di Serena Corradi
PROFONDO UMANO – Riconoscere la morte come parte integrante della vita, riscoprendo il valore dei riti, delle relazioni e della condivisione del dolore. Alla biblioteca del liceo scientifico Cocito di Alba, l’incontro del festival Profondo Umano, “Oltre la grande soglia”, martedì 13 ottobre, ha proposto gli interventi del fotografo Guido Harari e dell’antropologa, storica e critica d’arte Luisa Fantinel.
Un percorso tra immagini, simboli e tradizioni che Fantinel ha tracciato partendo dalle rappresentazioni artistiche della morte nelle diverse epoche e culture. Dalle tombe dei giganti in Sardegna alle opere di Caravaggio, la morte emerge non soltanto come fine, ma come parte di un processo di trasformazione in cui vita, morte e rinascita si intrecciano. Una prospettiva lontana da quella di una cultura contemporanea che tende a considerare la morte un tabù. «Dobbiamo fare un recupero di immagini», ha sottolineato Fantinel, ricordando come la morte possa essere anche parte di un processo di trasformazione: «La morte del filo d’erba è vita per la pecora». Un modo per riscoprire la continuità tra ciò che finisce e ciò che nasce.
La perdita non è un’esperienza da affrontare in solitudine: la presenza degli altri, anche silenziosa, può fare la differenza. Nel tempo, la progressiva scomparsa delle forme di condivisione ha reso più difficile trovare modi comuni per attraversare il lutto. Anche il rapporto con la natura e con gli animali, nei quali si osservano comportamenti legati alla perdita, invita a ripensare il posto dell’essere umano nel mondo. Riti e gesti condivisi diventano così strumenti per dare spazio al dolore e affrontarlo insieme.
Nella seconda parte della serata, Guido Harari ha spostato la riflessione sulla fotografia e sull’incontro con l’altro. Nel suo percorso professionale, il desiderio di conoscere chi si trova davanti all’obiettivo lo ha portato a superare la semplice ricerca dell’immagine, mettendo al centro le storie personali e la relazione che precede lo scatto. L’ascolto delle esperienze e lo spazio lasciato al dolore sono diventati elementi importanti anche nei progetti realizzati con persone in situazioni di fragilità, per le quali la fotografia può rappresentare un modo per raccontarsi e sentirsi riconosciute.
A chiudere l’incontro, la testimonianza di Ho cura, associazione impegnata nelle cure palliative, che ha ricordato l’importanza dell’ascolto dei malati terminali e lanciato un appello per la ricerca di nuovi volontari. Un’esperienza di presenza sul campo che si salda al messaggio della serata: dare spazio alle persone e alle loro storie, senza lasciare nessuno da solo davanti al dolore.





