Letizia Battaglia: a Torino cinquant’anni di fotografia e impegno civile

Oltre 200 scatti raccontano la fotografa siciliana, tra cronaca, mafia e vita quotidiana

Letizia Battaglia: a Torino cinquant’anni di fotografia e impegno civile
L'arresto del feroce boss mafioso Leoluca Bagarella. Palermo, 1979

di Andrea Olimpi

CULTURA – Ci sono immagini che vanno oltre la cronaca e diventano testimonianze della storia di un Paese. Fotografie capaci di raccontare la violenza, il dolore, ma anche la dignità, la bellezza e la vita quotidiana delle persone. È il mondo di Letizia Battaglia, una delle figure più importanti della fotografia italiana del secondo Novecento, al centro della grande mostra “Letizia Battaglia. L’opera, 1970-2020”, aperta da ieri, sabato 17 ottobre, a CAMERA – Centro Italiano per la Fotografia di Torino, dove resterà visitabile fino al 7 febbraio 2027.

L’esposizione, presentata ufficialmente venerdì 16 ottobre alla presenza, tra gli altri, di Marta Sollima, nipote della fotografa e vicepresidente dell’Archivio Letizia Battaglia, raccoglie oltre 200 fotografie che ripercorrono cinquant’anni di attività, restituendo la complessità di uno sguardo che ha saputo raccontare Palermo e la Sicilia senza fermarsi alla sola cronaca.

Curata da Walter Guadagnini, realizzata in coproduzione con Jeu de Paume e in collaborazione con l’Archivio Letizia Battaglia, la mostra arriva a Torino dopo le tappe allo Château de Tours, al festival Les Rencontres d’Arles e al Museo Civico San Domenico di Forlì.

Il percorso espositivo prende avvio dagli esordi della fotografa tra Palermo e Milano, alla fine degli anni Sessanta e nei primi anni Settanta. Nata a Palermo il 5 marzo 1935, Letizia Battaglia si avvicina alla fotografia lavorando inizialmente come giornalista per il quotidiano L’Ora. Nel 1971 si trasferisce a Milano, dove collabora con diverse riviste e frequenta un ambiente culturale vivace e politicamente impegnato. Risale al 1972 il ritratto di Pier Paolo Pasolini al Circolo Turati di Milano, una delle immagini che testimoniano la progressiva definizione del suo stile fotografico.

Nel 1974 il ritorno a Palermo segna una svolta decisiva. Battaglia riprende la collaborazione con L’Ora, assumendo successivamente la direzione del servizio fotografico. È attraverso il lavoro quotidiano per il giornale che prende forma il suo lungo racconto della città, documentata nelle sue contraddizioni, tra povertà e ricchezza, violenza e vitalità.

Sono soprattutto gli anni della guerra di mafia a consegnare alla storia alcune delle sue fotografie più conosciute. Con la macchina fotografica Battaglia documenta omicidi, luoghi del crimine e protagonisti della vita pubblica, registrando l’escalation della violenza mafiosa e i rapporti sempre più stretti tra criminalità organizzata e potere politico.

Tra le immagini esposte a Torino anche quella, drammatica, di Sergio Mattarella, oggi presidente della Repubblica, accanto al corpo del fratello Piersanti, presidente della Regione Siciliana assassinato dalla mafia il 6 gennaio 1980. Uno scatto diventato simbolo di una delle pagine più dolorose della storia italiana.

Accanto a questa fotografia, i ritratti di Boris Giuliano e Leoluca Bagarella, le immagini degli omicidi e quelle legate al maxiprocesso del 1986. Un lavoro svolto spesso insieme al fotografo Franco Zecchin, con il quale Battaglia fonda il gruppo Informazione Fotografica.

Ma ridurre Letizia Battaglia alla fotografa della mafia significherebbe raccontare soltanto una parte della sua straordinaria esperienza umana e professionale. Ed è proprio questo uno degli aspetti che emergono con maggiore forza dal percorso espositivo torinese.

Le sue fotografie raccontano anche la vita quotidiana della Sicilia, le strade e i quartieri popolari, i bambini, le giovani donne, le famiglie, le feste religiose e i luoghi frequentati dalla borghesia e dall’aristocrazia palermitana. Immagini nelle quali convivono sofferenza, ironia, affetto e una profonda attenzione per la dignità delle persone.

