BRA – La devozione di Bra alla sua patrona, la Madonna dei fiori, ha una forza particolare che è assai radicata e la città si prepara a celebrarla nella giornata di festa dell’8 settembre. La Novena che accompagna alla celebrazione si è aperta il 30 agosto con la Messa delle 10.30 presieduta dal vescovo di Cuneo-Fossano, monsignor Piero Delbosco.
Il periodo di preghiera continua a rappresentare un fenomeno particolare e, in un momento storico in cui molte chiese devono confrontarsi con una diminuzione della partecipazione, il santuario braidese richiama migliaia di persone. Ne parliamo assieme a don Enzo Torchio: «Il bacino di riferimento va ben oltre i confini della città; durante la Novena arrivano fedeli da tutta la zona del Roero, dalle Langhe e dall’Albese, dalla zona di Cervere e Fossano, fino al territorio di Savigliano».
Durante la Novena, caratterizzata dalle Messe celebrate alle 6, 7, 9, 16, 17.30 e 21, e dai Rosari delle 5.30, 8.30, 15.30, 17 e 20.30, si sviscera il tema “Chiesa dove vai?” scelto per il cammino spirituale del 2026. Inoltre, sarà proposta ai fedeli la visita guidata del 6 settembre alle 16.45, per permettere ai visitatori del santuario di conoscerne meglio la storia.
Il momento culminante della festa sarà martedì 8 settembre, giorno che la Chiesa dedica alla nascita di Maria. Alle 10.30 il cardinale Roberto Repole presiederà la celebrazione solenne, poi alle 16 prenderà il via la processione, guidata dal vescovo di Pinerolo monsignor Derio Olivero, che presiederà anche la successiva Messa.
Nel corso della conversazione con don Torchio, si comprende come la devozione mariana sia nel Dna dei braidesi: «Penso che ci sia un forte richiamo materno e ho sentito in questi anni tanti racconti di figli che hanno ricevuto dai loro genitori l’amore per il santuario».
Don Enzo Torchio è nato nel 1965 a Tigliole, nell’Astigiano, ed è arrivato a Bra nel 2016 diventando la figura di riferimento per la Madonna dei fiori; ordinato nel 1996, ha da poco tagliato il traguardo dei 30 anni di sacerdozio.
Il suo ruolo non coincide con quello tradizionale del rettore: «Svolgo la funzione di addetto al santuario per l’animazione liturgica e pastorale», spiega il sacerdote.
La precisazione riguardo l’incarico permette di comprendere i cambiamenti avvenuti negli ultimi anni nella struttura della Chiesa braidese. La figura del rettore è legata a sacerdoti che hanno segnato la vita del complesso: don Michele Germanetto, don Sergio Boarino, don Gianfranco Carlo Avataneo e don Beppe Trucco, rimasto fino al 2022. Fu allora che l’arcivescovo di Torino, Repole, avviò una riorganizzazione della realtà ecclesiale braidese, affidando parrocchie e santuario a un unico parroco e, di conseguenza, la figura del rettore è stata assorbita nella nuova organizzazione.
«Il senso di tutto ciò non è solo nella diversa strutturazione giuridica. C’è un diverso modo di intendere l’appartenenza alla comunità cristiana, superando i confini più rigidi delle singole parrocchie e anche certe forme di campanilismo», spiega don Torchio. «L’idea è quella della collaborazione che al santuario della Madonna dei fiori è sempre esistita, anche grazie alla partecipazione delle comunità religiose, dai Cappuccini ai Salesiani».
«La prima ricchezza è data dai tanti fedeli che si sentono a casa»
Quando si chiede a don Enzo Torchio quali siano le principali potenzialità della Madonna dei fiori, il sacerdote non parte dai progetti o dalle opere artistiche: «La prima ricchezza sono i fedeli. Persone semplici, gente buona e devota che vive in questo nostro territorio».
Per don Torchio un santuario non deve essere un ambiente esclusivo, ma un luogo in cui trovare spazio: «Tutti devono potersi sentire a casa». Anche i volontari sono una grande ricchezza: «Tante persone che dedicano tempo, energie e capacità alla vita quotidiana del santuario, all’accoglienza e alle diverse attività», spiega il sacerdote che cura il complesso.
A colpire chi alza lo sguardo è la grande cupola che, al suo interno, appare spoglia; parte della spiegazione è contenuta anche nel plastico conservato nella parte museale del santuario. Il progetto iniziale prevedeva una cupola molto più alta, con uno sviluppo che avrebbe ricordato, nelle proporzioni, altre grandi chiese piemontesi.
«Si pensava ad altri venti metri di elevazione, ma l’idea originaria, per ragioni economiche e pratiche, non venne completata. Oggi il santuario raggiunge, comunque, un’altezza di 35 metri e sono soprattutto le due torri campanarie a caratterizzarne il profilo».
Devozione che affonda le radici nel Trecento
Per capire fino in fondo che cosa rappresenti la Madonna dei fiori per Bra bisogna tornare indietro di quasi sette secoli. «Andiamo al 29 dicembre 1336; non esistono documenti in grado di comprovare l’accaduto secondo i criteri della storiografia moderna, ma la tradizione continua a essere il cuore della devozione», racconta don Enzo Torchio ripercorrendo la vicenda legata all’apparizione. «La protagonista è Egidia Mathis, una giovane contadina che stava attraversando la pianura dalle cascine della Bassa verso Bra».
Il territorio era attraversato da sentieri che si collegavano alla strada principale proveniente da Torino, con piccoli piloni votivi lungo il percorso. La via era spesso percorsa e sorvegliata da soldati di ventura al servizio dei signori locali.
«Secondo la narrazione, alcuni di questi uomini avrebbero deciso di aggredire Egidia, che era incinta e cercò rifugio in un’edicola dedicata alla Madonna. In quel momento apparve una presenza maestosa che, con un gesto del braccio, allontanò gli aggressori e protesse la giovane. Lo spavento e l’emozione furono tali che Egidia diede alla luce il bambino».
A comprovare l’apparizione c’è l’elemento che ha dato origine al nome con cui la Vergine è conosciuta dai braidesi: i pruni selvatici erano fioriti in pieno inverno.
L’edificio del santuario ha una storia che, proprio quest’anno, raggiunge i 400 anni dalla fondazione: «Il passato trova testimonianza anche negli ex voto conservati nel complesso e che, negli ultimi tempi, sono stati oggetto di un lavoro di valorizzazione», spiega don Torchio. «L’idea è quella di trasformarli in una narrazione, per far comprendere ai visitatori che dietro a tavolette e oggetti si trova una lunga storia di fede, di affidamento e di riconoscenza».
Le vicende che emergono dagli ex voto potrebbero diventare un libro a cui sta pensando Lino Ferrero, già autore di un volume storico. m.f.
Marco Fiorini

