editoriale di Franco Chittolina per Agenzia giornali diocesani
POLITICA INTERNAZIONALE – Ci sono Paesi d’Europa trascurati dall’attenzione dei media, salvo rare eccezioni. È il caso dei Paesi balcanici, ritornati sulle pagine dei giornali non tanto per la risicata vittoria del partito filo-europeo nelle recenti elezioni in Slovenia, molto di più per la vittoria della nazionale di calcio della “piccola” Bosnia che ha espulso quella italiana dai prossimi mondiali.
Tutto questo nonostante che i Paesi balcanici siano nella lista dei prossimi candidati a entrare nell’Unione Europea: un tema ancora colpevolmente trascurato da media e responsabili politici, che si ripropone al centro dei futuri sviluppi dell’Unione Europea in una sua stagione particolarmente complessa con allargamenti a Est destinati a impattare fortemente sul futuro dell’Ue e di quello dei suoi cittadini.
La lista dei Paesi che da anni attendono di poter entrare nell’Ue si è allungata o sta allungandosi: sospeso il negoziato con una Turchia, politicamente ambigua e incompatibile con i valori Ue, aspettano di entrare nell’Ue i Paesi Balcanici, la Moldavia e l’Ucraina ed è annunciata l’intenzione di aderire da parte dell’Islanda e della Norvegia, senza dimenticare i movimenti di riavvicinamento all’Ue da parte del Regno Unito, reduce dagli effetti negativi della Brexit.
Mal contati, una decina di Paesi con storie e interessi diversi, ma tutti naturalmente candidati a quella riunificazione continentale che il progetto europeo persegue dagli anni ‘50, progredito nei primi anni di questo secolo e sospeso a seguito di crisi finanziarie e conflitti bellici di cui è stata vittima l’Unione Europea.
I Paesi balcanici, che aspettano da oltre vent’anni di compiere l’esigente percorso verso l’adesione, sono attesi in progressione, cominciando probabilmente con Montenegro e Albania per proseguire con la Macedonia e, se vi saranno le condizioni, con la Bosnia Erzegovina, il Kosovo e la Serbia, Paesi a oggi in coda nella lista d’attesa. In merito, le valutazioni attualmente in corso delineano un quadro di luci e ombre, variamente attribuibili a uno all’altro dei Paesi balcanici e alla stessa Unione Europea.
Le luci risiedono nell’opportunità offerta a questi Paesi di entrare e beneficiare di un grande mercato comune e avvalersi delle protezioni dell’Unione Europea, che a sua volta può ricavare da questo progressivo allargamento un argine geopolitico avanzato verso Paesi esposti a forti turbolenze, contrastando gli appetiti di Russia e Cina, già fortemente presenti nella regione.
Le ombre pesano da una parte e dall’altra dei confini dei Balcani: l’Ue, con l’attuale assetto istituzionale e con le sue limitate dotazioni finanziarie, è oggi in difficoltà ad accogliere Paesi che vivono ancora i postumi di una guerra drammatica che ne ha disarticolato le economie e indebolito il rispetto dello Stato di diritto; i Paesi candidati sono confrontati all’esigenza di garantire una affidabile tenuta democratica e una consapevole adesione, da parte dell’opinione pubblica, ai costi che l’allargamento può comportate.
A oggi l’opinione pubblica rivela una limitata disponibilità all’accoglienza tra i Paesi Ue, in particolare nel centro-nord dell’Unione, con governi indeboliti da un fragile consenso elettorale e alle prese con altre urgenze provocate dalle guerre in corso.
Si tratta di difficoltà che non possono essere considerate ragioni insormontabili per accelerare un processo di allargamento che si trascina da tempo, magari ricorrendo a misure progressive di adesione, anche provvisoriamente parziale, ma chiaramente portatrici di un messaggio concreto in favore di un’accoglienza che non può essere rinviata all’infinito.