Tra i protagonisti dei suoi ritratti figurano anche intellettuali e personaggi della cultura come Goffredo Fofi, Mauro Rostagno, Leonardo Sciascia e Renato Guttuso.

Particolarmente significativo è il nucleo di fotografie dedicate alla Real Casa dei Matti, l’istituto psichiatrico di Palermo. Immagini che documentano le condizioni di emarginazione e sofferenza dei pazienti, ma nelle quali emerge anche la capacità della fotografa di stabilire un rapporto umano con le persone ritratte, andando oltre la semplice documentazione.

Un altro capitolo importante riguarda le feste religiose siciliane, osservate come espressione dell’identità collettiva di un territorio. Dai Misteri pasquali di Collesano del 1985 a quelli di Trapani del 1989, Battaglia racconta attraverso gesti, volti e folle una religiosità popolare nella quale si intrecciano tradizione, partecipazione e vita sociale.

Il suo lavoro, tuttavia, non si limita alla Sicilia. Nel 1985 riceve a New York, prima donna europea, il W. Eugene Smith Fund Grant in Humanistic Photography, ex aequo con Donna Ferrato, uno dei più importanti riconoscimenti internazionali per la fotografia sociale.

Negli anni successivi realizza reportage in numerosi Paesi, dalla Turchia all’Egitto, dalla Russia alla ex Jugoslavia, dalla Romania agli Stati Uniti, fino alla Scozia e alla Groenlandia. Anche lontano da Palermo, la sua attenzione continua a concentrarsi soprattutto sulle persone comuni, sui bambini e sui giovani.

Le stragi mafiose del 1992, con gli assassinii dei giudici Giovanni Falcone e Paolo Borsellino, segnano profondamente la sua vita. Dopo anni trascorsi a documentare la violenza, Battaglia decide di non fotografare più i crimini di mafia, orientando progressivamente il proprio impegno verso altre forme di partecipazione politica, culturale e sociale.

Un impegno che, in realtà, aveva già caratterizzato il suo percorso. Nel 1977 era stata tra i fondatori del Centro siciliano di documentazione Giuseppe Impastato, mentre nel 1987 aveva assunto l’incarico di assessore alla Vivibilità Urbana nella giunta comunale guidata da Leoluca Orlando. Nel 1991 era stata eletta deputata regionale.

Alla fotografia affianca anche l’attività editoriale, fondando riviste come Grandevu e Mezzocielo, quest’ultima realizzata da sole donne, e dando vita nel 1992 alla casa editrice Edizioni della Battaglia.

Nel 2017 fonda ai Cantieri Culturali alla Zisa di Palermo il Centro Internazionale di Fotografia, che dirige fino alla morte, avvenuta il 13 aprile 2022, continuando a sostenere la fotografia come strumento di conoscenza, partecipazione e trasformazione sociale.

Negli ultimi anni della sua attività, lo sguardo torna a concentrarsi sui giovani, sui cambiamenti della mafia e sulla rappresentazione del corpo femminile, inteso come espressione di autonomia e libertà.

La mostra torinese permette di approfondire anche aspetti meno conosciuti della sua attività attraverso 22 riviste alle quali Battaglia ha collaborato o che ha fondato e diretto. Il percorso comprende inoltre il documentario “Amore amaro”, realizzato nel 2012 dal regista Francesco G. Raganato.

Un’esposizione che restituisce dunque non soltanto il lavoro di una grande fotografa, ma anche il percorso di una donna che ha attraversato alcuni dei momenti più difficili della storia italiana, scegliendo di raccontarli senza rinunciare a cercare, anche nelle situazioni più drammatiche, l’umanità delle persone.

Nel 2021, insieme ai nipoti Matteo e Marta Sollima, Battaglia aveva fondato l’Associazione Archivio Letizia Battaglia, alla quale è oggi affidata la tutela e la valorizzazione del suo patrimonio fotografico.

Proprio Marta Sollima, presente venerdì alla presentazione ufficiale della mostra, tornerà a CAMERA giovedì 19 novembre, alle 18.30, per un incontro pubblico dedicato alla figura e all’opera della nonna, in dialogo con il curatore Walter Guadagnini.

La mostra “Letizia Battaglia. L’opera, 1970-2020” sarà visitabile a CAMERA – Centro Italiano per la Fotografia di Torino fino al 7 febbraio 2027. Ad accompagnarla anche un catalogo edito da Dario Cimorelli.

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