VENEZIA – Il Lido testimonia il grande debutto della regista danese May El-Toukhy, per la prima volta in concorso col film Kvinde Ukendt (Woman Unknown). Marie sta per sposare Christian, il ricco vedovo per cui lavora come domestica e bambinaia. Per lei, il matrimonio significa diventare la signora della casa. Ma c’è un segreto che potrebbe mandare tutto in frantumi quando durante la guerra ha avuto una relazione con un soldato tedesco. Ora, nell’anarchia del dopoguerra, quel passato torna a presentarle il conto. E Marie è pronta a tutto pur di difendere la vita che si è conquistata.
Figure femminili ispirate alla storia che raramente trovano spazio nel racconto collettivo

Cresciuta in un sobborgo di Copenaghen da madre danese e padre egiziano, El-Toukhy si è diplomata alla Danish national school of performing arts nel 2002 e poi alla National film school of Denmark nel 2009. Il suo esordio, Long Story Short (2015), l’ha rivelata al pubblico danese; con Dronningen (Queen of Hearts, 2019) ha vinto il premio del pubblico a Sundance ed è stata la candidata danese all’Oscar. Con Kvinde Ukendt dà voce a figure femminili ispirate alla storia che raramente trovano spazio nel racconto collettivo, e cerca di far luce sulla condizione delle donne al centro della vicenda.
Il film esplora il tema del corpo femminile come campo di battaglia attraverso la prospettiva delle cosiddette collaboratrici orizzontali ovvero le numerose donne che, in tutta Europa durante la Seconda guerra mondiale, intrecciarono relazioni con soldati degli eserciti occupanti e che, al termine del conflitto, subirono durissime conseguenze. La storia è ambientata nell’immediato dopoguerra, dove un periodo di entusiasmo, ottimismo ed euforia per l’Europa, si contrappone a un tempo segnato dall’assenza di un reale quadro giuridico capace di affrontare le conseguenze del conflitto appena concluso. Mentre il patriottismo si rafforzava e l’ipocrisia prosperava, il comportamento sessuale di quelle donne veniva considerato un’offesa all’identità nazionale. Per questo, individui e gruppi della società si sentirono autorizzati a punirle, giudicandole per le relazioni che avevano avuto. Furono perseguitate, umiliate pubblicamente e condannate a uno stigma destinato a segnarle per tutta la vita.
Le donne hanno spesso pagato il prezzo della guerra con il proprio corpo attraverso il controllo, la punizione e la violenza sessuale. Purtroppo, non si tratta di un fenomeno relegato al passato. Il film indaga questi meccanismi e invita a riflettere su come il corpo e il desiderio femminili vengano percepiti e giudicati, non solo in tempo di guerra. Una pellicola tipica della tradizionale cinematografia nordica, cupo, freddo, triste, volendolo indicare con un colore direi grigio. Non affiora un sorriso su nessun volto dei personaggi, pochi dialoghi, senza empatia e colmi di paure e rimorsi, un film lento ma nonostante tutto non stanca la visione. Dalla sala si esce con una percezione di angoscia, quella vissuta dalle donne nel Dopoguerra, sempre sotto processo, strumenti della possessione maschile, oggetti senza diritti ma estremamente espressive nel loro silenzio e nei loro sguardi. Se l’intento della regista era far arrivare allo spettatore tutto il dramma vissuto da queste donne nella sua fredda Copenaghen alla fine della Seconda guerra mondiale, c’è riuscita magistralmente.
Presenza e assenza, cura e dipendenza si confondono fino a dissolversi
Andrea Pallaoro porta alla Mostra il film in concorso The echo chamber, una storia d’amore in cui Leo, produttore musicale di successo alle prese con una dipendenza, e Anne, fisioterapista enigmatica, si legano in una relazione intensa e tormentata, in cui presenza e assenza, cura e dipendenza, desiderio e controllo si confondono fino a dissolversi. Lui lavora con il suono, le tracce che restano anche quando una presenza non c’è più; lei con il corpo, il contatto, la cura che rischia di farsi possesso. Non riescono a lasciarsi né a restare davvero. Tra le stanze dell’appartamento risuona la voce di Ava, che attraversa il tempo e fa riaffiorare ciò che resiste ai legami e ai ricordi.

Classe 1982, trentino di nascita, Andrea Pallaoro si trasferisce in California a sedici anni, per seguire il sogno di formarsi all’Hampshire college e al California institute of the arts. Ha esordito a Venezia nel 2013 con Medeas (Orizzonti), per poi tornare in concorso con Hannah (2017, Coppa Volpi all’attrice Charlotte Rampling) e Monica (2022). Con The echo chamber, «è la prima volta che dirigo un film tratto da una sceneggiatura che non ho ideato personalmente. Questa distanza mi ha consentito di avvicinarmi, in modo nuovo, a temi che mi affascinano da molto tempo come il fragile e spesso impercettibile confine tra intimità e dipendenza, affetto e ossessione, cura e controllo», dichiara il regista che porta sullo schermo l’ultima sceneggiatura del maestro Bertolucci, scritta insieme a Ilaria Bernardini e Ludovica Rampoldi.
