di Pierangelo Vacchetto
SERRALUNGA D’ALBA – Ci sono persone che il mondo non vede più. Persone diventate invisibili, alle quali nessuno chiede che cosa stiano vivendo, che cosa abbiano perduto, di che cosa abbiano bisogno. E ci sono storie che, se qualcuno trova il tempo di ascoltarle, possono restituire dignità e aprire uno spiraglio di speranza.
È da questa convinzione che Mario Calabresi ha preso le mosse nell’incontro alla Fondazione E. di Mirafiore, a Serralunga d’Alba, dove ha presentato il suo nuovo libro Le voci degli altri, pubblicato da Mondadori.
Una conversazione intensa, che ha attraversato alcuni dei temi più urgenti del nostro tempo, quali la perdita dell’empatia, la solitudine, le guerre, le paure delle nuove generazioni e la necessità di ricostruire legami.
Calabresi ha raccontato le storie incontrate durante il lavoro per il libro, intrecciandole con una riflessione sull’attualità e sulla responsabilità di non fermarsi alle risposte più semplici.
Una delle vicende raccontate è quella di una docente che si dedica a dare un nome ai morti senza identità. Un lavoro che nasce dal principio essenziale che ogni essere umano merita rispetto anche dopo la morte. Restituire un nome a un corpo significa permettere a qualcuno di piangere, celebrare un funerale, avere un luogo in cui ricordare.
Calabresi intreccia a questa storia quella di due sorelle che per anni hanno cercato il padre, convinte di essere state abbandonate. Solo molto tempo dopo scopriranno che l’uomo era morto. Una verità dolorosa, ma capace di liberarle dal peso di un abbandono immaginato.
Uno dei capitoli più intensi del libro nasce dall’incontro con il cardinale Pierbattista Pizzaballa, patriarca latino di Gerusalemme. Calabresi ha raccontato di aver insistito a lungo per poterlo incontrare, perché sentiva il bisogno di vedere i luoghi e parlare con le persone. «Io non riesco a scrivere se non vado nei luoghi, se non vedo le persone, se non ci parlo», ha spiegato.
L’incontro è avvenuto in una Gerusalemme quasi deserta, senza pellegrini e turisti. Al Santo Sepolcro Calabresi ha chiesto a Pizzaballa se fosse ancora possibile parlare di pacificazione e convivenza. La risposta del cardinale è stata netta: in quel momento quelle parole rischiavano di essere formule vuote, incapaci di restituire la drammaticità della realtà.
Eppure, Pizzaballa non ha rinunciato alla speranza. Ha parlato di «piccole crepe» nel muro, dentro le quali possono nascere dei germogli. Sono le storie di ragazzi palestinesi che vorrebbero lasciare la violenza per studiare in Europa, di giovani israeliani che hanno scelto di non arruolarsi, accettando persino il carcere pur di non andare a combattere.
E poi ci sono due bambini, uno arabo e uno palestinese, che giocano insieme nel cortile di una chiesa, senza conoscere ancora il peso delle divisioni che li circondano. Gesti piccoli, ma capaci di indicare una possibilità diversa.
Calabresi ha ricordato anche un gruppo di giovani impegnati a proteggere le comunità palestinesi durante le incursioni. Paola Farinetti ha richiamato le parole di Beppe Fenoglio: finché ci sarà un partigiano «ritto sulla collina», non tutto sarà perduto.
Dalla guerra alla scuola, il filo del racconto resta quello di imparare a guardare le persone senza fermarsi alle apparenze.
Calabresi ha ricordato che il suo precedente libro, Alzarsi all’alba, è stato scelto come traccia dell’esame di maturità. Incontrando molti studenti, ha scoperto una differenza profonda nel modo in cui le generazioni interpretano la parola «fatica».
Per i ragazzi di oggi la fatica è soprattutto psicologica: ansia, paura di non essere all’altezza, timore di sbagliare, incertezza sul futuro e sul lavoro. «Facciamo fatica ad ascoltare queste generazioni», ha osservato.
Di fronte al disagio dei giovani si cercano spesso risposte immediate, senza fermarsi a chiedere davvero che cosa stia succedendo. Ha portato l’esempio degli studenti universitari che, dopo una bocciatura, arrivano a pensare di non essere adatti a quel percorso e abbandonano gli studi.
Un tempo l’esame non superato era un passaggio da affrontare e riprovare; oggi rischia di essere vissuto come una sentenza definitiva sulle proprie capacità. «L’errore non si supera, si elabora, ci si rialza e si riparte». Sbagliare non significa essere sbagliati.
Nel corso dell’incontro è tornata più volte la questione dell’ascolto, anche in relazione alle proteste e al rapporto tra cittadini e istituzioni.
