di Pierangelo Vacchetto
CULTURA – La serata di ieri alla Fondazione Mirafiore è stata un viaggio intenso dentro le pieghe più profonde dell’animo umano. Protagonista Domenico Iannacone, giornalista e autore che da anni ha scelto di raccontare ciò che spesso resta ai margini: le piccole storie, quelle che non fanno rumore ma che custodiscono verità universali.
Iannacone ha ripercorso il suo cammino attraverso alcune delle inchieste più toccanti del suo lavoro, spiegando come tutto abbia avuto origine da una folgorazione: Ladri di biciclette. Quel film gli ha indicato una direzione precisa, l’urgenza di raccontare l’essenziale. La storia di un uomo che ha bisogno di una bicicletta per vivere e che, alla fine, è costretto a rubarla. Raccontare ciò che non trova spazio, ciò che spesso viene ignorato.
Da qui nascono storie come quella di Pierpaolo, “alla finestra”: un ragazzo con disabilità che parla con dolcezza alla madre malata di Alzheimer. Una relazione fatta di cura e delicatezza, che diventa il cuore del racconto La cura. Oppure la storia di un piccolo paese della provincia di Catanzaro, trasformato in un luogo di accoglienza per persone affette da Alzheimer e demenza. Un paese che non respinge, ma prende per mano, accompagna, riporta a casa. Un esempio concreto di comunità che rifiuta la standardizzazione delle emozioni.
Tra i racconti emerge anche Carlo, romano dalla memoria prodigiosa. Iannacone ribadisce il suo ruolo: “Io sono quello che sta lì per far emergere la storia”. Un lavoro fatto di ascolto, di silenzi, di sguardi. “Si parla con gli occhi”, ricorda, citando Platone: bisogna guardarsi negli occhi perché nella parte più piccola della pupilla vediamo riflessi noi stessi. Se ci specchiamo nell’altro, significa che da soli non possiamo esistere. È per questo che la relazione è fondamentale.
Da qui anche una scelta precisa di linguaggio televisivo: niente tagli frenetici, niente montaggi che spezzano il racconto. “I tagli in asse sono una specie di cesoia delle emozioni”, dice Iannacone. Privilegiano la velocità, ma la vita ha bisogno di fluire. Le storie hanno bisogno di immersione, di tempo.
Lo stesso approccio lo ha guidato nell’incontro con Danilo Ragona e Luca, protagonisti di una puntata dedicata a persone che, a causa di incidenti, vivono sulla carrozzina. Un tentativo sincero di entrare nel loro quotidiano, di comprendere la loro differenza senza filtri o retorica.
Profondamente toccante anche il racconto di Lorena Fornasir, psicologa in pensione che ogni giorno, alla stazione di Trieste, cura i piedi dei migranti arrivati dalla rotta balcanica. Con bende e medicinali, ma soprattutto con rispetto: si abbassa, si inginocchia, per stare allo stesso livello. “Voglio tornare da lei”, ha detto Iannacone, “perché le storie non devono finire con un solo passaggio”.
E poi Eugenia Carfora, preside di Caivano, una storia iniziata oltre vent’anni fa. Una donna che ha scelto di muoversi in un territorio complicato, trasformando una scuola difficile in un luogo di opportunità. Oggi quella scuola “sembra una scuola americana”, dove i ragazzi non sono numeri ma persone. Nonostante le delegittimazioni e le critiche, Iannaconerivendica con forza la dignità del suo lavoro. La sua storia, raccontata nella puntata Il capolavoro di una preside del profondo Sud, ha ispirato anche la fiction Rai La preside, interpretata da Luisa Ranieri.
Infine Massimo Magni, allevatore che ha scelto di cambiare strada. Dopo aver venduto un carico di agnellini a Pasqua, sentendo il pianto delle madri durante la notte, ha deciso di intervenire: ha pagato tre volte il prezzo del carico e ha sottratto gli animali alla macellazione. Oggi accoglie anche animali con disabilità. “Questo è alzare il livello”, racconta Iannacone.
Una serata fatta di ascolto, lentezza e profondità. Un invito a guardare meglio, a fermarsi, a riconoscere nell’altro una parte di noi. Perché, come è emerso chiaramente, senza relazione non esistiamo.












