Dazi, non avere il Ttip ora è un guaio

Dazi, non avere il Ttip ora è un guaio

VINO Dazi sul vino ma non solo: l’incontro promosso da Confederazione italiana agricoltori nell’azienda vitivinicola Conterno e Fantino di Monforte, è stato l’occasione per una panoramica delle sfide che attendono i produttori delle Langhe. «La verità sui dazi la conosceremo il 19 febbraio: quel giorno verranno rese note le liste dei prodotti per i quali saranno decretati. Solo allora sapremo se fra questi ci sarà anche il vino». L’astigiano Dino Scanavino, presidente nazionale della Confederazione italiana agricoltori, fa chiarezza sui termini cronologici della questione. La decisione di un inasprimento delle politiche protezionistiche sul made in Italy – la tariffa sul vino oggi è al 25 per cento del valore della merce che entra negli Stati Uniti: potrebbe arrivare al 100 per cento – dipende dal presidente Usa Donald Trump.

Si è scritto che il casus belli sarebbe la ventilata introduzione della Web tax sui colossi del commercio Internet. «La realtà è un’altra: i dazi sono un modo per regolare il mercato in mancanza di strumenti come gli accordi bilaterali che possano disciplinare gli scambi commerciali», ha detto il numero uno della sigla sindacale agricola. «Il mercato cresce meno della produzione, questo è il vero problema: quando uno Stato si sente minacciato reagisce di conseguenza. Probabilmente se avessimo il Ttip non si porrebbe la questione dazi». Il riferimento è all’accordo noto come Transatlantic trade and investments partnership, l’intesa fra Usa e Ue per la creazione della più grande area di libera circolazione delle merci a livello globale, dal 2016 lettera morta dopo il naufragio dei colloqui. «I dazi investono un ambito, quello della politica globale, che va oltre le relazioni costruite sapientemente dalla capacità imprenditoriale».

Relazioni che valgono qualcosa come un miliardo e mezzo di euro di esportazioni vinicole italiane nel mondo. «Non dimentichiamoci che, da solo, l’export verso il Regno Unito ammonta a 830 milioni di euro: la Brexit è ormai una realtà e lo sarà anche un appesantimento burocratico determinato dalla frontiera che le merci dovranno superare». Le sfide per il mondo vitivinicolo, oltre i dazi, investono anche i negoziati per il testo che regolerà il commercio con l’area del Mercosur, l’organizzazione dei Paesi dell’America del Sud. «Il timore è che il nostro agroalimentare venga usato come merce di scambio: dovremo fare i conti con la concorrenza di Stati come Argentina e Cile. Questo si traduce oltre che in carni e cereali, in zone vocate per la vite, alla concorrenza delle quali temo non avremo la forza di opporci».

È un panorama a tinte fosche quello delineato, al quale si accompagna un dato relativo ai coltivatori diretti, che annovera, nel nostro Paese, 450mila persone iscritte al ruolo previdenziale: in termini assoluti poco più dell’uno per cento della popolazione attiva della Penisola. Le aziende con un fatturato compreso fra i 50 e i 200mila euro sono la parte più numerosa, con 150mila lavoratori censiti.  La via d’uscita dall’impasse la indica, con tono fermo, il padrone di casa, Claudio Conterno, responsabile Cia per la Granda. «Quella dei dazi è una vicenda che aveva già avuto un precedente negli anni ’80: in quel caso si mandò molto vino in magazzino; dopo sei mesi la misura venne abrogata e i prezzi crollarono», spiega il barolista. «Quel che dobbiamo fare è ritagliarci nuovi spazi esplorando nazioni sulle quali abbiamo investito poco, diluire le nostre quote di export per evitare concentrazioni di flussi verso un singolo Stato. Così potremo creare dei salvagente e continuare con la politica di aggressione dei mercati che ha fatto la fortuna della Francia».

In cima alla lista degli obiettivi i mercati di Vietnam e Mongolia. «Non produciamo per sfamare il mondo: le nostre strutture non sarebbero adeguate per questo obiettivo. Produciamo per chi può spendere di più, le prospettive di sviluppo per la nostra agricoltura sono legate alla qualificazione dei prodotti intermedi che non hanno ancora trovato un’identità forte», è la conclusione di Scanavino.

Davide Gallesio

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