di Andrea Olimpi
CULTURA – La poesia come compagna fedele, capace di abitare il silenzio e interrogare l’esistenza senza necessariamente trovare risposte. È stato un incontro intimo e partecipato quello che, ieri sera, martedì 8 settembre, ha portato Roberta Dapunt nella Sala Riolfo del Cortile della Maddalena di Alba, nell’ambito del festival Profondo Umano.
Poetessa ladina, Dapunt, dopo una giovinezza cosmopolita, ha scelto di tornare a vivere insieme al marito, lo scultore Lois Anvidalfarei, nel maso di famiglia in località Ciaminades, in Badia, di fronte al gruppo dolomitico del Sas dla Crusc. Qui, accanto alla poesia, si occupa della conduzione del maso, della stalla e dell’alpeggio. Una scelta di vita lontana dalla plasticità delle grandi città, in un luogo fatto di suoni più vicini alla natura dell’uomo e alle sue origini.
In una sala non particolarmente gremita, ma attenta e partecipe, la poetessa ha dialogato con Francesco Occhetto e con il pubblico, condividendo letture tratte dalle sue raccolte e riflettendo sulla sacralità del quotidiano e su come la parola, nel silenzio, cerchi di dare un senso profondo alla vita.
Tra le sue raccolte ha trovato spazio Le beatitudini della malattia, pubblicata da Einaudi e dedicata alla progressiva presa di possesso della madre – chiamata in ladino Uma – da parte della malattia di Alzheimer. Un dialogo fitto, doloroso e affettuoso, costruito attraverso versi nei quali parole e silenzi si alternano con semplicità e sapienza. L’incontro e l’accudimento diventano così un percorso di conoscenza verso qualcosa che, in realtà, non si può conoscere fino in fondo. Un cammino difficile e doloroso nel quale non mancano le «beatitudini»: una forma di misticismo riflesso dove il vero mistico è il malato, che si può soltanto interrogare senza avere risposte e al quale ci si può accostare con amorosa ritualità.
“Credo nelle anime sante,
nella loro indipendenza conquistata
sui sensi di una preghiera.
Credo nel lamento di un uomo in
agonia,
inaccessibile silenzio degli ultimi
istanti in una vita.
Credo nel lavaggio del suo corpo fermo,
nel suo vestito a festa e nell’incrocio
delle mani,
testimoni di un battesimo confidato”.
Sono versi tratti da un’altra raccolta, La terra più che il Paradiso, che si muovono tra angoscia e armonia. Da una parte emerge un percorso tormentato intorno alle inquietudini religiose, alle preghiere che non placano e alle immagini della morte; dall’altra affiora il senso di una purezza sacrale che risiede nella terra, nei ritmi della natura, nella vita di montagna e nei suoi riti capaci di legare le persone, i loro gesti senza tempo, gli animali e il silenzio.
Ne nasce un passo irregolare, febbrile e insieme pacato, una sorta di sapiente zoppia attraverso la quale attraversare una realtà multiforme senza costringerla dentro schemi precostituiti e automatici.
Al termine della serata Roberta Dapunt non si è sottratta alle domande del pubblico. Il confronto si è allargato anche al ruolo che può avere oggi la poesia, in un mondo forse sempre più effimero e superficiale, dominato dall’immagine più che dalla concretezza, nel quale la cultura e spesso lo stesso linguaggio sembrano risultare penalizzati.
Una riflessione alla quale la poetessa ha risposto riportando il discorso alla dimensione più intima della scrittura e dell’esistenza:
«La mia solitudine esistenziale è un moto perpetuo, sospesa tra l’isolamento e il bisogno di comunicare. Dietro la facciata dei discorsi pubblici e delle parole scritte si nascondono i segni di una sofferenza intima. È la solitudine dell’anima: non un semplice isolamento fisico, ma una condizione profonda che nemmeno la scrittura può sanare. Attraverso l’atto poetico, il verso si espande nel mondo, sebbene si risolva nella capitolazione dello spirito di fronte al vuoto dell’esistenza. Questo mi accade lungo il sentiero, sul quale la poesia mi accompagna da sempre. Dunque, non saprei immaginare compagna più fedele».
L’intervista a Roberta Dapunt di Roberto Aria sul numero di Gazzetta d’Alba in edicola questa settimana.
Galleria fotografica e video ©Andrea Olimpi