Al centro del film c’è una storia d’amore in cui l’amore è inseparabile dalla sofferenza e dove il dolore emotivo e il dolore fisico distorcono il modo in cui viene cercata l’intimità e la tenerezza può lentamente trasformarsi in controllo e possesso. Al di là della sua dimensione intima, il film affronta la condizione universale di come spesso ci aggrappiamo proprio alle cose che ci impediscono di andare avanti. Nel film, Pallaoro, parla delle tracce che le persone lasciano le une nelle altre, ricordi, ferite, desideri, dipendenze, e del modo in cui le relazioni possono diventare spazi sia di rifugio sia di prigionia. I personaggi ripetono gli stessi schemi emotivi, alla ricerca di una connessione che al tempo stesso temono, manipolandosi a vicenda per evitare di confrontarsi con la propria solitudine.
Esiste una linea sottile, quasi un confine d’ombra, che separa ciò che vediamo da ciò che intuiamo. È in questo spazio liminale che si muove il cinema di Andrea Pallaoro, un regista che ha fatto della sottrazione non solo una scelta estetica, ma una vera e propria missione poetica. Mentre il cinema contemporaneo spesso corre freneticamente verso l’accumulo di trama, Pallaoro preferisce fermarsi, attendere e osservare ciò che resta ai margini dell’inquadratura.
Il cuore pulsante della sua narrazione non risiede nei dialoghi, ma nei corpi, nei silenzi e in quegli sguardi capaci di far emergere l’universo interiore di personaggi spesso isolati e fragili. Pallaoro non guida lo spettatore per mano; non offre soluzioni preconfezionate né catarsi rassicuranti. Al contrario, lo mette di fronte a un vuoto da colmare, trasformando ogni film in un’esperienza intima e universale che chiede di essere completata da chi guarda. La sua macchina da presa non aggredisce la scena ma resta, osserva e lascia che il tempo si dilati fino a diventare materia stessa della pellicola. È un cinema che richiede pazienza, ma che ripaga con un’intensità rara, capace di penetrare sotto la pelle dei protagonisti.
Per Pallaoro, la recitazione è un esercizio di trattenimento. Gli attori lavorano su emozioni filtrate e compresse, pronte a rivelarsi solo in controluce, in perfetta sintonia con una costruzione visiva fatta di geometrie rigorose e spazi chiusi che riflettono lo stato emotivo dei personaggi. Tuttavia, la vera forza del suo lavoro risiede in ciò che non vediamo. Il fuori campo cessa di essere un semplice accorgimento tecnico per diventare un principio etico. È lì, in ciò che è taciuto o nascosto, che si annidano le ferite più profonde, le memorie e le assenze che definiscono l’essere umano. In un panorama mediatico saturato da immagini esplicite e narrazioni urgenti, la scelta di Pallaoro è controcorrente: rallentare. Il suo invito è quello di fermarsi a guardare davvero, riscoprendo un modo di stare al mondo che non teme il silenzio, ma lo abita per trarne significato. Quello di Pallaoro è un cinema che non si limita a mostrare, ma interroga profondamente il nostro sguardo, restituendoci la bellezza del mistero; dove il non mostrato pesa più dell’evidenza visiva.
Il direttore Barbera: «La selezione italiana di quest’anno più forte rispetto agli ultimi anni»
Per quanto riguarda la selezione dei film italiani presenti a Venezia 83, Alberto Barbera, direttore della Mostra dichiara: «Mi sembra che la selezione italiana di quest’anno sia, rispetto agli ultimi anni, più forte, se non altro per il valore delle proposte e per la loro diversità. Ed è il cinema di genere, oggi, uno dei luoghi in cui si sperimenta di più, forse è proprio lì la chiave del rinnovamento. Il modo più diretto per agganciare il pubblico, del resto, è parlargli attraverso codici che già conosce per poi proporgli qualcosa di nuovo dentro quella cornice. E del resto è quello che il cinema ha poi sempre fatto. È anche attraverso la rilettura e il tentativo di ridefinizione contemporanea dei generi che i nostri autori oggi tentano di rivitalizzare il nostro cinema».
Viviamo un’epoca che tiene i giovani sotto costante osservazione
Per la sezione Orizzonti, il regista e sceneggiatore tedesco Jannis Lenz presenta il film Oase (Oasis), sviluppando un cinema fisico, attento a corpi, vulnerabilità e identità maschile, infatti per Lenz: «Viviamo in un’epoca che tiene i giovani sotto costante osservazione, eppure sembra incapace di vederli davvero. Fin da piccoli, prima ancora di rendersene conto, imparano cosa ci si aspetta da loro, cosa mostrare e cosa nascondere. Il film nasce dal bisogno profondo di sottrarsi alle definizioni, di scoprire chi si è quando finalmente nessuno guarda. È allora che affiorano tenerezza, crudeltà, e quanto di più vicino ci sia al sentirsi visti davvero».