Calabresi ha sottolineato come ascoltare non significhi dare ragione a tutti, ma avere la pazienza di comprendere le ragioni di chi abbiamo davanti, soprattutto quando la sua voce è meno forte.
Ha raccontato anche un episodio personale: durante una discussione televisiva sulla guerra in Ucraina si è trovato a perdere la calma e ad alzare la voce, cosa che gli accade raramente. Un’esperienza che gli ha fatto riflettere sul valore del tono e del modo in cui si affronta un confronto.
«Se tu sei paziente, in una discussione in cui la gente alza la voce, a un certo punto stai fermo, abbassi la voce». Perché le parole pronunciate senza urlare possono arrivare più lontano di quelle gridate.
Da qui una riflessione sulla gentilezza, che non è debolezza, ma una forza concreta: «La gentilezza è molto più potente della maleducazione». Anche nei piccoli episodi quotidiani, scegliere di non alimentare un conflitto permette di non avvelenare la giornata propria e quella degli altri.
Nel libro Calabresi torna anche nella scuola elementare che aveva frequentato a Milano, in un quartiere profondamente cambiato. Oggi quasi tutti gli alunni hanno origini straniere e alcune famiglie italiane hanno scelto di portare altrove i propri figli.
Ma il giornalista ascolta anche gli anziani che abitano da sempre quel quartiere e che si sentono diventati stranieri nel luogo in cui sono cresciuti. La scuola diventa così uno specchio della società, delle sue paure e delle sue trasformazioni.
È proprio lavorando a queste storie che Calabresi ha maturato la decisione importante di candidarsi a sindaco di Milano. Ha raccontato di aver avuto dubbi, di aver pensato alla vita che avrebbe potuto continuare a fare, tra libri, podcast e viaggi.
Poi si è posto una domanda: che cosa avrebbe pensato, un giorno, se non avesse avuto il coraggio di provarci?
«Se sei indeciso se fare o non fare una cosa, devi sempre pensare se un giorno potrai pentirti di non averla fatta. Se la risposta è sì, allora quella cosa la devi fare».
La scelta di mettersi in gioco è legata anche alla volontà di affrontare questioni concrete della città. Tra queste, il futuro di San Siro.
Calabresi ha criticato l’idea che un progetto di trasformazione dello stadio possa essere valutato soltanto in termini immobiliari e sportivi, mentre bisognerebbe considerare la salute del quartiere, l’impatto ambientale e i benefici per i residenti.
Ha chiesto che gli investimenti e gli oneri urbanistici ricadano anche sulla zona e che il nuovo impianto resti accessibile alle famiglie e ai tifosi storici, non soltanto ai visitatori più facoltosi.
«Un candidato che vuole governare per il futuro non è obbligato a camminare nei passi di quelli che sono venuti prima».
I prossimi anni, ha sostenuto, dovrebbero servire a discutere il progetto, valutarne le conseguenze e verificare se esistano soluzioni alternative.
Le domande del pubblico hanno portato la conversazione anche sulla presidenza di Donald Trump e sulle tensioni negli Stati Uniti.
Calabresi ha parlato delle politiche migratorie, delle retate e delle espulsioni di lavoratori che negli Stati Uniti avevano costruito una vita e una famiglia.
Ha ricordato anche i segnali di dissenso emersi in alcuni territori tradizionalmente repubblicani, dove una parte degli elettori ha scelto di sostenere candidati democratici.
Il giornalista ha richiamato il ruolo delle istituzioni di garanzia, dal Congresso alla Corte Suprema, nel porre limiti all’azione presidenziale. Ha espresso preoccupazione per il clima politico e per i rapporti tra potere e interessi economici e familiari, ma ha individuato anche elementi di tenuta nella democrazia americana.
«La democrazia è malata, ma è viva», ha osservato, riferendosi alla partecipazione e ai segnali di reazione della società civile.
Il punto, ancora una volta, è non smettere di vedere le persone. Non ascoltare soltanto chi urla più forte, ma prestare attenzione anche a chi non riesce a farsi sentire.
È questo il senso di Le voci degli altri: restituire spazio alle storie individuali, perché dietro ogni numero, ogni notizia e ogni categoria ci sono esistenze concrete.
Il libro non propone ricette facili né promette che l’empatia possa cancellare i conflitti. Invita piuttosto a compiere un gesto che sembra semplice e che invece richiede tempo e coraggio: fermarsi, ascoltare, provare a mettersi nei panni di qualcuno che non conosciamo.
In un mondo sempre più abituato a dividere e giudicare, può essere già un modo per cominciare a ricostruire.
