di Andrea Olimpi
ALBA – «Adesso vorremmo, rispetto al passato, non solo denunciare, ma non mollare». Nelle parole di don Domenico Degiorgis c’è la determinazione di chi incontra ogni giorno persone che lavorano nelle vigne, ma non sempre hanno un letto dove dormire. Persone delle quali si conosce poco, mentre il frutto del loro lavoro contribuisce alla ricchezza e al prestigio del territorio.
Il direttore della Caritas diocesana e presidente della Fondazione Caritas Albese, nonché cappellano delle carceri albesi, è intervenuto questa mattina, martedì 13 ottobre, in diretta su TV2000, affrontando il tema del caporalato in vigna e dello sfruttamento dei lavoratori. Al centro della riflessione, il report che la Caritas ha intitolato “L’altra vendemmia”: la stagione della raccolta vista dalla parte di chi lavora nei filari, attraverso le testimonianze e i dati raccolti dagli operatori.
«Io ho messo voce, nel senso che è la Caritas che opera», ha spiegato don Degiorgis, ricordando il lavoro di quanti sono presenti sul territorio e delle cui osservazioni si è fatto portavoce. Una denuncia che nasce dall’ascolto, dall’accoglienza e dall’incontro quotidiano con chi bussa alla porta di via Pola.
Il mondo nascosto dietro la città del benessere
«C’è tutta una facciata e c’è tutto un mondo nascosto». È il contrasto richiamato dal sacerdote tra l’immagine di un’Alba ricca, conosciuta per il tartufo e la sua fiera, e una realtà che resta spesso fuori dallo sguardo collettivo.
Secondo le cifre illustrate durante l’intervento, nel settore agricolo del territorio operano circa 6.000 persone, delle quali tra 2.000 e 3.000 stagionali. In città se ne vedono forse 200-300; gli altri lavorano e vivono sulle colline, in condizioni che non sempre emergono.
Don Degiorgis ha raccontato di lavoratori alloggiati in baracche, trasportati nei vigneti con pulmini e sottopagati; di contratti irregolari e di compensi effettivi diversi da quelli sottoscritti. Situazioni che, ha sottolineato, non rappresentano una scoperta recente: «Sono anni, anni e anni che c’è il caporalato, anni che c’è lo sfruttamento, anni che c’è un calpestare la dignità e i diritti dei lavoratori nelle nostre Langhe e Roero».
A rendere più difficile la denuncia è la fragilità di chi ha bisogno di lavorare e teme di perdere anche quel poco che riceve. «Queste persone hanno bisogno di soldi e quindi scendono fondamentalmente a qualsiasi compromesso».
Un lavoro, ma nessun posto dove dormire
Il racconto si è soffermato sulle condizioni di chi, terminata la giornata, non trova un riparo. «Noi diamo da dormire, ma abbiamo delle liste d’attesa lunghissime», ha spiegato il direttore della Caritas, riferendo di oltre sessanta persone rimaste per strada, anche lungo il Tanaro.
Alla mensa, dalle abituali 60-65 presenze per la cena, si è arrivati nel periodo estivo a circa cento persone al giorno. Un servizio reso possibile dall’impegno dei volontari, così come l’accesso alle docce e gli altri aiuti offerti a chi non dispone neppure dei servizi essenziali.
Il report “L’altra vendemmia” restituisce le dimensioni di questa fatica: 4.500 pasti serviti, a fronte degli abituali 2.500, e circa 2.000 accessi alle docce. Nell’Albese la Caritas ha contato 16 insediamenti o rifugi di fortuna, tra giardini, garage, seminterrati, sottopassi e spazi sotto i ponti. Luoghi descritti nel documento come privi di servizi igienici, acqua potabile ed elettricità.
L’alternativa, per alcuni, sono posti letto in alloggi sovraffollati, per i quali vengono richiesti fino a 200-300 euro al mese.
Sono numeri che accompagnano un bilancio duro: nel resoconto la Caritas definisce quella del 2026 una vendemmia «da record per le violazioni e le ingiustizie che sono state segnalate», richiamando lavoro nero e grigio, retribuzioni insufficienti o non corrisposte, orari prolungati e mancanza di riposi adeguati.
L’appello del vescovo e la scelta di andare avanti
Sul documento è intervenuto anche il vescovo Marco Brunetti, chiedendo alla comunità di prendere coscienza di quanto accade e alle realtà coinvolte nell’accoglienza di assumersi una responsabilità condivisa. L’indicazione è quella di superare la gestione emergenziale e costruire soluzioni strutturali e durature, perché la prossima vendemmia garantisca condizioni diverse ai lavoratori.
Ai parroci il vescovo ha chiesto di far conoscere il resoconto nelle comunità, per superare delega e indifferenza. Un richiamo che trova continuità nelle parole pronunciate a TV2000 da don Degiorgis: «In questo momento la nostra è una determinazione veramente forte: siamo proprio decisi a non mollare».
Una fede che chiede di metterci la faccia
Nella parte conclusiva dell’intervento, la denuncia sociale è diventata anche una domanda rivolta alle comunità cristiane. «A cosa serve la nostra fede, se non come testimonianza di un dare la vita?».
Don Degiorgis ha richiamato il rischio di una fede superficiale, ripiegata nella dimensione personale, che non porti a farsi carico di chi resta ai margini. Ha ricordato i “nuovi schiavi” evocati da papa Francesco e la responsabilità di prendersi cura di persone che, agli occhi della società, sembrano non esistere.
«Noi come sentinelle, noi come persone che ci mettono la faccia»: è l’immagine con cui ha indicato un impegno che passa dalla disponibilità a esporsi e a dare voce a chi ha paura di parlare. A tenerlo insieme c’è una convinzione semplice, che riguarda chiunque, dentro e fuori una comunità di fede: «Siamo convinti che le persone vadano trattate da persone, sempre».