Quando il video di uno studente che minaccia i compagni diventa virale, a scuola si innesca una spirale di violenza sempre più incontrollabile. Schiacciati dalla pressione di insegnanti e genitori, tre ragazzi emarginati si rifugiano in un bosco poco distante. Qui il gioco si trasforma in un rigido rituale e il dolore diventa una via di fuga, finché vecchie ferite riaffiorano e i confini che li separano si ridisegnano. Ogni giorno la cronaca ci mostra come un frammento video di pochi secondi può riscrivere l’identità di un individuo, per questo Lenz si interroga su cosa rimanga dell’essere umano quando l’immagine pubblica prende il sopravvento.
Il regista ci conduce in un viaggio viscerale che parte da un video virale, uno strumento capace di deformare completamente la percezione di chi guarda, isolando un pezzo di storia dal suo contesto naturale. Secondo l’autore, oggi tendiamo a reagire con una velocità tale da non lasciarci il tempo di cercare la verità dietro ciò che appare sugli schermi, ignorando sistematicamente le dinamiche sociali che regolano il nostro sguardo. Ma cosa succede quando si decide di spegnere quella luce e sparire? Il cuore pulsante della pellicola segue tre ragazzi che scelgono l’isolamento totale, rifugiandosi nel bosco per sottrarsi al giudizio costante della società. Tuttavia, la fuga non è una soluzione semplice o definitiva perché i protagonisti portano con sé proprio quel dolore e quelle strutture gerarchiche da cui cercavano di scappare.
Il bosco non è solo un santuario, ma uno specchio spietato dove i ragazzi sono costretti a confrontarsi con ciò che hanno dentro, trasformando il bisogno di libertà in rituali sempre più estremi. Il confine esplorato dal regista è sottile e pericoloso, muovendosi costantemente tra tenerezza e crudeltà. In questa zona d’ombra, il corpo e il dolore diventano gli unici strumenti di comunicazione rimasti. Questi rituali, pur non essendo una soluzione perfetta, offrono ai protagonisti un sollievo temporaneo, un modo per sentirsi vivi e autentici lontano dagli sguardi indiscreti del mondo esterno. «Credo che tenerezza e crudeltà non siano così facili da separare, sono sensazioni vicine, il confine tra le due può essere estremamente sottile», sostiene il regista. Oase non è un racconto puramente fittizio, ma affonda le sue radici nella memoria personale dell’autore. Pur non essendo un’autobiografia, il film è intriso di frammenti di vita vissuta e sensazioni adolescenziali rielaborate per trasmettere al pubblico un’emozione autentica, invitando lo spettatore non solo a guardare, ma a sentire il peso di quella sofferenza che accomuna ogni transizione verso l’età adulta.
Il rumore del disegnare diventa una parte essenziale del film
Il Giappone torna a Venezia col film in Concorso Look Back del regista Hirokazu Koreeda. Fujino, adolescente determinata e piena di talento, sogna di diventare una mangaka. Kyomoto, schiva e solitaria, vive quasi sempre chiusa nella sua stanza, dedicando ogni istante al disegno. Unite dalla stessa passione, le due ragazze, cresciute in una piccola città, inseguono per tredici anni il sogno di diventare autrici di manga.
Questa pellicola nasce quasi per caso, come racconta lo stesso regista: «Di ritorno da Kyoto sul treno ad alta velocità, il mio sguardo cadde sul retro di un volume esposto in una libreria della stazione di Shinagawa. Lo presi d’istinto e fu così che incontrai per la prima volta il manga originale Look Back. Quella notte lo lessi tutto d’un fiato. Il manga trasmette con straordinaria forza la determinazione del suo autore. Sebbene manga e cinema siano linguaggi diversi, come creatore nel realizzare l’adattamento cinematografico, ho cercato di raccontare con cura il tempo in cui Fujino, che disegna i personaggi, e Kyomoto, che disegna gli sfondi, si incontrano come se fossero destinate a farlo e, insieme, costruiscono un legame profondo».
Il film segue, infatti, le due ragazze (interpretate da quattro attrici) per circa un anno e mezzo, attraverso le quattro stagioni della regione del Tōhoku. Nel percorso di crescita di queste due autrici di manga, il suono è un elemento fondamentale; il rumore del loro disegnare, che cambia nel corso del tempo, diventa una parte essenziale del film, una forma di espressione non verbale che si affianca alla musica.
Walter Colombo, inviato a Venezia

