Agricoltura. Se il killer degli eriofidi uccide le api bottinatrici

MIELE La strage di api e dei pronubi è a un nuovo capitolo. «Cinquanta segnalazioni e 1.500 apiari interessati, un dato sottostimato; di certo il problema è più esteso»: tocca a Marco Bergero, tecnico provinciale di Aspromiele, la conta dei danni: «Gli avvelenamenti hanno ucciso le api bottinatrici in un periodo, febbraio e marzo, decisivo per la crescita delle famiglie che si preparano alla sciamatura».

La moria ha privato le covate del nettare portato dalle api operaie, deputate alla raccolta del nutrimento per le larve e i giovani esemplari che si preparano, a loro volta, a uscire dall’alveare per la raccolta. La conseguenza? «La perdita del raccolto sulla fioritura dell’acacia: un danno economico stimato fra i cento e i duecento euro per ogni alveare», spiega il tecnico del consorzio. Fatti due conti, se si considera che le aziende professionali di medie dimensioni hanno, a pieno regime, almeno duecento alveari in produzione, le perdite sono ingenti.

Ma cosa è successo? Il principale indiziato è un prodotto utilizzato per il trattamento degli eriofidi, insetti che colonizzano le gemme del nocciolo impedendo la produzione del frutto. «Gli eriofidi nei noccioleti si possono controllare efficacemente con trattamenti a base di zolfo», spiega Lorenzo Martinengo, tecnico di Coldiretti specializzato in ambito corilicolo. «Quest’anno l’ufficio regionale dei fitofarmaci ha autorizzato, in deroga ai regolamenti, l’utilizzo del Vertimec (nome commerciale dell’abamectina), un prodotto insetticida dannoso per i pronubi (com’è segnalato anche in etichetta, nda). Avevamo segnalato che non era il caso di ricorrere a questa misura».

Secondo Bergero, «la deroga è uno strumento concesso in via straordinaria a livello locale e talora aziendale per problemi fitosanitari specifici. Di norma, si permette l’uso di fungicidi in fioritura per combattere ammoniglie e ticchiolature nei frutteti». In questo caso il nulla osta alle irrorazioni dei noccioleti con il prodotto è stato concesso – previo parere favorevole del Ministero della salute – con una presa d’atto rispetto ai «livelli elevati dell’infestazione dell’eriofide delle gemme del nocciolo», come recita il testo. «Il prodotto non era utilizzato, di norma, per il nocciolo: si è scoperto, in seguito, che non era nemmeno così efficace», aggiunge Bergero. L’autorizzazione ha una durata di 120 giorni, fino a luglio.

Le irrorazioni sono avvenute legalmente, però «le api sono state attratte dalle fioriture di erbe spontanee fra i noccioli e dalla melata sulle foglie», riprende Martinengo. Oltre all’impiego del prodotto, qualcos’altro potrebbe non aver funzionato. La legge regionale, approvata l’anno scorso, «obbliga gli agricoltori a sfalciare le erbe nell’interfila e a portarle via prima di iniziare i trattamenti». Il divieto di trattare vige anche in presenza di melata sulle foglie. «Lo stesso vale per i prodotti usati nei frutteti contro l’afide lanigero: non si può trattare in fioritura», precisa Martinengo. Secondo il collega di Aspromiele, Bergero, «la prima fase dell’avvelenamento è coincisa con la fioritura del tarassaco»: un’erba diffusa nei prati, spesso vicini ai noccioleti. Ai danni economici si sommano quelli per l’ambiente: i pronubi includono molte specie di apoidei, imenotteri e coleotteri, specializzate nell’impollinazione; a differenza delle api non sono sfruttate economicamente, e quindi non vengono monitorate.

L’accento è sulle strategie: «Dev’esserci una maggiore collaborazione fra settore agricolo e apistico», propone Bergero. «Individuare i trattamenti inderogabili e integrare questa esigenza con i dati degli apicoltori».

Come? Un progetto pilota è stato tentato a Dogliani, in vigneto. «Il monitoraggio dei pollini ha permesso di stabilire con precisione il periodo di presenza delle api tra i filari durante la fioritura delle viti: i trattamenti per la flavescenza dorata sono incominciati subito dopo».

Davide Gallesio

«Dieci anni fa con 300 arnie si viveva, ora no»

I PRODUTTORI «Da un giorno all’altro le api in grado di raccogliere (le bottinatrici) sono sparite. È successo verso il 5 aprile: siamo intervenuti subito con una nutrizione salvavita per evitare danni maggiori alla covata delle larve. Le famiglie colpite sono rimaste ferme per quindici giorni, fino a quando le nuove generazioni non hanno iniziato a loro volta a raccogliere».

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Api morte all’interno delle arnie durante la moria registrata nei mesi scorsi.

Luca Bosco è uno degli apicoltori che, nell’Albese, hanno avuto alveari avvelenati da fitofarmaci usati sul nocciolo: «Non è il primo episodio, da tempo siamo alle prese col problema; la differenza è che gli scorsi anni chi trattava lo faceva di frodo, quest’anno aveva la legge dalla sua parte». Un centinaio le arnie colpite, un quarto degli alveari dell’azienda: «Se parliamo di percentuali rispetto al totale della popolazione, siamo a non più del 15 per cento degli insetti morti, ma se consideriamo la forza lavoro disponibile negli alveari, arriviamo a picchi del cento per cento».

La strage da insetticida ha privato le famiglie degli esemplari dai quali dipendeva la sopravvivenza del gruppo. «Quando si irrora con un atomizzatore piante di cinque metri gli effetti deriva sono imprevedibili: in questo caso il prodotto è caduto sull’erba in fiore nei prati vicini ai noccioleti».
I danni non si possono stimare in modo immediato: «Dipende dalle scelte commerciali: nel mio caso l’insetticida ha colpito una ventina di famiglie pronte per la vendita e impedito le fecondazioni delle regine per i nuovi nuclei. In tutto cinque o seimila euro di perdite». Ben più gravi le conseguenze sui raccolti: l’acacia è il primo fiore dopo la ripresa invernale; i fiori di aprile, fra cui il tarassaco, servono ad alimentare le nuove api pronte per castagno, millefiori estivo e melata di metcalfa.

A Vezza Marco Pezzuto conduce trecento alveari: la sua, dice, è un’azienda di medie dimensioni: «Dieci anni fa con 300 arnie c’era reddito per più di una persona, oggi devi farti bene i conti e pensare di integrare con altri lavori. Si produce meno miele, il 2018 è stata l’unica annata sopra le righe». Almeno 130 gli alveari colpiti, intorno a Pasqua: «Sono andato in apiario e non c’era movimento, una condizione anormale. Ho aperto le casse e non c’erano bottinatrici, morte altrove: non conosco apicoltori nel Sud del Piemonte che non abbiano avuto avvelenamenti in questo periodo».

Ormai, per gli addetti ai lavori, episodi di questo tipo sono routine: «Di solito non sai a cosa dare la colpa, in questo caso invece sembra piuttosto chiaro. Clima e pesticidi: siamo “batostati” da ogni parte». La strage ha seriamente compromesso le capacità di raccolta delle famiglie. «È una questione matematica: da due chili di miele al giorno la capacità è ridotta a sette etti. E fra due mesi la stagione è finita».

Ma c’è dell’altro: «Ho portato via una parte delle arnie dal Roero, una quarantina. Le ho spostate nel Canavese e qui gli stessi nuclei sono stati colpiti da un secondo avvelenamento».

d.g.

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