non è gestito dall’ente Fiera. Giusto?

«Il Mercato del tartufo è portato avanti da una società privata legata all’Associazione commercianti albesi, a sua volta socia dell’ente Fiera. Da questo punto di vista, una riflessione s’impone. A onor del vero, è un altro tema sul quale feci qualche tentativo di cambiamento da sindaco, trovando non poche resistenze, ma pure la disponibilità dell’allora presidente dell’Aca Giancarlo Drocco».

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Intanto Banca d’Alba sta realizzando un grande palacongressi nell’ex stabilimento Rotoalba, in via Liberazione: può rappresentare un’opportunità anche per la Fiera?

«L’idea fu annunciata dall’ex presidente di Banca d’Alba, Felice Cerruti, durante il mio mandato. In effetti, la struttura che l’istituto di credito sta costruendo può “rivoluzionare” il sistema di offerta turistica, congressuale e culturale, compresa l’impostazione della Fiera. Ma parliamo quantomeno del 2030».

Che cosa occorre fare ora?

«Si deve tenere conto della nuova prospettiva, che rappresenta una trasformazione epocale, e nel contempo agire nell’immediato per incidere sul Mercato mondiale del tartufo, migliorando qualche contenuto della manifestazione. Ci si deve anche preparare alla gestione della struttura in via di realizzazione».

Il tartufo resisterà ai cambiamenti climatici?

«L’argomento è delicato, quanto centrale: riguarda tutte le aree tartufigene del Paese. Il Centro nazionale studi tartufo ha portato avanti un grande impegno in questo campo. Va però registrato uno stallo dal punto di vista legislativo».

Intanto, l’apertura della stagione è stata posticipata: è d’accordo, Marello?

«Certo. Si tratta ora di capire se può essere utile organizzare un periodo a ottobre per il folclore e uno per il Mercato del tartufo, più avanti, a novembre-dicembre. Inoltre, va considerata la questione del prodotto sempre meno abbondante. Dobbiamo continuare a difendere (anche sul piano legislativo) e promuovere il nostro marchio. Visto che siamo la riconosciuta capitale italiana, anzi mondiale, del tartufo bianco, capofila nazionale dell’Associazione delle città del tartufo, dobbiamo fare da traino rispetto alle altre aree italiane in cui nasce il tuber magnatum Pico o tartufo bianco d’Alba e di Acqualagna (secondo la definizione di legge). E ciò senza paura di coinvolgere nella Fiera albese tali realtà. L’internazionalità della Fiera del tartufo bianco d’Alba vuole dire anche questo».

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