di Andrea Olimpi
TEATRO – È andato in scena al Teatro Sociale Giorgio Busca di Alba, nell’ambito del festival Profondo umano, Teresa, ovvero la sarta che voleva ricucire il firmamento. Tratto dall’omonimo racconto di Antonio Catalano, lo spettacolo è interpretato da Patrizia Camatel, con la regia dello stesso Catalano, l’allestimento tessile e i costumi di Barbara Mugnai.
Teresa è la sarta del paese. Nella sua sartoria, tra la macchina da cucire, il radiodramma preferito e una fotografia dai sorrisi sbiaditi, lavora agli abiti degli altri e, intanto, prova a rammendare la propria anima. La sua storia intreccia amore e memoria, gesti quotidiani e immaginazione. Accanto alla scrittura poetica di Catalano trovano posto anche testimonianze autentiche sul mestiere dei sarti e sulla sapienza che passa attraverso le mani.
A fine spettacolo abbiamo incontrato Patrizia Camatel per farci raccontare Teresa dal suo punto di vista. «È un personaggio tipico dell’universo di Antonio Catalano. I suoi personaggi sono sempre sospesi, come in un universo parallelo, tra la realtà e l’immaginazione». Anche qui, spiega, le testimonianze vere di sarte e sartorie si intrecciano con una dimensione magica: «Catalano dice che c’è magia nel nostro quotidiano. Basta saperla cogliere».
Teresa cuce davvero, seduta alla sua macchina. Ma quel lavoro delle mani diventa qualcosa di più. «Dal gesto artigianale si passa a un gesto di cura, di meditazione. Teresa si prende cura degli altri nei momenti forti della vita: lo sposalizio, la nascita e la crescita di un figlio, la leva. Fino alla tomba, perché ci vuole l’abito bello anche per andare nell’aldilà».
Le raccontiamo che, quando si è seduta dietro la macchina da cucire, ci è tornata in mente una nonna camiciaia: anche lei accendeva la radio nel suo negozio e poi cominciava a lavorare. Camatel annuisce. Anche sua nonna cuciva con la radio accesa. E non siamo i soli a ritrovare qualcosa di familiare in quella scena. «Dopo lo spettacolo le persone mi raccontano della mamma che cuciva, del rumore della macchina, della radio accesa tutto il giorno. Affiorano molte più cose di quelle che io stessa so all’inizio».
In scena Camatel è sola, ma attraverso di lei prendono vita molte voci. «È questo il realismo magico di Catalano: far apparire negli occhi e nella mente di chi ascolta tanti personaggi, un mondo». A quel mondo, sera dopo sera, si aggiungono i ricordi degli spettatori. Alcuni sono perfino entrati nello spettacolo: «Da queste condivisioni sono nati frammenti che ho rimesso nel testo. Il pubblico può variare i ritmi, il respiro e addirittura il testo di uno spettacolo».
Il racconto di Teresa custodisce anche un mondo che si sta perdendo. «Il sarto, la sarta, conosce i meccanismi comunitari tradizionali, che stanno andando scomparendo. Catalano ci tiene a salvare questi universi fragili». Camatel precisa che non si tratta di nostalgia: «È un tributo poetico, una rielaborazione di quei contenuti che erano la nostra comunità tradizionale. Quel legame della famiglia allargata oggi ci manca e non lo abbiamo sostituito».
Eppure, parlando di tutto questo, lo spettacolo trova spazio per far sorridere. Glielo facciamo notare: il messaggio è profondo, ma arriva anche attraverso l’ironia. «È un’altra cosa tipica di Catalano. Lui dice che dobbiamo mescolare l’alto e il basso, trovare un momento comico anche nel testo drammatico e viceversa. La vita è fatta di tante tinte differenti».
Alla fine resta il gesto di Teresa davanti alla macchina da cucire. È un gesto che Camatel porta in scena e che ciascuno può riconoscere nella propria memoria, insieme alle persone e alle voci che lo accompagnavano.




















