Albanese assolto dall’accusa di aver raccolto denaro per finanziare l’Isis

Secondo l’ipotesi accusatoria, gli indagati, uno dei quali si era trasferito a Montà, «si occupavano di raccogliere denaro con finalità terroristiche»

Assolto un montatese dall'accusa di terrorismo internazionale

di Elisa Rossanino

BARI–  La prima sezione della Corte d’appello di Bari presieduta da Rita Curci, il 3 luglio ha emesso la sentenza di assoluzione poiché “il fatto non sussiste” nei confronti di Yljan Muca e Roland Leshi, riformando quella emessa il 28 ottobre 2024 dal Gup del Tribunale Bari e appellata dai due imputati rappresentati rispettivamente dall’albese Roberto Ponzio e dai colleghi baresi Salvatore Tomasino e Giuseppe Benvestito. Per leggere le motivazioni della decisione si dovranno aspettare novanta giorni.

Per quattro albanesi il 14 marzo del 2022 era scattata l’ordinanza di custodia cautelare emessa dal Gip barese Francesco Mattiace, tra loro vi era anche Yljan Muca (31 anni), che ne frattempo si era trasferito con la famiglia a Montà dove aveva trovato un lavoro regolare.

L’operazione denominata “Soldato invisibile” era stata condotta dalle Digos di Bari e di Cuneo con il coordinamento della direzione distrettuale antimafia per i reati di terrorismo internazionale. Secondo l’ipotesi accusatoria, gli indagati «si occupavano di raccogliere denaro con finalità terroristiche». In particolare, quanto raccolto dalla comunità islamica di Bari sarebbe stato destinato per offrire assistenza a Genci Abdurrahim Balla, imam della moschea di Kavaje presso Tirana, ritenuto vicino all’associazione Isis Daesh e condannato a 17 anni di carcere per aver inviato decine di combattenti in Siria.

Iniziava così nei confronti dei quattro un procedimento per apologia di terrorismo e finanziamento a gruppi eversivi di matrice islamica avvenuti tra maggio e luglio del 2020. Il denaro sarebbe stato materialmente trasferito tramite canali non tracciabili. Secondo la Polizia barese, le indagini avrebbero permesso di ricostruire la matrice filo jihadista degli indagati trovati in possesso di materiale e documenti riconducibili all’Isis Daesh nonché di video e audio di propaganda terroristica tradotti in lingua albanese.

Caduta la responsabilità per due degli indagati, era stato chiesto il giudizio immediato per Muca e Leshi. Al primo era contestato di essere non solo il promotore del finanziamento, ma doveva anche rispondere di apologia di terrorismo per aver condiviso su una chat il video dell’arresto di decine di sospetti affiliati all’Isis.

Gli imputati avevano chiesto di accedere al rito speciale del giudizio abbreviato davanti al Pm Domenico Minardi e alla giudice Maria Teresa Romita. Muca aveva contestato le accuse e fornito spiegazioni sottolineando come la raccolta di denaro aveva in realtà finalità umanitaria e solidaristica e al termine dell’interrogatorio era stato rimesso in libertà. Il procedimento si era articolato in diverse udienze al termine delle quali il Pm aveva chiesto per Muca una condanna a 3 anni e 4 mesi di reclusione e 3 anni e 1 mese per Leshi. Una proposta accolta integralmente dal Gip che aveva condannato i due.

All’indomani dell’assoluzione, l’avvocato Ponzio commenta: «In pendenza del procedimento penale e dopo la condanna di primo grado, a Muca era stato ritirato il permesso di soggiorno italiano e respinto alla frontiera. Il questore di Cuneo, Carmine Rocco Grassi, il 9 luglio 2025 in presenza di una sentenza non definitiva, ma soltanto di una condanna in primo grado, aveva revocato il permesso di soggiorno a cui conseguiva l’espulsione dell’intero nucleo familiare e il rimando in Albania dove tuttora Muca vive, nonostante lui e la sua famiglia si fossero integrati sul nostro territorio e lui svolgesse stabile e regolare attività lavorativa».

Aggiunge: «Attenderemo le motivazioni del proscioglimento dopodiché procederemo a chiedere il risarcimento per ingiusta detenzione. Purtroppo, l’indennizzo che sarà riconosciuto non lo potrà ripagare dei gravissimi danni e ciò costituisce una grave ingiustizia e una palese discriminazione. La triste morale della favola è che la presunzione di innocenza fino alla condanna definitiva prevista dalla nostra Costituzione evidentemente non vale per gli immigrati».

Banner Gazzetta d'Alba