Bello Vinitaly, ma caro e troppo Venetocentrico

Bello Vinitaly, ma caro e troppo Venetocentrico

IL BILANCIO Nonostante tutto, il Vinitaly resta la fiera per eccellenza del vino italiano. Lo si percepisce girando nel salone, dialogando con gli espositori, valutando i dati ufficiali di Verona fiere. Non è solo per il numero delle edizioni (53) fin qui realizzate o per l’impatto promozionale che la rassegna determina a favore del vino italiano. C’è una considerazione che va al di là ed è la convinzione che «al Vinitaly in ogni caso bisogna esserci, se non altro per ribadire che l’azienda continua a esistere». Chissà se è stata questa la ragione che ha portato un’azienda storica come Fontanafredda a partecipare a questo Vinitaly con un suo stand, ma lasciandolo vuoto e giustificandone la scelta con la scritta «Dal 2018 siamo biologici certificati, quindi ci scusiamo per l’assenza di personale, ma dobbiamo stare più tempo in vigna. Non potevamo comunque rinunciare a questo importante appuntamento per presentare la nostra produzione. Vi aspettiamo a Fontanafredda così assaggiate i nostri vini e visitate le nostre cantine…».

Forse è lo strumento fiera che segna i suoi limiti, ma tanti produttori continuano a dedicare a questa manifestazione una quota importante del proprio investimento promozionale. I numeri finali ricordano che Vinitaly 2019 ha avuto 125mila ingressi da 145 nazioni, «in linea con l’edizione precedente, ma aumentando la qualità e il numero dei buyer (compratori, ndr) esteri accreditati che registrano un aumento del 3 per cento per un totale di 33mila presenze». Il lavoro di selezione avviato alcuni anni fa pare aver dato – almeno a livello numerico – i primi risultati, con la graduale riduzione degli ingressi di persone difficilmente definibili operatori economici. Fino al 2017, si contavano circa 145-150mila ingressi.

I pareri dei produttori sono discordi: c’è chi è rimasto soddisfatto e chi meno, ma c’è un dato che sembra uniformare i giudizi ed è l’ulteriore riduzione degli operatori italiani (ristoratori, enotecari ecc.), forse disincentivati dallo stress per le interferenze collaterali di code e sovraffollamenti, per i costi d’ingresso e quelli accessori (parcheggi, pernottamenti ecc.). Per ovviare alla mescolanza nella fiera tra operatori economici e semplici curiosi, da qualche anno è stato attivato Vinitaly and the city, una sorta di fuori salone, che ha visto la presenza di 80mila amanti del vino tra Verona (70mila) e i tre borghi storici della provincia: Bardolino, Valeggio sul Mincio e Soave (in tutto 10mila).

Dai produttori espositori emerge una critica verso la fiera veronese ed è la forte preponderanza degli effetti positivi che Vinitaly porta alle realtà veronesi e venete in genere. Il resto d’Italia si sente spesso ospite gradito solo perché aiuta a coprire le spese. Lo stesso Vinitaly and the city – lodevole per gli scopi di chiarezza – ha ulteriormente accentuato questa sensazione. Anche l’ente organizzatore sembra fare di tutto per amplificare questa percezione. È sistematica la lamentela per le spese in costante lievitazione annuale, non solo per il plateatico, ma anche per i servizi collaterali.

È di quest’anno un nuovo costo – che gli espositori hanno percepito come un altro balzello – che ha visto incrementare l’onere economico dello stand base di circa 300 euro nel caso in cui la specifica struttura di allestimento superasse i 2,40 metri di altezza. E, a quanto pare, senza una chiara informazione preventiva. Il dialogo tra un’organizzazione che occupa una posizione dominante e una miriade di espositori che si sentono in una perenne condizione di sudditanza resta difficile. D’altronde, i tentativi che nel passato hanno cercato di creare poli alternativi al Vinitaly in altre località sono malamente abortiti. E non per colpa della fiera veronese.

Giancarlo Montaldo

 

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