di Serena Corradi
CORNELIANO D’ALBA – “Fatto a pezzi. Le sfide dell’informazione nell’epoca della disinformazione”, il nuovo festival ospitato al Cinema vekkio di Corneliano d’Alba ha debuttato l’11 e il 12 settembre, grazie ad Arci nazionale, con talk e ospiti d’eccezione: Vladimir Luxuria e Saverio Tommasi.
Quest’ultimo, giornalista e scrittore, è impegnato da anni nel racconto di temi sociali e d’attualità. A interagire con Tommasi, sono stati gli studenti delle medie di Corneliano, il collettivo Mononoke di Alba, ma anche il pubblico. Le domande hanno portato il giornalista su terreni molto diversi: dalle persone intervistate nel corso degli anni, tra cui Roberto Saviano, alle storie incontrate sul campo, fino al rapporto tra l’informazione e il proprio vissuto. C’è stato spazio anche per parlare della violenza verbale nei confronti delle donne, attraverso un video realizzato grazie alla collaborazione di alcune ragazze. Il filmato ha raccolto e mostrato le espressioni e gli insulti rivolti quotidianamente a figure femminili, riportando l’attenzione sul peso delle parole e sul linguaggio utilizzato. A margine dell’incontro, lo abbiamo intervistato per approfondire i contorni della sua professione.
Qual è la cosa che ti preoccupa di più del modo in cui oggi si fa informazione?
«Mi preoccupa che noi, che ce ne occupiamo, possiamo accontentarci delle prime cose, di quelle che è più facile raccontare, che magari sono quelle che stanno in superficie, evidenti, che infastidiscono anche poco le persone e non le fanno arrabbiare sui social. E poi il fatto che ci si accontenti, anche da parte di chi fruisce dell’informazione, per esempio di un titolo o di un sommario e non di leggere tutto un articolo. Questo per me è preoccupante».
Quanto è cambiato il modo di fare giornalismo da quando i social sono diventati una delle principali fonti di informazione? E cosa abbiamo perso, se abbiamo perso qualcosa?
«Io non ho vissuto le redazioni nel momento del giornalismo di carta e non ho mai lavorato in un contesto di quel genere. Non me la sento di dire che abbiamo perso qualcosa. Noi abbiamo un sacco di problemi, un sacco di buchi, un sacco di falle, ma non è che prima fosse migliore. Il campo ora è molto più largo, c’è spazio per molte più persone e c’è la possibilità anche di fare informazione senza lavorare all’interno dell’informazione e per me questo è un vantaggio. Comporta una serie di rischi – è chiaro – perché le persone che fanno informazione fuori dall’ambito non rispondono a un ordine e non sono giornalisti. Però, io credo nell’informazione in misura espansa, perciò non penso che la debba fare soltanto chi, come me, ha il tesserino».
Hai vissuto esperienze come quella della Flotilla, che nell’ottobre 2025 ti ha portato a essere fermato e detenuto in Israele. Quanto è difficile raccontare vicende di questo tipo, soprattutto dopo averle vissute in prima persona?
«Io non ci trovo una grande difficoltà. Ci sono dei miei compagni di barca che hanno intrapreso percorsi psicologici dopo la Flotilla. Io no. Non è né un bene né un male, magari non ne ho avuto bisogno, o forse ne avrei necessità ma non me ne sono accorto; le ipotesi sono varie. Io ho l’idea di provare a trovare cose divertenti anche dove non ce ne sono. È vero anche che ero personalmente un pochino più preparato, perché erano robe psicologiche su cui a volte facciamo formazione in Ship Italia, l’associazione di cui sono presidente. Spieghiamo proprio come resistere, approcciarsi, quando reagire e quando assolutamente non farlo. Io non ho difficoltà da questo punto di vista, anzi, per me il racconto è liberatorio. La possibilità di poterlo fare al pubblico è ciò che mi dà più forza. Quando ero detenuto mi scocciava non avere lì la telecamera: ce l’avessi avuta, avessi saputo che potevo mostrare delle immagini lì, ci sarei stato più volentieri un mese che tre giorni, perché così avrei fatto il lavoro completo. Per me poterlo raccontare è l’idea di poter condividere, perciò forse anche cambiare un po’».
Quale messaggio vorresti lasciare alle nuove generazioni, soprattutto sulla maniera di informarsi e di cercare di capire quello che succede intorno a loro?
«Che essere curiosi è una cosa meravigliosa ed è molto divertente, inteso proprio nella radice del termine che è divertere. La parola divertimento non ha a che fare tanto con la risata in sé, quanto con la capacità di cambiare direzione anche all’improvviso e anche se non ce ne sono altre, costruendola. Perciò rimani curioso e, dove non ci sono delle strade, costruiscile, prova quantomeno a farlo. E prova a camminare insieme alle altre persone, perché le strade e i marciapiedi non sono fatti per andare sempre e comunque da soli».
